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I monaci buddisti in Asia: “Via i musulmani, sono una minaccia”

Bangkok (Carlo Pizzati de La Stampa) – I giganteschi cartelloni sovrastano il panorama nell’autostrada che porta verso l’aeroporto, sopra le vie delle grandi città, tappezzano i centri commerciali: la testa di un Buddha marchiata da una grande croce rossa per indicare il divieto a esportare sculture sacre, ma anche la proibizione severa di non indossare immagini del Buddha. Niente musica Buddha Bar, niente Buddha Chic o Buddha Fashion: è tutto blasfemo nella Thailandia che riscopre un fondamentalismo buddista che sta dilagando anche nello Sri Lanka e in Birmania, cioè nelle tre nazioni del buddismo Theravada del Sud-Est asiatico. L’anziano re è stato sepolto da pochi giorni a Bangkok e già l’immagine di suo figlio ricopre altri poster nella metropoli più cosmopolita dell’Asia contemporanea. Buone notizie per la giunta militare, visto che il nuovo re sta lasciando mano libera ai golpisti. Ma mentre nel 2007 i monaci buddisti protestavano pacificamente contro il governo, ora la nuova generazione di monaci usa parole e fatti ben più belligeranti. Contro l’Islam. La paura dell’invasione Incitare alla violenza è uno dei quattro atti proibiti che causano la scomunica dall’ordine dei monaci buddisti, quindi si parla solo di atti di violenza per difendersi, mai per attaccare. Difendersi da chi? Da un’esigua minoranza islamica che si percepisce come impegnata in una guerra demografica per occupare il Paese. Ma si parla anche di una possibile minaccia esterna. Alla frontiera del Sud thailandese le schermaglie con i nemici islamici aumentano. E i soldati scortano i monaci fino ai templi, cosa che non piace ai citta- dini musulmani, perché vedono i militari come il braccio armato di un buddismo sempre meno pacifista. Tant’è che un monaco è stato davvero scomunicato per quest’editto: «Per ogni buddista ucciso, bruceremo una moschea». Eppure in questi Paesi i buddisti sono maggioranza schiacciante: il 93% in Thailandia, in Birmania l’88 e nello Sri Lanka il 70. Nonostante ciò, molti monaci si sentono in stato d’assedio. E incitano a reagire. Per giustificarlo, i teologi vanno a rivangare i testi sacri. A proposito delle guerre in difesa del Buddha ingaggiate dal suo benefattore, il re Pasenadi, il fondatore di questa religione proclamò che «uccidendo, vinci il tuo uccisore, conquistando hai la meglio su chi ti conquisterà». Violenza chiama violenza. Tradizione e testi sacri Questo, per i buddisti militanti del Sud-Est asiatico vuol dire che il Buddha aveva capito che la violenza non è necessariamente un valore negativo in assoluto. È sbagliato l’uso aggressivo della forza, ma esiste il diritto di autodifesa. Così, contenere l’espansione delle comunità islamiche viene interpretato come un modo per tutelare il buddismo. Anche a costo di incitare al genocidio. Secondo la Grande Cronaca dei cingalesi buddisti dello Sri Lanka, dopo una battaglia contro i Tamil induisti, il re Dutugamunu, roso dal rimorso per il massacro causato, chiese consiglio agli anziani monaci che gli risposero che in realtà aveva ucciso solo una persona e mezza: un buddista e un laico recentemente convertito. Il resto degli induisti? «Miscredenti, uomini dalla vita malvagia, da considerare come bestie». Queste sono le argomentazioni usate anche dal monaco cingalese trentasettenne Galagoda Atte Ganasara, fondatore del Bodu Bala Sena (BSS), la Forza del Potere Buddista, ora attiva in tutto il Sud-Est asiatico buddista. Ed ecco spiegato anche il contesto del massacro dei rohingya nel Nord della Birmania. Anche a Yangon c’è un leader carismatico buddista che s’è già guadagnato la copertina di «Time» incitando a questa cosiddetta forma di «autodifesa attiva». Estremisti e nazionalisti Il «bin Laden birmano», com’è stato ribattezzato il monaco che si fa chiamare solo Wirathu, è chiarissimo. «Non è il momento per la calma. È il momento di reagire, il momento di far ribollire il sangue ». Si definisce un cane da guardia: «Non mordo, ma abbaio per svegliare i padroni di casa e far sì che si difendano. I musulmani si riproducono in fretta, ci rubano le donne, le violentano. Vorrebbero occupare il nostro Paese. Ma non glielo permetterò. La Birmania deve restare buddista». Ed è infatti questa la linea di difesa del clero buddista a Rakhine, la regione al confine con il Bangladesh dove l’esodo della minoranza musulmana sta continuando, e dove si prevedono altre decine di migliaia di arrivi nei campi profughi nei prossimi giorni: non causare feriti e morti direttamente, in quanto monaci, ma incitare le milizie paramilitari buddiste a farsi giustizia da soli e a cacciare la «minacce interne» alla Birmania buddista.

Così i jihadisti dell’Isis ottenevano i fondi per la disoccupazione

di Lucio Di Marzo (Il Giornale) – Sono partiti per l’Iraq e per la Siria, per creare un nuovo Stato (Islamico) ora al collasso, ma non hanno mai rinunciato a percepire i soldi che un altro Stato (il loro) gli assegnava mensilmente. È un’inchiesta di Le Figaro a rivelare come molti jihadisti francesi continuino a intascarsi i sussidi per la disoccupazione o per la casa, pure se hanno “traslocato” armi e bagagli in Medioriente e qualcosa da fare (con l’Isis) se lo sono trovato.
Uno scandalo che riguarda circa il 20% dei jihadisti con passaporto francese che hanno lasciato la madrepatria per arruolarsi nell’Isis, con il risultato che a finanziare le casse dello Stato islamico è stata anche la Francia, come dicono i dati della Brigata per la caccia ai finanziamenti del terrorismo.
I sussidi dei miliziani venivano prelevati dalle famiglie o da persone vicine a loro e poi spediti in Siria o in Iraq con una rete di corrieri. Almeno 210 sono stati identificati come persone di nazionalità turca o libanese. 190, ad oggi, i militanti identificati come beneficiari dei soldi dati dallo Stato.

Oggi 2 agosto 2017 Al-Baghdadi è ancora vivo

Purtroppo Al-Baghdadi è sfuggito al raid russo che sembrava averlo ucciso, come ha confermato il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione anti-Isis. I Curdi avanzanao e, anche se Raqqa è grande un solo quarto di Mosul, i guerriglieri devono affrontare difficoltà impreviste. L’Isis si è preparato con una tattica diversa. Ha lasciato in città meno combattenti e meno civili, fra i 20 e i 30 mila, ha ammassato riserve di cibo sufficienti e riempito i tunnel sotto la città con carburante, armi, munizioni, officine per fabbricare razzi e droni. E coi droni, armati di telecamere e proiettili di mortaio, è riuscito a individuare e uccidere molti ufficiali e comandanti. A difendere gli ultimi quartieri non sono poi jihadisti stranieri ma gli uomini delle tribù dominanti sotto il regno dell’Isis, soprattutto gli Al-Shawir del governatore Abu Loqman, che difendono case e famiglie. La maggior parte dei foreign fighter si è ritirata all’inizio di maggio, temono vendette e cercheranno di resistere all’inverosimile. La maggior parte di loro si era già ritirata all’inizio di maggio, dopo un sopralluogo dello stesso Al-Baghdadi.

Allah e Jahweh, le due facce della stessa medaglia

Dalla Segreteria Generale di SMOT – Diciamo subito che Hallah e Jahweh sono colleghi, entrambi elohim, un termine intraducibile che per convenzione decliniamo in “dèi”, al plurale (quello che dicono i preti sul pluralis maiestatis è una sciocchezza). E se elohim fa “dèi”, al singolare fa “dio” e si legge eloha in ebraico, che diventa allah in arabo, quindi, per analogia estensiva, quello che ha detto Jahweh dovrebbe essere identico a quello che ha detto Allah.
Andiamo a vedere se è vero.
Si legge: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni […]. Quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli”. È esattamente quello che fa l’Isis in applicazione degli insegnamenti del Corano.
Ma si legge ancora: “Tutte le sue statue saranno frantumate, tutti i suoi doni andranno bruciati, di tutti i suoi idoli farò scempio perchè messi insieme a prezzo di prostituzione e in prezzo di prostituzione torneranno”. E quelli dell’Isis eseguono fedelmente.
Sta anche scritto: “Ecco, arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri. Essi esclamano e dicono: ‘È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi”. Leggendo sta roba sembra di vedere quelli dell’Isis trionfanti, al volante delle loro Toyota, di ritorno da qualche raid punitivo.
Non è finita, perché ho trovato anche questa: “Asa fece ciò che è bene e giusto agli occhi del Signore suo Dio. Allontanò gli altari stranieri e le alture; spezzò le stele ed eliminò i pali sacri”, e anche: “Distruggerò gli idoli e farò sparire gli dèi da Menfi […] vi spanderò il terrore”, e ancora: “I vostri altari saranno devastati e infranti i vostri altari per l’incenso; getterò i vostri cadaveri davanti ai vostri idoli e disseminerò le vostre ossa intorno ai vostri altari”.
Fin qui tutto quadra: l’Isis, il terrore religioso, la distruzione degli idoli delle altre religioni come è successo a Palmira, niente di nuovo, se non per il fatto che quei passi non sono del Corano ma della Bibbia, ed esattamente si tratta di: Deuteronomio 7, Michea 1/7, Isaia 21/9, Cronache 2 14/1, Ezechiele 30/13 e 6/3-4, per cui è del tutto evidente che Jahweh e Allah sono le due facce della stessa medaglia.
Ma allora, se la Bibbia dovrebbe essere la nostra legge – in questo caso il Vecchio testamento – perché contrastare l’Islam che predica le stesse cose?  Tuttavia bisogna farsi un’altra domanda: Gesù, che per noi cristiani è Dio fatto uomo, perché parlava un’altra lingua? Semplice, perché né Jahweh ne Allah sono dio ma solo dèi, contro i quali l’Altissimo ha tuonato come si legge nel Salmo 82: “Fino a quando giudicherete iniquamente e sosterrete la parte degli empi? Difendete il debole e l’orfano, al misero e al povero fate giustizia. Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi”.
È del tutto evidente, cari preti, che il Vecchio Testamento non è la nostra Legge, ma solo i Vangeli la sono davvero.
E allora avevano ragione i Poveri Cavalieri di Cristo che hanno gettato alle ortiche il Vecchio Testamento ed hanno impugnato Excalibur per combattere gli infedeli dell’Islam e di Israele, entrambi proni ai comandi tremendi di Jahweh ed Alllah.
Forse, anche per questo, i Templari sono finiti arrosto… ma non tutti.
Non nobis Domine non nobis sed nomini tuo da Gloriam.

Confermata la morte di Al-Baghdadi, avanti il prossimo

dalla Segreteria Generale SMOT – Apprendiamo con soddisfazione dal quotidiano La Stampa che Al-Baghdadi è morto. Questa volta lo dice l’Isis, a conferma dell’annuncio dato un mese fa dal ministero della difesa russo. A comunicare la notizia ai sudditi del Califfato, nella città di Tell Afar, una delle ultime in mano agli islamisti in Iraq, è stata un’auto ufficiale dello Stato islamico, che ha percorso la strade centrali e ripetuto attraverso l’altoparlante il breve comunicato: “La guida dei credenti è morta, presto sarà annunciato il nome del nuovo Califfo, continuate sulla via della jihad, non cedete alle divisioni”. Il racconto di quello che potrebbe essere l’epitaffio non solo per Abu Bakr al-Baghdadi, ma per l’intero Califfato, viene da una fonte della televisione satellitare irachena Al-Sumariya, interna a Tall Afar. Non esattamente la Bbc. Al-Sumariya si è fatta una specializzazione negli annunci della morte del Califfo, almeno una decina. La fonte è tenuta segreta, per ovvi motivi di sicurezza, perché rischia di essere decapitata se scoperta. Ma non c’è neanche uno straccio di video o audio a corroborare il racconto. La stessa fonte precisa che “l’annuncio era atteso dopo che era stato tolto il divieto in città di parlare pubblicamente della morte di Al Baghdadi”. Mentre le agenzie e i siti di tutto il mondo rilanciavano la notizia, nella tarda mattinata di martedì 11 luglio 2017 arrivava un’altra conferma. Questa volta dall’Osservatorio siriano per diritti umani, una Ong basata a Londra ma con una fitta rete di informatori in tutte le città siriane. Era il direttore Rami Abdulrahman a rivelare di avere “informazioni attendibili” sull’avvenuto decesso di Al-Baghdadi, da parte di “un leader siriano dell’Isis, di primo rango, dall’area orientale della provincia di Deir ez-Zour”.

Al-Baghdadi potrebbe essere stato ucciso in un raid contro l’Isis

al bagdadida La Stampa – Il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi potrebbe essere stato ucciso in un raid a Raqqa lo scorso 28 maggio. Questa volta la fonte è il ministero della Difesa russo che sta cercando di verificare la notizia con lavoro di intelligence sul terreno, sempre molto difficile nel territorio controllato dallo Stato islamico. Ma le voci che tra il gruppo di dirigenti colpito dai cacciabombardieri di Mosca ci fosse anche l’autoproclamato califfo sono sempre più insistenti. Al-Baghdadi sarebbe arrivato alla fine di maggio per preparare le difese della capitale siriana dell’Isis in vista dell’assalto del guerriglieri curdi appoggiati dagli Usa, come aveva fatto a Mosul fra ottobre e dicembre.

Egregi signori della Toyota, vogliamo sapere a chi fatturate le fuoristrada dell’Isis

di Andrea Guenna – Non è complicato sapere chi finanzia l’Isis: si può cominciare con l’identificazione di chi gli regala le fuoristrada che di tanto in tanto vediamo allineate a decine in lunghe colonne, con dentro quelli dell’Isis che esultano. Escludendo a priori il fatto che a regalare le fuoristrada Toyota ai seguaci del califfo sia la Toyota stessa, bisogna controllare i dati anagrafici di chi, società, banca o persona fisica, ha pagato quelle macchine, in quanto non sarà affatto difficile scoprire chi ne ha acquistato in un colpo solo centinaia all’ingrosso. Et voilà, spunterebbe certamente fuori e con certezza incontrovertibile un finanziatore del terrorismo islamico. A questo punto lo si prende, se è una persona fisica, li si prende se si tratta di capi d’una banca o società multinazionale (ipotesi quasi certa) e li si sbatte dentro in attesa d’una condanna all’ergastolo, o magari alla forca… per rendere pan per focaccia. Per la verità la Toyota, interpellata mesi fa da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, ha fatto sapere che 22.500 di questi sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita, 32.000 dal Qatar, 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese. In ogni caso, per venire a capo dell’enigma, il Sovrano Militare Ordine del Tempio sta predisponendo la denuncia penale contro gli acquirenti citati in attesa della rogatoria internazionale. Così si fa, cari signori dell’Intelligence, cari politici al Governo, cari banchieri che, nel caso non doveste darvi da fare in questo senso, non sarebbe sbagliato considerarvi complici degli sponsor dei terroristi. E così, dentro anche voi per reticenza. Ci servono solo giudici intelligenti e coraggiosi. Staremo a vedere.
Intanto io che devo comprare un’auto nuova ne prenderò una di qualsiasi marca purché non sia una Toyota.

Unar nella bufera, Spano si dimette: orge pagate dal Governo Italiano?

spano francesco(Ansa) – L’Unar, Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio, nella bufera dopo le polemiche sui finanziamenti a associazioni gay (clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=L2YthjKHx8A per vedere il servizio) scatenate da un servizio tv delle Iene e il sudo direttore, Francesco Spano (nella foto), si è dimesso dal suo incarico. Nel servizio delle Iene (Matrix del 21 febbraio 2017) si accusa l’Unar di aver finanziato un’associazione di persone omosessuali a cui fanno capo circoli nei quali si praticherebbe prostituzione maschile, e il direttore dell’Ufficio di essere socio di questa stessa associazione e dunque, secondo le accuse, in palese conflitto di interesse.
“Ho deciso di rimettere il mio mandato – spiega Spano – non perché ritenga di avere responsabilità, perché rivendico la piena correttezza del mio operato in questo anno, ma per rispetto al ruolo affidato all’ufficio che fino ad oggi ho avuto l’onore di guidare. Occuparsi di contrasto alle discriminazioni presuppone, infatti, entusiasmo e generosità: due doti che ho provato ad avere sempre in questi mesi e che questa squallida vicenda mi ha tolto”.

L’associazione intitolata a Mario Mieli, omosessuale, coprofago e pedofilo, fa parte dell’Unar della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Gli italiani che pagano le tasse devono sapere che l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si avvale della consulenza dell’Associazione Mario Mieli (nella foto), il fondatore del movimento omosessuale italiano, scrittore e autore nel 1977 del celebre “Elementi di critica omosessuale” che divenne un fondamento dei cosiddetti “lavaggi del cervello”, ovvero delle teorie di genere in Italia: approccio psicologico e antropologico dell’omosessualità (con quali competenze?), giudicato “pietra miliare per un’intera generazione di militanti gay”.

Travestito a scuola
Mieli in gioventù usava vestire quasi sempre con abiti femminili, andava truccato a scuola, saliva sugli autobus nudo sotto una pelliccia, indossava i gioielli di famiglia, non a caso il professor Zapparoli, lo psichiatra che lo aveva in cura, aveva diagnosticato una sindrome maniaco-depressiva con connotazioni schizoidi. Frequentò esponenti del movimento gay inglese e fondò nel 1971 la prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, chiamata “FUORI!” (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano). Si staccò da essa nel 1974 perché l’associazione si fece inglobare dai soliti approfittatori del Partito Radicale, lui invece non era convinto che si dovesse passare dalla politica per cambiare il mondo (e su questo aveva ragione).

Era un “mangiamerda”
La caratteristica per cui è spesso ricordato è stata la coprofagia, ovvero l’hobby sessuale di mangiare i propri escrementi. Famosa è la sua esibizione pubblica all’Ompo’s, durante la quale si esercitò in questi atti (anche con gli escrementi del suo cane). Il poeta gay Dario Bellezza (morto di AIDS) ironizzò così: “A Mario non è rimasto altro che mangiar la merda per far parlare di sé”. Morì suicida nella sua abitazione di Milano, nel 1983 a soli 30 anni, dopo l’ennesimo periodo di depressione. A lui è intitolato il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, sorto a Roma nello stesso anno della morte da suoi estimatori, che lo ricorda così: “Si esibì più volte gustando merda e bevendo il proprio piscio pubblicamente come a fornire un supporto umano e pesante ai prodotti più nascosti e più inumani dell’uomo; come a farsi forte di quella merda con cui una società bigotta, borghese e clericale aveva tentato di coprirlo”.

Mieli era notoriamente anche necrofilo
Il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Italiano, “Liberazione”, lo ha celebrato più volte. L’11 marzo 2008 ha riassunto così la sua biografia: “Vestiti da donna, teatro d’avanguardia, teoria, militanza, droga, coprofagia. Venticinque anni fa, il 12 marzo 1983, usciva volontariamente di scena, suicida a 31 anni, il più grande intellettuale queer italiano”. L’articolo è scritto da un suo ammiratore – di cui per pietas cristiana omettiamo il nome – che ha onorato le gesta di una “dimensione esemplare e quasi mitica, sfaccettature di una coraggiosa e coerente complessità”. Il suicidio di Mieli viene definito un “capolavoro di estremo narcisismo o esempio di masochismo che può sublimare, se usato politicamente, l’istinto di morte della Norma eterosessuale”.

La Norma eterosessuale
La Norma eterosessuale significava per Mieli – probabilmente segnato dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico e dall’effetto di droghe di cui abusava – la rimozione dell’omosessualità e della femminilità da ogni uomo, perché “la dimensione di una transessualità originaria e profonda, costituisce la cifra essenziale dell’Eros di ciascun individuo”. Lui ha introdotto il concetto per cui “la Norma eterosessuale castra il desiderio attraverso l’educazione, producendo una società di adulti monosessuali, repressi, intrinsecamente omofobi e per questo votati alla guerra”. In poche parole, per l’icona gay italiana “ogni uomo si trova a dover fare i conti con il frocio e con la donna repressi dentro di lui”, che Mieli invita ad accettare, accogliere e liberare.
“Fissarsi” su “un singolo oggetto sessuale” (cioè, per oggetto si intende solo l’uomo o solo la donna) è – secondo Mieli – “un limite, un sintomo di repressione, di rimozione della naturale disposizione transessuale”. Bisognerebbe aprirsi sessualmente ad ogni “oggetto”, dagli uomini agli animali e, perché no, fino ai propri escrementi. Solo così non si sarebbe repressi e omofobi. “Una posizione, questa, che scandalizza ancora oggi”, si lamenta il suo ammiratore su “Liberazione”.

L’uomo è un transessuale
Le perversioni più assurde servono proprio per “restituire agli individui la condizione originaria di transessualità, ovvero la libera e gioiosa espressione della pluralità delle tendenze dell’Eros”. Esse, secondo lo slogan da lui coniato, “Mens sana in corpore perverso” (sbagliando pure il latino), “sono tappe inevitabili, lungo il cammino dell’Eros e dell’emancipazione per la rottura di ogni tabù”. L’ammiratore di Mieli scrive con stile mistico-religioso: “Elogio della merda come grimaldello che apre le porte dell’armonia, come supremo vessillo della liberazione, come fonte di ricchezza accessibile a chiunque, come comunione sublime per un’iniziazione scandalosa, per una conoscenza schizofrenica e divergente. Il Mieli “alchemico” dell’ultima parte della sua vita narra un’esperienza magico-erotica che lo vede protagonista insieme al suo fidanzato: la celebrazione di un rito di “nozze alchemiche”, con la preparazione e l’assunzione di un pane “fatto in casa”, un dolce nel cui impasto confluivano non solo merda, sangue e sperma, ma anche ogni altra secrezione corporale, dalle lacrime al cerume. Perché? “L’abbiamo mangiato – dice Mieli – e da allora siamo uniti per la pelle. Pochi giorni dopo le nozze, in una magica visione abbiamo scoperto l’Unità della vita. Era come se non fossimo due esseri disgiunti, ma Uno; avevamo raggiunto uno stato che definirei di comunione”. Forse è per questo che non pochi psicologi hanno cominciato a parlare di “terapie riparative”?

Pedofilo
Anche in Mieli ritorna il pensiero della pedofilia, come nel movimento omosessuale americano Nambla. Si legge nell’articolo di “Liberazione”: “Il bambino è, secondo Mieli, l’espressione più pura della transessualità profonda cui ciascun individuo è votato. È l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros”. Secondo l’articolista del quotidiano comunista, questo è un “discorso eversivo e scomodo oggi più che mai, in una società attanagliata dal tabù che investe senza appello il binomio sessualità-infanzia, ossessione quasi patologica che trasforma il timore della pedofilia in una vera e propria caccia alle streghe”. Anche i bambini dovrebbero fare sesso, secondo Mieli, perché l’Eros, “se lasciato libero di esprimersi, può fondare una società diversa da quella in cui viviamo. Sicuramente più libera”. L’adozione gay, invece, potrebbe «inculcare nel bambino i valori di una sessualità più vicina al potenziale transessuale originario?”, ci si domanda su “Liberazione”.

Pregiudizi cristiani
I valori cristiani e quelli familiari naturali, secondo Mieli sono “pregiudizi di certa canaglia reazionaria” che, trasmessi con l’educazione, hanno la colpa di “trasformare il bambino in adulto eterosessuale”. I pedofili invece possono “liberare” i bambini: “Noi checche rivoluzionarie – ha scritto l’icona gay italiana – sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, si, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega” (da “Elementi di critica omosessuale”, 1977).

Queste cose sono adottate come fondanti della teoria gender e della legge sulla Buona Scuola che prevede il suo insegnamento fin dall’asilo.

Non guardate il Festival di Sanremo, ribellatevi

Red – Pubblichiamo con piacere il Comunicato Stampa diramato dalle Sentinelle in Piedi per lanciare la veglia di sabato 11 febbraio a Sanremo. Una città simbolo dell’orgoglio musicale italiano, che ora si trova invece a ospitare una becera propaganda Lgbt (a spese nostre). Seguiranno il 18 e il 19 le veglie di Napoli e Verona.
Chiamereste in casa vostra un trafficante di esseri umani? Fareste accomodare sul divano una persona che ha stipulato un contratto per comprare un bambino? Sareste disposti a pagare per farvi un caffè con un uomo che ha commesso un reato e non solo non è pentito, ma si prepara a rifarlo? Attenzione se la risposta è no, perché questo è quello che vedremo al Festival di Sanremo.
Il solco della propaganda dei festival condotti da Carlo Conti è tracciato. Nel 2015 ospite della seconda serata è Conchita Wurst (nella foto con Conti), all’anagrafe Thomas Neuwirth, uomo vestito da donna che si definisce trans e che solo per questo – senza nessun merito artistico – è stato chiamato. Sempre lo stesso anno Conti ha dato spazio a due uomini che in diretta, sul primo canale del servizio pubblico, hanno raccontato “il loro amore” e al duo comico Luca e Paolo che hanno “celebrato” un matrimonio al grido di “Essere gay è ok”.
L’anno successivo, sul palco dell’Ariston, abbiamo visto cantare gran parte dei cantanti con un nastrino arcobaleno, simbolo dei cosiddetti diritti gay (termine che non ha riscontri nella realtà e che ci rifiutiamo di usare poiché svilisce le persone), gesto che ci hanno presentato come spontaneo quando chiunque sa che in una delle produzioni televisive italiane più costose dell’anno anche il più piccolo dettaglio è sapientemente studiato. Non solo. Sempre nel 2016 tra i big c’erano Elton John e Nicole Kidman, entrambi scritturati a suon di migliaia di euro dei contribuenti unicamente perché hanno deciso di commissionare, produrre e comprare dei bambini tramite l’abominevole pratica dell’utero in affitto che schiavizza le donne e rende i bambini merce. Fatti per cui andrebbero perseguiti dalla legge italiana che considera questa pratica illegale.
Quest’anno sta per accadere la stessa cosa. Carlo Conti ha invitato Ricky Martin, cantante portoricano che 8 anni fa si è procurato due bambini con la medesima pratica e ha annunciato che presto lo rifarà perché “vuole altri bambini” con l’uomo che ha intenzione di “sposare” nel 2017.
Ma c’è un altro big che vedremo al festival di Sanremo quest’anno e che ha annunciato che ricorrerà alla stessa pratica illegale: Tiziano Ferro. Il cantante ha dichiarato di voler un figlio, anche da solo, e di aver già avuto diversi incontri in California per capire gli aspetti burocratici del contratto.
Rai Uno tra meno di una settimana pagherà profumatamente con i nostri soldi almeno due uomini che hanno annunciato che presto schiavizzeranno una donna per farle produrre un bambino, compreranno il prodotto finito strappandolo a colei che l’ha portato in grembo nove mesi e se lo porteranno in Italia chiamandolo figlio.
È accettabile tutto questo?
Al direttore artistico del Festival, a Carlo Conti e a Maria De Filippi, al direttore di Rai Uno e alle autorità italiane noi vogliamo ribadire che la pratica dell’utero in affitto nel nostro paese è illegale e quindi andrebbe punita, non celebrata e meno che meno pagata con i soldi dei contribuenti.
Le donne non sono dei grembi da schiavizzare e i bambini non sono merce.
Per questo scendiamo in piazza a pochi metri dal Teatro Ariston e col nostro silenzio diremo che le Sentinelle in Piedi non sono disposte ad accettare che un reato venga nuovamente celebrato come un progresso in diretta televisiva.
Un giorno questi bambini ci chiederanno dove eravamo mentre loro, piccini, venivano strappati alla mamma e trattati come un oggetto. Quindi chiediamo agli italiani: sarete pronti a rispondere a questa domanda?
Se non volete essere complici, scendete in piazza con noi:
SABATO 11 FEBBRAIO 2017
alle ore 15.00 in corso Imperatrice a SANREMO
Con la nostra presenza ferma e silenziosa ribadiremo quello che il pensiero unico non vuole sentire, ossia che esiste un bene e un male e al male non c’è altra reazione possibile di quella di alzarsi in piedi e dissentire.
Altri appuntamenti delle Sentinelle in Piedi:
– NAPOLI, sabato 18 febbraio ore 18, via Scarlatti
– VERONA, domenica 19 febbraio ore 16, piazza dei Signori
Su facebook: Sentinelle in piedi – info@sentinelleinpiedi.it
A noi templari piace aggiungere l’illuminante frase di Gilbert Keith Chesterton, che dice: “Fuochi saranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, il resto aggiungetelo voi.
Se siete genitori normali, ovvero marito e moglie, uomo e donna, e se avete un po’ di tempo, vi consigliamo di cliccare sul fotogramma sopra e seguire la splendida conferenza di Elisabetta Frezza sul tema gender.
Non bisogna arrendersi.