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Dagli ortodossi ucraini a papa Francesco, per le Chiese lo scontro è fra nazionalismo e universalismo

da Il Fatto Quotidiano (Riccardo Cristiano) – Sabato 5 gennaio il patriarca Bartolomeo ha firmato i Tomos che riconoscono l’autocefalia alla Chiesa ortodossa in Ucraina, attirandosi le ire del patriarcato di Mosca e di tutte le Russie. A Mosca infatti ritengono che quel territorio sia canonicamente sottoposto al loro patriarcato. Ma da Costantinopoli Bartolomeo ha risposto che la Chiesa abbraccia il popolo ucraino “come vera madre” sottolineando di aver sempre agito a servizio dei “desideri” e degli “interessi dei suoi figli”. Per spiegarsi, in un’occasione precedente, Bartolomeo aveva ricordato la tremenda storia dell’Ucraina sovietica, che patì il crimine dell’Holomodor, cioè “infliggere la morte attraverso la fame”, quando la collettivizzazione sovietica ordinata da Stalin determinò la morte di milioni di kulaki in particolare in Ucraina, il granaio sovietico.
Questa memoria è molto importante per capire il complesso rapporto tra fedeli ucraini e un patriarcato che si chiama “di Mosca e di tutte le Russie”. Viene così chiarito l’equivoco che tormenta la Chiesa ortodossa: anche questa è una Chiesa cattolica, cioè universale, ha un suo primus inter pares, il patriarca di Costantinopoli, e si organizza nei vari Paesi. Poteva lasciare gli ortodossi ucraini in una storia di rifiuto e che percepiscono ancora imperiale? L’attenzione moscovita ai fedeli russofoni è un ulteriore tassello che fa vedere il rischio di madre con figli e figliastri. La percezione che per Mosca come per la vecchia Curia romanal’unità sia un processo che parte dal centro per raggiungere e plasmare le periferie è evidente, mentre in Bartolomeo come in Francesco l’unità è un processo che parte delle periferie per dare senso al centro. Solo così può divenire reale la decisione con cui nel 1872 il sinodo panortodosso condannava specificamente come eresia il “filetismo”, cioè l’idea che la Chiesa dovrebbe essere divisa per linee etniche: “Denunciamo, censuriamo e condanniamo il filetismo, vale a dire, la discriminazione razziale e le dispute, rivalita? e dissensi su basi nazionali nella Chiesa di Cristo come antitetico agli insegnamenti del Vangelo e ai sacri Canoni dei nostri beati Padri, che sostennero la santa Chiesa e, ordinando l’intera ecumene cristiana, guidandola alla pieta? divina”. È la stessa visione ecclesiale che ha portato la Chiesa cattolica a non concedere in alcun caso la giurisdizione universale alle Chiese particolari.
Poche ore dopo questo importantissimo 5 gennaio, domenica 6 gennaio, Papa Francesco ha formulato un appello: “Da parecchi giorni 49 persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di Ong, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone”. La scelta di Bartolomeo e l’appello di Papa Francesco hanno molto in comune. È noto un antico racconto rabbinico nel quale il rabbi chiede ai discenti quando si possa dire che cominci la fine della notte e cominci il giorno. Ricevute risposte non soddisfacenti risponde: “Quando guardando in volto un uomo qualunque tu vedi che è tuo fratello: perché se non riusciamo a fare questo qualunque sia l’ora del giorno, è sempre notte”. Parole molto simili a quelle che si ritrovano nella prima lettera di Giovanni: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”.
Atto chiaramente ispirato alla necessità di amare “come vera madre” una Chiesa di 40 milioni di fedeli, non poche centinaia di migliaia come nel caso di altri Chiese che non hanno ottenuto l’autocefalia, il riconoscimento della Chiesa in Ucraina ha determinato reazioni che si cominciano a intravedere nel mondo ortodosso e difficilmente si può dubitare che la “fraterna” vicinanza già espressa a Mosca dalla Chiesa serba e da quella di Antiochia, cioè siriana, derivi da altro che da una piena adesione di quei governi alla politica del Cremlino. E cosa dice questo al cristianesimo ortodosso? Quale visione, quale cattolicità, cioè universalità, del messaggio ortodosso questo trasmette? La grande cattedrale di Banja Luka intestata allo Zar Nicola II appare l’araldo di un espansionismo che i patriarchi non possono ignorare. Ricordare il patriarca serbo Pavle, che sapeva condannare i crimini croati come quelli serbi aiuta a capire perché l’alleanza trono-altare non può che produrre una crisi dell’universalità del messaggio cristiano e del valore che una Chiesa ha per un Paese e per il mondo.
Questo vale anche nel nostro spazio. L’idea di un cristianesimo nazionalista, che si impossessa di simboli religiosi nel nome di quella che oggi si chiama l’ideologia del “prima i nativi”, passa facilmente dal nazionalismo che nega l’altro – come nel caso di Russia e Ucraina (per entrambi gli estremismi) – all’esaltazione della difesa dei poveri indigeni a discapito dei poveri stranieri, contestando a Papa Francesco un supposto favore per gli indigenti non della propria “nazione”, cioè nascita. Le due critiche sono affini. È la nazionalizzazione della solidarietà, che prescinde dalla effettiva solidarietà. Infatti l’opera degli enti caritativi cattolici non è certo rivolta ai soli asilanti, rifugiati o immigrati, ma a tutti coloro che sono nel bisogno, infatti se sono 197.332 le persone che nel 2017 si sono rivolte ai centri di ascolto Caritas collocati in 185 diocesi, di queste il 42,2% è di nazionalità italiana. Un tempo rivolgersi alle mense per i poveri era “difficile” per un italiano, oggi sono molti gli anziani italiani che si rivolgono alle mense della Comunità di Sant’Egidio, delle Piccole Sorelle dei Poveri,dell’Arciconfraternita del Ss. Sacramento e tante altre.
Il ritorno del nazionalismo ha numerose cause, tra le quali hanno primaria importanza le storture della globalizzazione reale e la fragilità sovente autocentrata delle agenzie internazionali. Così, nel suo recente discorso al corpo diplomatico, Bergoglio non ha condannato qualcuno, ha indicato come una globalizzazione sbagliata, non riguardosa delle differenze, abbia portato a mettere in pericolo conquiste importanti. “È la conseguenza della reazione in alcune aree del mondo a una globalizzazione sviluppatasi per certi versi troppo rapidamente e disordinatamente, così che tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna dunque prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale. Dinanzi all’idea di una ‘globalizzazione sferica’, che livella le differenze e nella quale le particolarità sembrano scomparire, è facile che riemergano i nazionalismi, mentre la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è ‘poliedrica’, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto è superiore alla parte. Alcuni di questi atteggiamenti rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni. Il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni”.
I conflitti, gli opposti, non vanno negati, ma governati per raggiungere un’unità pluriforme, che sa generare nuova vita. In un’intervista rilasciata a padre Antonio Spadaro, Papa Francesco ha detto: “L’opposizione apre un cammino, una strada da percorrere. Parlando più in generale devo dire che amo le opposizioni. Romano Guardini mi ha aiutato con un suo libro per me importante, L’opposizione polare. Lui parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro. Non c’è contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore. In quella soluzione però rimane la tensione bipolare. La tensione rimane, non si annulla. I limiti vanno superati non negandoli. Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e omologate, non sono come le contraddizioni”.

Isis: del Califfo non c’è traccia

da Beirut Giordano Stabile (La Stampa) – A Kobane, nelle retrovie della battaglia di Raqqa, fra gli specialisti americani che istruivano i guerriglieri curdi c’era qualche reduce dei cacciatori, l’unità speciale che nel 2003 aveva inseguito Saddam Hussein. Ayman, fluente nell’arabo colloquiale iracheno, aveva fatto parte del gruppo edera fra quelli incaricati di rompere il muro di omertà tribale che proteggeva il raiss. Nel 2017 i nuovi «cacciatori », forti anche dei consigli di veterani come Ayman, erano a Raqqa, a Mosul. La preda era un’altra, Abu Bakr al-Baghdadi. Ma in pochi credevano che si sarebbe lasciato intrappolare. Ed è stato così. Del califfo non c’è traccia. Gli specialisti hanno cercato fra le macerie. Fosse stato ucciso, sepolto sotto un diluvio di bombe, qualcosa sarebbe emerso. Vero è che il suo ultimo segno di vita è l’audio all’inizio della battaglia di Mosul, novembre 2016, ma l’ipotesi più probabile è che sia in fuga, anche se i russi credevano di averlo eliminato con un raid il 28 maggio del 2017. I servizi americani hanno smentito, la caccia continua. Sono tre le piste principali.

Nel deserto
La prima è una fuga in stile Saddam Hussein. Il raiss fugge da Baghdad all’inizio di aprile del 2003 e riesce a nascondersi fino al 13 dicembre. Lo fa nella sua terra d’origine, Tikrit, a cento chilometri dalla capitale. Il nascondiglio, un buco sotto una casa di campagna, è nel villaggio di Al-Daur. A coprirlo è la gente del posto, della sua stessa tribù. Al- Baghdadi è nato a Samarra, fra Baghdad e Tikrit, stesso ambiente tribale, beduini risaliti lungo il corso del Tigri nel XIII secolo. Il rifugio più logico e facile da raggiungere è in qualche villaggio abitato dai suoi, in quel deserto dell’Anbar che si estende dal Tigri fino al confine con la Siria, abitato da pastori nomadi che ora, invece dei cammelli, usano i fuoristrada. Mimetizzato, con attorno una piccola cerchia di fedelissimi, il califfo potrebbe muoversi senza dare nell’occhio, e preparare «la rinascita dalla ceneri» dello Stato islamico, come aveva fatto fra il 2008 e il 2011, dopo che il generale David Petraeus aveva distrutto l’Al-Qaeda irachena.

La rotta africana
Il califfo però sa che la seconda fase dell’offensiva condotta dalla coalizione a guida Usa, e da quella russo-iraniana, ha come obiettivo impedire che si ripeta lo scenario del 2013, la rinascita. I droni continuano a sorvolare il deserto, le valli del Tigri e dell’Eufrate. Manipoli di forze speciali si infiltrano nei territori ancora controllati dall’Isis. La taglia da 25 milioni comincia a diventare per le spie un incentivo più forte della paura. E anche Saddam, alla fine, è stato trovato. Si affaccia la seconda ipotesi. Una fuga fuori dalla Mesopotamia. I cacciatori seguono una seconda pista, che attraversa prima il confine poroso fra Siria, Iraq, Giordania, e poi arriva fino in Sinai. I servizi mediorientali hanno lanciato l’allarme sul trasferimento di «centinaia di foreign fighters» nel Nord dell’Egitto. La Wilaya Sinai è in ottima salute, e a un livello di crudeltà pari ai peggiori momenti di Raqqa, come dimostra il massacro di 300 fedeli sufi lo scorso 24 novembre.

Come Bin Laden
Il Sinai è anche il terminale dell’autostrada della jihad che attraversa il Nord Africa dalla Mauritania all’Egitto. Se è riuscito ad arrivare fin lì, il califfo può muoversi su uno dei fronti più promettenti per i jihadisti. Voci, infondate, lo avevano dato a Sirte già nel 2016. La Libia di oggi assomiglia alla Siria e all’Iraq del 2013: potere centrale debole, scontri tribali, rivalità etniche, traffici. Anche la Libia, però, è sotto stretta sorveglianza da parte di droni e forze speciali. E l’Isis locale è ridotto a poche centinaia di combattenti. Resta un’ultima ipotesi. Si chiama Wilaya Khorasan, la provincia che abbraccia Afghanistan e Pakistan. I servizi russi hanno segnalato l’esodo di migliaia di foreign fighters centrasiatici, persino europei, dalla Siria alle montagne afghane. Al-Baghdadi, come Osama bin Laden, potrebbe aver trovato il suo nascondiglio nella roccaforte dello jihadismo sunnita. Poco distante, forse, dal suo rivale, l’attuale leader di Al-Qaeda, Ayman Al-Zawahiri. Con un rischio: i taleban, alleati di Al-Qaeda, vedono nell’Isis un intruso da distruggere. Il califfo deve guardarsi dalle truppe speciali americane ma anche dagli ex amici qaedisti.

I monaci buddisti in Asia: “Via i musulmani, sono una minaccia”

Bangkok (Carlo Pizzati de La Stampa) – I giganteschi cartelloni sovrastano il panorama nell’autostrada che porta verso l’aeroporto, sopra le vie delle grandi città, tappezzano i centri commerciali: la testa di un Buddha marchiata da una grande croce rossa per indicare il divieto a esportare sculture sacre, ma anche la proibizione severa di non indossare immagini del Buddha. Niente musica Buddha Bar, niente Buddha Chic o Buddha Fashion: è tutto blasfemo nella Thailandia che riscopre un fondamentalismo buddista che sta dilagando anche nello Sri Lanka e in Birmania, cioè nelle tre nazioni del buddismo Theravada del Sud-Est asiatico. L’anziano re è stato sepolto da pochi giorni a Bangkok e già l’immagine di suo figlio ricopre altri poster nella metropoli più cosmopolita dell’Asia contemporanea. Buone notizie per la giunta militare, visto che il nuovo re sta lasciando mano libera ai golpisti. Ma mentre nel 2007 i monaci buddisti protestavano pacificamente contro il governo, ora la nuova generazione di monaci usa parole e fatti ben più belligeranti. Contro l’Islam. La paura dell’invasione Incitare alla violenza è uno dei quattro atti proibiti che causano la scomunica dall’ordine dei monaci buddisti, quindi si parla solo di atti di violenza per difendersi, mai per attaccare. Difendersi da chi? Da un’esigua minoranza islamica che si percepisce come impegnata in una guerra demografica per occupare il Paese. Ma si parla anche di una possibile minaccia esterna. Alla frontiera del Sud thailandese le schermaglie con i nemici islamici aumentano. E i soldati scortano i monaci fino ai templi, cosa che non piace ai citta- dini musulmani, perché vedono i militari come il braccio armato di un buddismo sempre meno pacifista. Tant’è che un monaco è stato davvero scomunicato per quest’editto: «Per ogni buddista ucciso, bruceremo una moschea». Eppure in questi Paesi i buddisti sono maggioranza schiacciante: il 93% in Thailandia, in Birmania l’88 e nello Sri Lanka il 70. Nonostante ciò, molti monaci si sentono in stato d’assedio. E incitano a reagire. Per giustificarlo, i teologi vanno a rivangare i testi sacri. A proposito delle guerre in difesa del Buddha ingaggiate dal suo benefattore, il re Pasenadi, il fondatore di questa religione proclamò che «uccidendo, vinci il tuo uccisore, conquistando hai la meglio su chi ti conquisterà». Violenza chiama violenza. Tradizione e testi sacri Questo, per i buddisti militanti del Sud-Est asiatico vuol dire che il Buddha aveva capito che la violenza non è necessariamente un valore negativo in assoluto. È sbagliato l’uso aggressivo della forza, ma esiste il diritto di autodifesa. Così, contenere l’espansione delle comunità islamiche viene interpretato come un modo per tutelare il buddismo. Anche a costo di incitare al genocidio. Secondo la Grande Cronaca dei cingalesi buddisti dello Sri Lanka, dopo una battaglia contro i Tamil induisti, il re Dutugamunu, roso dal rimorso per il massacro causato, chiese consiglio agli anziani monaci che gli risposero che in realtà aveva ucciso solo una persona e mezza: un buddista e un laico recentemente convertito. Il resto degli induisti? «Miscredenti, uomini dalla vita malvagia, da considerare come bestie». Queste sono le argomentazioni usate anche dal monaco cingalese trentasettenne Galagoda Atte Ganasara, fondatore del Bodu Bala Sena (BSS), la Forza del Potere Buddista, ora attiva in tutto il Sud-Est asiatico buddista. Ed ecco spiegato anche il contesto del massacro dei rohingya nel Nord della Birmania. Anche a Yangon c’è un leader carismatico buddista che s’è già guadagnato la copertina di «Time» incitando a questa cosiddetta forma di «autodifesa attiva». Estremisti e nazionalisti Il «bin Laden birmano», com’è stato ribattezzato il monaco che si fa chiamare solo Wirathu, è chiarissimo. «Non è il momento per la calma. È il momento di reagire, il momento di far ribollire il sangue ». Si definisce un cane da guardia: «Non mordo, ma abbaio per svegliare i padroni di casa e far sì che si difendano. I musulmani si riproducono in fretta, ci rubano le donne, le violentano. Vorrebbero occupare il nostro Paese. Ma non glielo permetterò. La Birmania deve restare buddista». Ed è infatti questa la linea di difesa del clero buddista a Rakhine, la regione al confine con il Bangladesh dove l’esodo della minoranza musulmana sta continuando, e dove si prevedono altre decine di migliaia di arrivi nei campi profughi nei prossimi giorni: non causare feriti e morti direttamente, in quanto monaci, ma incitare le milizie paramilitari buddiste a farsi giustizia da soli e a cacciare la «minacce interne» alla Birmania buddista.

Così i jihadisti dell’Isis ottenevano i fondi per la disoccupazione

di Lucio Di Marzo (Il Giornale) – Sono partiti per l’Iraq e per la Siria, per creare un nuovo Stato (Islamico) ora al collasso, ma non hanno mai rinunciato a percepire i soldi che un altro Stato (il loro) gli assegnava mensilmente. È un’inchiesta di Le Figaro a rivelare come molti jihadisti francesi continuino a intascarsi i sussidi per la disoccupazione o per la casa, pure se hanno “traslocato” armi e bagagli in Medioriente e qualcosa da fare (con l’Isis) se lo sono trovato.
Uno scandalo che riguarda circa il 20% dei jihadisti con passaporto francese che hanno lasciato la madrepatria per arruolarsi nell’Isis, con il risultato che a finanziare le casse dello Stato islamico è stata anche la Francia, come dicono i dati della Brigata per la caccia ai finanziamenti del terrorismo.
I sussidi dei miliziani venivano prelevati dalle famiglie o da persone vicine a loro e poi spediti in Siria o in Iraq con una rete di corrieri. Almeno 210 sono stati identificati come persone di nazionalità turca o libanese. 190, ad oggi, i militanti identificati come beneficiari dei soldi dati dallo Stato.

Oggi 2 agosto 2017 Al-Baghdadi è ancora vivo

Purtroppo Al-Baghdadi è sfuggito al raid russo che sembrava averlo ucciso, come ha confermato il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione anti-Isis. I Curdi avanzanao e, anche se Raqqa è grande un solo quarto di Mosul, i guerriglieri devono affrontare difficoltà impreviste. L’Isis si è preparato con una tattica diversa. Ha lasciato in città meno combattenti e meno civili, fra i 20 e i 30 mila, ha ammassato riserve di cibo sufficienti e riempito i tunnel sotto la città con carburante, armi, munizioni, officine per fabbricare razzi e droni. E coi droni, armati di telecamere e proiettili di mortaio, è riuscito a individuare e uccidere molti ufficiali e comandanti. A difendere gli ultimi quartieri non sono poi jihadisti stranieri ma gli uomini delle tribù dominanti sotto il regno dell’Isis, soprattutto gli Al-Shawir del governatore Abu Loqman, che difendono case e famiglie. La maggior parte dei foreign fighter si è ritirata all’inizio di maggio, temono vendette e cercheranno di resistere all’inverosimile. La maggior parte di loro si era già ritirata all’inizio di maggio, dopo un sopralluogo dello stesso Al-Baghdadi.

Allah e Jahweh, le due facce della stessa medaglia

Dalla Segreteria Generale di SMOT – Diciamo subito che Hallah e Jahweh sono colleghi, entrambi elohim, un termine intraducibile che per convenzione decliniamo in “dèi”, al plurale (quello che dicono i preti sul pluralis maiestatis è una sciocchezza). E se elohim fa “dèi”, al singolare fa “dio” e si legge eloha in ebraico, che diventa allah in arabo, quindi, per analogia estensiva, quello che ha detto Jahweh dovrebbe essere identico a quello che ha detto Allah.
Andiamo a vedere se è vero.
Si legge: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni […]. Quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli”. È esattamente quello che fa l’Isis in applicazione degli insegnamenti del Corano.
Ma si legge ancora: “Tutte le sue statue saranno frantumate, tutti i suoi doni andranno bruciati, di tutti i suoi idoli farò scempio perchè messi insieme a prezzo di prostituzione e in prezzo di prostituzione torneranno”. E quelli dell’Isis eseguono fedelmente.
Sta anche scritto: “Ecco, arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri. Essi esclamano e dicono: ‘È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi”. Leggendo sta roba sembra di vedere quelli dell’Isis trionfanti, al volante delle loro Toyota, di ritorno da qualche raid punitivo.
Non è finita, perché ho trovato anche questa: “Asa fece ciò che è bene e giusto agli occhi del Signore suo Dio. Allontanò gli altari stranieri e le alture; spezzò le stele ed eliminò i pali sacri”, e anche: “Distruggerò gli idoli e farò sparire gli dèi da Menfi […] vi spanderò il terrore”, e ancora: “I vostri altari saranno devastati e infranti i vostri altari per l’incenso; getterò i vostri cadaveri davanti ai vostri idoli e disseminerò le vostre ossa intorno ai vostri altari”.
Fin qui tutto quadra: l’Isis, il terrore religioso, la distruzione degli idoli delle altre religioni come è successo a Palmira, niente di nuovo, se non per il fatto che quei passi non sono del Corano ma della Bibbia, ed esattamente si tratta di: Deuteronomio 7, Michea 1/7, Isaia 21/9, Cronache 2 14/1, Ezechiele 30/13 e 6/3-4, per cui è del tutto evidente che Jahweh e Allah sono le due facce della stessa medaglia.
Ma allora, se la Bibbia dovrebbe essere la nostra legge – in questo caso il Vecchio testamento – perché contrastare l’Islam che predica le stesse cose?  Tuttavia bisogna farsi un’altra domanda: Gesù, che per noi cristiani è Dio fatto uomo, perché parlava un’altra lingua? Semplice, perché né Jahweh ne Allah sono dio ma solo dèi, contro i quali l’Altissimo ha tuonato come si legge nel Salmo 82: “Fino a quando giudicherete iniquamente e sosterrete la parte degli empi? Difendete il debole e l’orfano, al misero e al povero fate giustizia. Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi”.
È del tutto evidente, cari preti, che il Vecchio Testamento non è la nostra Legge, ma solo i Vangeli la sono davvero.
E allora avevano ragione i Poveri Cavalieri di Cristo che hanno gettato alle ortiche il Vecchio Testamento ed hanno impugnato Excalibur per combattere gli infedeli dell’Islam e di Israele, entrambi proni ai comandi tremendi di Jahweh ed Alllah.
Forse, anche per questo, i Templari sono finiti arrosto… ma non tutti.
Non nobis Domine non nobis sed nomini tuo da Gloriam.

Confermata la morte di Al-Baghdadi, avanti il prossimo

dalla Segreteria Generale SMOT – Apprendiamo con soddisfazione dal quotidiano La Stampa che Al-Baghdadi è morto. Questa volta lo dice l’Isis, a conferma dell’annuncio dato un mese fa dal ministero della difesa russo. A comunicare la notizia ai sudditi del Califfato, nella città di Tell Afar, una delle ultime in mano agli islamisti in Iraq, è stata un’auto ufficiale dello Stato islamico, che ha percorso la strade centrali e ripetuto attraverso l’altoparlante il breve comunicato: “La guida dei credenti è morta, presto sarà annunciato il nome del nuovo Califfo, continuate sulla via della jihad, non cedete alle divisioni”. Il racconto di quello che potrebbe essere l’epitaffio non solo per Abu Bakr al-Baghdadi, ma per l’intero Califfato, viene da una fonte della televisione satellitare irachena Al-Sumariya, interna a Tall Afar. Non esattamente la Bbc. Al-Sumariya si è fatta una specializzazione negli annunci della morte del Califfo, almeno una decina. La fonte è tenuta segreta, per ovvi motivi di sicurezza, perché rischia di essere decapitata se scoperta. Ma non c’è neanche uno straccio di video o audio a corroborare il racconto. La stessa fonte precisa che “l’annuncio era atteso dopo che era stato tolto il divieto in città di parlare pubblicamente della morte di Al Baghdadi”. Mentre le agenzie e i siti di tutto il mondo rilanciavano la notizia, nella tarda mattinata di martedì 11 luglio 2017 arrivava un’altra conferma. Questa volta dall’Osservatorio siriano per diritti umani, una Ong basata a Londra ma con una fitta rete di informatori in tutte le città siriane. Era il direttore Rami Abdulrahman a rivelare di avere “informazioni attendibili” sull’avvenuto decesso di Al-Baghdadi, da parte di “un leader siriano dell’Isis, di primo rango, dall’area orientale della provincia di Deir ez-Zour”.

Al-Baghdadi potrebbe essere stato ucciso in un raid contro l’Isis

al bagdadida La Stampa – Il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi potrebbe essere stato ucciso in un raid a Raqqa lo scorso 28 maggio. Questa volta la fonte è il ministero della Difesa russo che sta cercando di verificare la notizia con lavoro di intelligence sul terreno, sempre molto difficile nel territorio controllato dallo Stato islamico. Ma le voci che tra il gruppo di dirigenti colpito dai cacciabombardieri di Mosca ci fosse anche l’autoproclamato califfo sono sempre più insistenti. Al-Baghdadi sarebbe arrivato alla fine di maggio per preparare le difese della capitale siriana dell’Isis in vista dell’assalto del guerriglieri curdi appoggiati dagli Usa, come aveva fatto a Mosul fra ottobre e dicembre.

Egregi signori della Toyota, vogliamo sapere a chi fatturate le fuoristrada dell’Isis

di Andrea Guenna – Non è complicato sapere chi finanzia l’Isis: si può cominciare con l’identificazione di chi gli regala le fuoristrada che di tanto in tanto vediamo allineate a decine in lunghe colonne, con dentro quelli dell’Isis che esultano. Escludendo a priori il fatto che a regalare le fuoristrada Toyota ai seguaci del califfo sia la Toyota stessa, bisogna controllare i dati anagrafici di chi, società, banca o persona fisica, ha pagato quelle macchine, in quanto non sarà affatto difficile scoprire chi ne ha acquistato in un colpo solo centinaia all’ingrosso. Et voilà, spunterebbe certamente fuori e con certezza incontrovertibile un finanziatore del terrorismo islamico. A questo punto lo si prende, se è una persona fisica, li si prende se si tratta di capi d’una banca o società multinazionale (ipotesi quasi certa) e li si sbatte dentro in attesa d’una condanna all’ergastolo, o magari alla forca… per rendere pan per focaccia. Per la verità la Toyota, interpellata mesi fa da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, ha fatto sapere che 22.500 di questi sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita, 32.000 dal Qatar, 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese. In ogni caso, per venire a capo dell’enigma, il Sovrano Militare Ordine del Tempio sta predisponendo la denuncia penale contro gli acquirenti citati in attesa della rogatoria internazionale. Così si fa, cari signori dell’Intelligence, cari politici al Governo, cari banchieri che, nel caso non doveste darvi da fare in questo senso, non sarebbe sbagliato considerarvi complici degli sponsor dei terroristi. E così, dentro anche voi per reticenza. Ci servono solo giudici intelligenti e coraggiosi. Staremo a vedere.
Intanto io che devo comprare un’auto nuova ne prenderò una di qualsiasi marca purché non sia una Toyota.

Unar nella bufera, Spano si dimette: orge pagate dal Governo Italiano?

spano francesco(Ansa) – L’Unar, Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio, nella bufera dopo le polemiche sui finanziamenti a associazioni gay (clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=L2YthjKHx8A per vedere il servizio) scatenate da un servizio tv delle Iene e il sudo direttore, Francesco Spano (nella foto), si è dimesso dal suo incarico. Nel servizio delle Iene (Matrix del 21 febbraio 2017) si accusa l’Unar di aver finanziato un’associazione di persone omosessuali a cui fanno capo circoli nei quali si praticherebbe prostituzione maschile, e il direttore dell’Ufficio di essere socio di questa stessa associazione e dunque, secondo le accuse, in palese conflitto di interesse.
“Ho deciso di rimettere il mio mandato – spiega Spano – non perché ritenga di avere responsabilità, perché rivendico la piena correttezza del mio operato in questo anno, ma per rispetto al ruolo affidato all’ufficio che fino ad oggi ho avuto l’onore di guidare. Occuparsi di contrasto alle discriminazioni presuppone, infatti, entusiasmo e generosità: due doti che ho provato ad avere sempre in questi mesi e che questa squallida vicenda mi ha tolto”.