Category: Scienza e religione

Il professor Safran: l’uomo non è stato creato ma fabbricato

di Amos Vitale – Per l’ebraismo potrebbero stare assieme senza fare a pugni. Una volta di più le autorità Halachiche (i rabbini incaricati di interpretare la realtà contemporanea alla luce delle regole fissate dalla scrittura e dalla tradizione) disorientano i moralisti della domenica, e cominciano ad analizzare una delle questioni morali più scottanti e delicate di questa fine millennio con taglio del tutto anticonvenzionale.
Responsabile della sezione di etica medica e legge ebraica all’università di Gerusalemme, consulente del rabbinato Aschenazita (di matrice culturale centroeuropea) in Israele, scienziato, rabbino, il professor Igael Safran è fra le prime autorità a pronunciarsi su un argomento che una volta di più rischia di vedere la cultura ebraica su un fronte opposto rispetto alle altre tradizioni religiose. E da molti viene considerato eccessivamente moderato.
“Non vedo niente di terribile – ha scritto attaccandolo l’autorità Halachica statunitense Yaakov Menken – nelle ricerche sulla clonazione attualmente in corso. Mi stupisce che il rabbinato israeliano le trovi discutibili. Il fatto che si possano prefigurare degli abusi non è certo un motivo per proibirle e per fermare una ricerca che può determinare grandi progressi della medicina. Il vero problema morale – aggiunge – non è tanto la creazione di cloni umani, quanto come ci comporteremo nei loro confronti dopo averli messi al mondo”.
“Piuttosto che precipitarci a lanciare anatemi – ha dichiarato il suo collega Avi Shafran – dovremmo fermarci ad ammirare il miracolo che regola il funzionamento del dna che questi esperiementi evidenziano semmai con maggior chiarezza”. A quanto sembra, professor Safran, i rabbini sono fra i rari uomini di fede cui Dolly, la pecorella scozzese clonata, non è dispiaciuta.
Quando il gran rabbino Aschenazita Israel Lau mi ha chiesto di predisporre un parere sulla nascita della pecora riprodotta da altre cellule della stessa specie senza l’intervento di un esemplare maschio, mi era sembrato opportuno consigliargli la prudenza. La questione, in effetti, si presenta in maniera molto controversa e non può essere liquidata facilmente con una battuta. La presa di posizione del rav lau si è infatti mantenuta su questa linea di equilibrio.
L’ebraismo non lancia anatemi nei confronti della ricerca scientifica, non è interessato a gridare allo scandalo non appena qualcosa di nuovo si muove in una provetta, ma contemporaneamente ha il dovere di domandarsi dove ci stanno conducendo le scoperte dei ricercatori. Sta di fatto che questa posizione intermedia da molti è stata attaccata. Gli uni (essenzialmente non ebrei) l’hanno considerata troppo avanzata, mentre altre autorità ebraiche, a cominciare dal gran rabbino sefardita (di cultura mediterranea) di Israele, Eliahu Bakshi Doron, si sono espressi in maniera molto più possibilista. Secondo lui in questo campo tutto quello che non è espressamente proibito dalla Bibbia deve considerarsi lecito.
Ma quali sono i pro e i contro identificati dalle autorità ebraiche?
Parlare degli aspetti inquietanti sollevati dal problema della clonazione è fin troppo facile. Basti pensare alla possibilità sinistra, che senz’altro sarebbe piaciuta a Hitler, di riprodurre a piacimento soldati obbedienti e pronti a tutto. Ma anche all’eventualità di dar vita ad esseri umani concepiti al solo fine del prelievo degli organi, in una sorta di agghiacciante usa e getta. Di mettere al mondo bambini senza genitori e senza amore. Per non parlare della possibilità di formare esseri intermedi, incroci fra uomini e bestie. Tutti noi abbiamo il dovere di interrogarci. Dove ci condurrà la capacità che si va sviluppando di far nascere uomini senza passare attraverso il processo della riproduzione? Fino a dove potremo arrivare?
Uno scenario da incubo che è stato evocato anche da molti altri leader religiosi. Ma allora perchè non lanciare l’anatema?
Non è così semplice. Lo stesso processo scientifico, infatti, per quello che se ne sa potrebbe essere estremamente utile per curare alcune malattie e sanare gravi disfunzioni. Mi riferisco in particolare alla lotta contro il morbo di parkinson, che comporta la necessità di produrre continuamente cellule nuove, alla possibilità di portare a termine trapianti molto difficili e a una soluzione praticabile per soddisfare le aspettative delle coppie sterili.
Eppure in questo suo atteggiamento possibilista la cultura ebraica tradizionale sembra riscoprire qualcosa di molto antico, un’idea che la accompagna dalle proprie origini.
È vero. Basterebbe ricordare come sono venuti al mondo Adamo ed Eva. Ma prendiamo un punto di riferimento fondamentale della letteratura cabalistica, il “Sefer Yezira”, il libro della creazione, che risale probabilmente all’ottavo secolo. Nel suo breve testo (solo 1600 parole) si spiega la relazione segreta fra le componenti del corpo umano, il tempo e le lettere dell’alfabeto ebraico. Si tratta in realtà di un manualetto utile a chi voglia creare nuovi esseri viventi. Lo stesso che usò il rabbino loew nel ghetto praghese del ‘500 per dare vita al mitico Golem.
Ma il Golem, oltre che il capostipite di tutti gli automi, è il prototipo di ogni sciagura che può essere determinata dalla clonazione. Un robot dalla forza straordinaria capace di combinare non pochi guai, che infine fu distrutto dal suo stesso creatore.
Certo. Infatti non rispondeva a quelle caratteristiche minime che l’ebraismo considera necessarie per poter attribuire a una creazione la dignità di persona.
E quali sarebbero?
Il Talmud e la letteratura rabbinica indicano tre punti di riferimento: essere nati da una donna, essere dotati della capacità di esprimere in una qualche forma la propria volontà e della capacità di mettersi in comunicazione con il mondo esterno.
Sono caratteristiche di cui gli esseri clonati potrebbero essere provvisti?
Per quanto se ne sa direi di sì. Chi nasce da una donna, anche senza l’intervento maschile, sia dotato di volontà e padroneggi un linguaggio deve essere rispettato.
Una creatura orfana di padre?
Non precisamente. I tribunali rabbinici stanno analizzando la complessa questione di chi sia effettivamente il padre dei bambini nati dall’inseminazione artificiale. La risposta più frequente è che il padre della madre diviene il padre giuridico. L’elemento paterno resta, anche nel processo di clonazione, il problema è che non sappiamo ancora esattamente dove si nasconda.
In che senso?
Le cellule utilizzate in questi esperimenti, per esempio, provengono spesso dalla zona dell’orecchio, che contiene le componenti maschili della generazione precedente. Tanto allarme, da parte di teologi di tutti i colori, le sembra allora ingiustificato?
Abbiamo la necessità di domandarci: siamo di fronte a un progresso per l’umanità o piuttosto siamo alla vigilia di un imbarbarimento?
Il problema è che in ebraico la parola ‘progresso’ (‘Kadima’) contiene in sè il concetto di ‘regresso’ (‘Kedem’). I nostri maestri hanno previsto che dopo il quinto millennio (ci troviamo ora nell’anno ebraico 5757) si apriranno le porte degli sviluppi scientifici. Questo comporterà l’esplosione di grandi potenzialità, ma non potrà automaticamente garantire una migliore tutela della nostra dignità umana.
La cultura ebraica non nega del resto la possibilità di perfezionare la creazione. Noi pratichiamo sui nostri figli la circoncisione, che costituisce il prototipo di un intervento correttivo sulla natura umana. Rispettare il mondo della natura non significa automaticamente desiderare che tutto resti immutato. Della natura, infatti, fa parte a pieno titolo anche lo stesso intelletto umano.
Si può allora permettere qualsiasi cosa?
Non esattamente. La Bibbia, per esempio, sconsiglia l’allevamento di muli (che nascono dall’unione fra un asino e una cavalla) ed esclude tutta una serie di unioni e di innesti. Dei limiti ci devono essere. Ma la regola non è tanto quella di scatenare una crociata contro la ricerca. Si tratta piuttosto di trovare una dimensione umanamente accettabile in tutti i sentieri che stiamo praticando. Naturale e ‘artificiale’ non costituiscono necessariamente due elementi in contrapposizione, ma piuttosto due livelli diversi di conoscenza.
Se il nostro grado di moralità è capace di crescere di pari passo con le nostre competenze scientifiche, allora potremo utilizzare in modo utile anche i risultati della ricerca.
Altrimenti?
Altrimenti non saranno gli anatemi dei rabbini, e nemmeno le prediche di altri leader spirituali, a salvarci dal baratro.

QUANDO I VESCOVI FANNO GLI AMBIENTALISTI

CEIdi Riccardo Cascioli – Si dice “Creato” ma alla fine si pronuncia sempre “ambiente”. È nel campo dell’ecologia infatti che si dimostra in modo palese la sudditanza culturale di certi cattolici rispetto alla mentalità del mondo, ovvero alle ideologie dominanti. Ne è un ulteriore esempio il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la Giornata di salvaguardia del Creato che si celebra il 1° settembre. Quest’anno il tema è “Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città”. Nel testo si sente l’eco del problema della cosiddetta “Terra dei fuochi”, la zona della Campania diventata nota per il rogo dei rifiuti tossici, così smaltiti dalle organizzazioni criminali, ma non è questo certamente il problema che qui vogliamo discutere. Il fatto è che ormai da tempo ogni volta che si parla di problemi ambientali invariabilmente si parte facendo qualche riferimento biblico alla Creazione, tanto per dare una prospettiva cristiana, poi si entra nel merito dei problemi assumendo pari pari i criteri ideologici del momento. Come se il fatto che esista un Creatore non abbia da suggerire un criterio originale da cui partire per giudicare anche questo problema, e si limitasse invece a dare appena una spinta morale, che poi ineluttabilmente scade nel moralismo («Siccome siamo cristiani, allora dobbiamo preoccuparci dell’ambiente e fare…»). La prima mistificazione è quella di usare come sinonimi “creato” e “ambiente”, che invece sono due termini che hanno dietro due concezioni diametralmente opposte del rapporto fra l’uomo e il mondo che lo circonda (e Dio, ovviamente). Nella cultura oggi prevalente quando si parla di ambiente si parla di un sistema con un suo equilibrio naturale che rimarrebbe tale per sempre se, purtroppo, non intervenisse l’uomo a portare scompiglio con la sua condotta scriteriata. In questa impostazione prevale una concezione negativa dell’uomo, la cui presenza – sia quantitativa sia qualitativa – va tenuta a bada (meno nascite nei paesi poveri, meno consumi nei paesi ricchi). Non a caso si parla sempre di difesa dell’ambiente: se si deve difendere vuol dire che c’è un aggressore, e tale è infatti la concezione che si ha dell’uomo. Che oggi troviamo implicita anche nella gran parte dei documenti ecclesiali. Eppure, completamente diversa è l’antropologia cristiana, che invece pone l’uomo al vertice del Creato così che “tutto è per l’uomo, ma l’uomo è per Dio”. Il riconoscimento di un Creatore è decisivo, l’uomo con il suo lavoro collabora dunque alla Creazione e in questo senso va inteso il termine “custodia” o “salvaguardia” del Creato: non mantenere le cose così come sono, ma renderle migliori. È vero che molte volte gli uomini usano male la loro libertà e fanno il male, ma nella concezione di creato si riconosce anzitutto la vocazione al bene che l’uomo ha. Da questo equivoco discendono poi una serie di conseguenze nefaste. Anche nel documento della Cei troviamo ad esempio il mito della “sostenibilità”. Così saremmo chiamati a «garantire un ambiente sostenibile». Chi ha scritto il documento probabilmente ignora – anche se questo non l’assolve – l’origine di questo concetto, che nasce proprio per giustificare da un punto di vista “scientifico” la necessità di mettere l’uomo sotto controllo. Basterebbe leggere il Rapporto della Commissione Brundtland (“Our Common Future”, il nostro futuro comune) che nel 1987 ha definito ufficialmente questo concetto: è qui evidente che lo scopo, puramente ideologico, è giustificare politiche di controllo delle nascite e di riduzione dei consumi. Ancora, si presenta ancora una volta lo schema per cui la crisi ecologica è frutto dello sviluppo. Ma la realtà dimostra invece proprio il contrario: è vero che anche nei paesi sviluppati ci sono problemi, legati soprattutto alla cultura del «profitto come unica legge», ma nell’insieme tutti gli indicatori ci dicono che laddove c’è sviluppo le condizioni ambientali sono nettamente migliori, e sempre in progresso, rispetto ai paesi sottosviluppati. Pensando alla nostra Italia basterebbe rileggersi l’ode di Giuseppe Parini “La salubrità dell’aria”, scritta nel 1759 – dunque prima della Rivoluzione industriale – per avere un’idea di come fosse inquinata allora Milano e di come oggi le cose siano nettamente migliori. Per sviluppo ovviamente non va inteso soltanto il miglioramento delle condizioni economiche, ma un insieme di fattori che includono tra l’altro l’educazione, la sanità, lo stato di diritto. Non a caso, anche in Italia, certi fenomeni clamorosi di criminalità ambientale – vedi Terra dei fuochi – avvengono più facilmente in zone più arretrate o dove più forte è la presenza della criminalità organizzata. Da ultimo vale la pena notare come anche nel documento della Cei si citino luoghi comuni, come quello del ripetersi di eventi meteorologici estremi, e termini scientificamente inesistenti come “bombe d’acqua”, a dare l’idea appunto di vivere cambiamenti climatici senza precedenti, provocati dall’uomo. Non è così e lo abbiamo dimostrato molte volte: se c’è una responsabilità dell’uomo è nelle conseguenze che certi eventi hanno, perché ci si dimentica la storia del territorio in cui viviamo e abbiamo smesso di occuparci della sua “manutenzione”. Davanti all’esondazione di un fiume, molto più facile prendersela con i cambiamenti climatici (poi mettiamo i pannelli fotovoltaici pensando così di salvare il pianeta) che non riconoscere il fatto che non si tiene pulito il letto del fiume, che non si libera la rete fognaria, che non si rafforzano gli argini, che si costruisce troppo laddove non andrebbe fatto, e così via. È una vecchia storia, ma trovare sempre gli stessi falsi argomenti anche nei documenti ecclesiali, fa una certa tristezza.

SINDONE: QUELLI DI CICAP E UAAR SMENTITI DALL’ENEA

Gesù bisSicuramente non ha fatto piacere agli atei professi dell’UAAR e a quelli del CICAP il sapere che una equipe di studiosi dell’Enea con un ricerca di 5 anni abbia dimostrato che la Sindone non è un falso e che è possibile ottenere l’immagine irraggiando il lino con la radiazione ultravioletta di laser ad eccimeri della potenza totale di 34 mila miliardi di watt. Infatti gli atei dell’Uaar scrivono nel loro sito in un articolo del 29 dicembre 2011: “Uno studio realizzato da alcuni tecnici dell’ENEA (ente di ricerca pubblico) ha recentemente cercato di rimettere in discussione che la Sindone si tratti di un falso medievale, una circostanza supportata da evidenze storiche, artistiche e chimiche, nonché dalla datazione al radiocarbonio”. Traspare un po’ di malcelata rabbia: infatti quelli che sarebbero stati scienziati se avessero detto cose con cui loro erano d’accordo adesso sono solo tecnici e inoltre l’Enea è definito tra parentesi “ente di ricerca pubblico”’ quasi a dire che, essendo pubblico, potrebbe occuparsi d’altro o dire cose diverse perché spende soldi anche degli atei. Ma dove traspare molta superficialità quando scrivono che “hanno cercato di rimettere in discussione che la Sindone si tratti di un falso medioevale”. Danno ormai per assodato quello che assodato non è,  e  cioè  ‘che la Sindone sia un falso medioevale,”‘circostanza supportata da evidenze storiche, artistiche e chimiche” mentre è ormai noto a chiunque conosca i risultati pubblicati dagli studiosi della Sindone che  è vero il contrario e cioè le evidenze storiche, artistiche e chimiche, oltre che anatomo – patologiche, biologiche,  pollinologiche, matematiche, informatiche, ecc., danno come certo il fatto che la Sindone sia in realtà del periodo di Gesù Cristo, mentre sono rimaste le dubbie analisi al radiocarbonio del 1989 che hanno datato il telo come risalente al  periodo medioevale. Gli eterni scettici del Cicap ora sembrano essere all’angolo anche perché trovano di meglio da fare che  riportare il giudizio di uno degli autori della ricerca a radiocarbonio Christopher Ramsey che avrebbe affermato: ”nella scienza archeologica, l’essere capaci di riprodurre qualcosa non significa che questa è stata la tecnica utilizzata” mostrando così di aver scoperto l’acqua calda. In pratica Ramsey dice che se fosse stata riprodotta l’orma sindonica con un laser ad eccimeri non è detto che sia stato usato quel mezzo per farla. Quindi essendo nel medioevo ancora sconosciuto il laser ad eccimeri la sindone non può essere opera di uomo. A meno che non sia intervenuto un extraterrestre, la sindone è opera di Dio, a meno che quelli del Cicap, gli scettici blu, non arrivino a dire che Dio è in effetti un extraterrestre! Ma non è finita perché insieme al CICAP, l’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) altra associazione di scettici blu, riporta anche l’opinione del dottor Luigi Garlaschelli, chimico, noto  perché avrebbe ottenuto un modo chimico per riprodurre la Sindone (essenzialmente per colorazione con pigmenti ocra e invecchiamento in un forno a 250 gradi). È stato già ampiamente scritto su come sia stata facilmente smontata la tesi sballata del dottor Garlaschelli. Ma è bene leggere la parte della relazione degli studiosi dell’ENEA che ci interessa: “L’ultima analisi sperimentale in situ delle proprietà fisiche e chimiche dell’immagine corporea della Sindone fu effettuata nel lontano 1978 da un gruppo di 31 scienziati sotto l’egida dello Shroud of Turin Research Project, Inc. (STURP). Gli scienziati utilizzarono strumentazione all’avanguardia per l’epoca, messa a disposizione da diverse ditte produttrici per un valore commerciale di due milioni e mezzo di dollari, ed effettuarono numerose misure non distruttive di spettroscopia infrarossa, visibile e ultravioletta, di fluorescenza a raggi X, di termografia e pirolisi, di spettrometria di massa, di analisi Micro-Raman, fotografia in trasmissione, microscopia, prelievo di fibrille e test microchimici. Le analisi effettuate sul telo sindonico non trovarono quantità significative di pigmenti (coloranti, vernici) né tracce di disegni. Sulla base dei risultati delle decine di misure effettuate, i ricercatori STURP conclusero che l’immagine corporea non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento. Inoltre, la colorazione dell’immagine risiede nella parte più esterna e superficiale delle fibrille che costituiscono i fili del tessuto di lino, e misure effettuate recentemente su frammenti di telo sindonico dimostrano che lo spessore di colorazione è estremamente sottile, pari a circa 200 nm = 200 miliardesimi di metro, ovvero un quinto di millesimo di millimetro, corrispondente allo spessore della cosiddetta parete cellulare primaria della singola fibrilla di lino. Ricordiamo che un singolo filo di lino è formato da circa 200 fibrille”.
E ancora: “In questo lavoro abbiamo riassunto brevemente lo stato dell’arte delle conoscenze sull’immagine sindonica e spiegato i motivi dell’estrema difficoltà nel riprodurre un’immagine aventi le stesse caratteristiche fisiche e chimiche, con la conseguenza che ad oggi la scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea sulla Sindone. Alla luce di queste elevate difficoltà tecnologiche e scientifiche, l’ipotesi di un falsario medioevale non sembra ragionevole”.

MUSSO E L’ETERNA LOTTA TRA SCIENZA E RELIGIONE

Musso prof. Paolodi Michele Marsonet

Varese – l rapporto tra scienza e fede – o, se si preferisce, tra scienza e religione – è uno dei grandi temi del pensiero contemporaneo. Al dibattito non contribuiscono soltanto i filosofi, come molti ritengono, ma anche gli scienziati. Sono note le molte opere che Albert Einstein ha scritto al riguardo. Numerosi, tuttavia, pure gli scienziati dei nostri giorni che riflettono sull’argomento proponendo soluzioni di vario tipo ma, in ogni caso, interessanti. Paolo Musso, docente di Filosofia della scienza all’Università dell’Insubria, offre una sintesi del dibattito in corso in un bel libro pubblicato da Mimesis Edizioni: “La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre”. L’autore inquadra il problema nel contesto più vasto della nostra conoscenza della realtà naturale, sottolineando sin dall’inizio che questo non è il solo tipo di conoscenza di cui disponiamo. La controversia su tale affermazione è tuttora apertissima. Si può innanzitutto notare che non solo vi sono diversi generi di conoscenze scientifiche, ma anche conoscenze che fuoriescono dall’ambito della scienza. Chi sostiene una posizione simile è spesso accusato di non distinguere tra il processo propriamente cognitivo e la mera espressione di sentimenti soggettivi. E, per capire perché si verifichi la contrapposizione di cui sopra, è necessario qualche breve cenno storico. Era opinione dei positivisti del secolo scorso che la scienza moderna avesse occupato l’intero campo della conoscenza, ivi inclusi quegli spazi che, tradizionalmente, venivano riservati alla filosofia. Lo spirito scientifico andava pertanto trasferito senza esitazioni nel campo filosofico e, a questo proposito, il viennese Moritz Schlick affermò che un filosofo che conoscesse soltanto la filosofia era come “un coltello senza lama e senza manico”. Con ciò intendeva dire che il filosofo doveva essere esperto di almeno una disciplina scientifica se voleva pronunciare dei discorsi dotati di senso. Solo nella scienza si dà vera conoscenza, e le asserzioni della filosofia e della religione (ma anche dell’etica) altro non sono che enunciati privi di significato. I positivisti, dunque, attribuiscono valore soltanto agli enunciati empirici e a quelli analitici della logica e della matematica. La conoscenza è soltanto quella empirica, basata sui dati immediati, e la concezione scientifica del mondo è contraddistinta dal metodo dell’analisi logica. Una funzione determinante viene svolta, all’interno di questa visione, dalla moderna logica formale (o matematica) poiché con il suo ausilio è possibile ottenere il massimo rigore nelle definizioni e negli asserti; utilizzandola, inoltre, si riesce a formalizzare i processi inferenziali intuitivi che sono propri del linguaggio comune, traducendo quest’ultimo in una forma controllata automaticamente mediante il meccanismo dei simboli. Musso nota che queste tesi si basano in fondo su un’assunzione piuttosto forte, secondo la quale solo la scienza possiede i caratteri dell’oggettività, mentre tutte le altre manifestazioni della cultura umana sarebbero soggettive. Oppure, per dirla in maniera ancora più radicale, soltanto la scienza è razionale, mentre le altre forme che può assumere la nostra cultura sarebbero irrazionali. Ne consegue, secondo l’autore, il manifestarsi della “malattia del secolo”, vale a dire l’incapacità di comprendere significato e ruolo del sentimento, “e questo, paradossalmente, nel momento stesso in cui lo si esalta come forse non è mai accaduto in nessun’altra epoca della storia umana”. La ragione viene concepita quale fredda capacità di calcolo, chiusa in se stessa, mentre il sentimento è ridotto alla pura reattività dell’istante. Non può essere così se si rammenta che il sentimento potenzia la ragione invece di sminuirla. E questo è importante quando si affronta il tema dei rapporti tra scienza e fede. Lo stesso Einstein affermò che “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”. Il grande fisico non si riferiva ad alcuna particolare fede religiosa, ma intendeva mettere in rilievo che lo stupore sperimentato da ognuno di noi di fronte alla complessità e alla bellezza del mondo che ci circonda non può essere ridotto a una mera questione di calcolo. Si noti che per lo stesso Galileo l’autolimitazione allo studio delle “affezioni” valeva solo per il caso delle “sostanze naturali”, il che significa per la scienza sperimentale. Nota giustamente l’autore che “questo non solo non esclude, ma al contrario garantisce che sono possibili anche altre forme di conoscenza, in quanto significa, appunto, che la scienza sperimentale non si occupa di tutta l’esperienza, ma solo di una parte di essa”. La ricerca religiosa è, in fondo, il tentativo di scoprire “il senso del tutto”, di rispondere alla domanda circa il significato di tutto ciò che esiste. Naturalmente, se si trova una risposta a tale quesito, essa non va imposta a chi ha opinioni diverse dalle nostre, bensì – per quanto possibile – condivisa. E la condivisione implica, ancora una volta, la ricerca del giusto equilibrio tra ragione e sentimento.

STAMINALI: L’OBIETTIVO VITA CHE UNISCE SCIENZA E RELIGIONE

paglia mons. vincenzoCittà del Vaticano – «Sono convinto che al di là di battaglie pretestuose o di fondamentalismi che divaricano e non uniscono mai, la scienza e la fede debbano andare d’accordo, ovviamente nel rispetto della vita umana, delle persone e dei rispettivi credo» così Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, sottolinea come il perseguimento di un obiettivo comune, quello della cura di pazienti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica, abbia portato scienza e religione alla stretta di una preziosa alleanza: la creazione di un gruppo di ricerca d’eccellenza sulle staminali, che vede la collaborazione dell’Associazione Neurothon Onlus, dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico della Casa Sollievo della Sofferenza, e della Fondazione Cellule Staminali. La prima fase della sperimentazione, condotta dal professor Angelo Vescovi, Direttore Scientifico dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza, ha preso avvio il 25 giugno 2012, quando il primo paziente affetto da SLA ha subito il trapianto di cellule staminali cerebrali umane nelle zona lombare (cioè bassa) del midollo spinale. Da quel momento altri sei pazienti si sono sottoposti allo stesso trattamento, ottenendo risultati straordinari. La prima fase della sperimentazione si è conclusa il 22 marzo 2013 con il trattamento del sesto paziente: i dati clinici rilevati sono stati quindi trasmessi all’Agenzia Italiana del Farmaco e all’Istituto Superiore di Sanità, che hanno autorizzato l’avvio della seconda fase della sperimentazione, ovvero il trapianto delle cellule staminali in zone più alte del midollo spinale, nella regione cervicale. I risultati della prima fase della sperimentazione sono stati resi noti dallo stesso professor Vescovi nel corso del Convegno «SLA: Obiettivo Vita», tenutosi lunedì 24 giugno a Roma, che ha comunicato come l’utilizzo delle cellule staminali permettano di rallentare o addirittura bloccare il progredire della malattia: le staminali infatti favoriscono la ricostituzione dei neuroni che, nelle malattie degenerative come la SLA, muoiono o si atrofizzano provocando disturbi motori e mentali irreparabili. La derivazione delle cellule utilizzate per la sperimentazione è da feti abortiti per cause naturali, da cui possono essere curati centinaia di pazienti. Etichettata invece come «sciocchezza del secolo» l’ipotesi che le cellule mesenchimali (le cosiddette «staminali adulte») possano produrre cellule neuronali funzionanti. «Questi passi progressivi – conclude il professor Vescovi – per arrivare quantomeno a ottenere il blocco o il rallentamento di una patologia orrenda, che ti uccide inesorabilmente».

Margherita Monfroni

 

NEWSOME: LA FEDE DÀ RISPOSTE CHE LA SCIENZA NON DÀ

NewsomeWilliam T. Newsome, professore di neurobiologia alla Stanford University e leader internazionale nei settori delle neuroscienze cognitive e sensoriali – che sta attualmente cercando di svelare i meccanismi neurali alla base dei processi decisionali – in un articolo pubblicato per la prestigiosa rivista scientifica “Stanford Medicine Magazine” ha parlato del suo rapporto ambivalente con scienza e fede, e di come i due ambiti possano coesistere senza forti conflitti nella coscienza di ciascuno. “La mia risposta – afferma Newsome – è che i modi di pensare possono essere molto diversi nei due domini. Tuttavia, a mio parere, il modo che predomina nella vita religiosa è la normale modalità di valutazione e di decisione nel contesto globale dell’esperienza umana. La modalità scientifica, al contrario, è molto particolare. È applicabile a un numero piuttosto ristretto di esperienza ed è generalmente praticata da un piccolo sottoinsieme della popolazione, scienziati professionisti. La mia tesi centrale – ha aggiunto l’esimio scienziato – è semplice: le domande più importanti le persone devono affrontare nella loro vita non sono suscettibili di soluzione con il metodo scientifico”. Soggiunge poi: “Credo che la ricerca religiosa comporti esattamente lo stesso modo di pensare (“parte del cervello”), che è coinvolto nel prendere decisioni di vita. Essa fa perno sulle nostre azioni, le nostre speranze e le nostre aspirazioni, ecco la mia esperienza primaria in rapporto con Dio (adorazione, preghiera), si basa sulla mia esperienza nella mia comunità religiosa, sulla testimonianza degli autori biblici, nonché sulle riflessioni critiche di altri pellegrini che incontro lungo il cammino. Ciò mi permette di entrare in contatto con la realtà centrale del nostro universo, che credo sia più bello di quello che di solito osiamo sognare.”

Giovanni Balducci

 

DIO NON SI DIMOSTRA, QUINDI NON CREDO

odifreddiOdifreddi non si arrende, in pieno 2013 ancora recita a memoria la retorica illuminista: “Uno degli effetti secondari della cultura scientifica – ha detto recentemente al festival Passepartout di Asti – è non credere nei dogmi e nella religione ma nelle cose che vengono dimostrate e sperimentate, quindi una cultura dimostrativa e razionale”. Come dire: credo solo a quel che si può dimostrare scientificamente”, ma Odifreddi non ha ancora spiegato la tesi secondo cui solo i cretini non rifiutano la Bibbia. Tuttavia i più grandi pensatori della storia della scienza hanno detto proprio il contrario, sono dunque cretini loro oppure è cretino l’autore della tesi? Perché l’autore Read more

ECCO PERCHÈ IO CREDO IN COLUI CHE HA FATTO IL MONDO

zichichi antoninodi Antonino Zichichi – È opinione comune che le leggi dell’universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti del nostro tempo; un dramma che conobbe il suo primo controverso atto con Galileo Galilei. Non esiste nessuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio.
Proprio Galilei, scopritore del principio d’inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella Read more

LA SCIENZA COME CAMMINO VERSO DIO

scienza e religioneParigi – Qual è il ruolo dell’università nel definire il rapporto tra fede e scienza? È quanto hanno discusso  vescovi, cappellani,  responsabili per la pastorale universitaria e delegati di associazioni e movimenti ecclesiali in rappresentanza di 22 Paesi riuniti nei giorni scorsi a Parigi, sotto la guida di monsignor Marek Jedraszewski, vescovo ausiliare di Pozna? e presidente della commissione Catechesi, scuola e università del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). “Il rapporto tra la fede  e la scienza — ha sottolineato monsignor Jedraszewski — continua  a essere percepito come una relazione non riconciliata. Se un tempo il terreno Read more

MIRACOLI E NON: PAROLA DI CHIRURGO

Genitori LorenzoLivorno – «Questo non è un miracolo». Ma lei ci crede nei miracoli? «Diciamo che ci sono cose che noi scienziati non riusciamo a spiegare». L’ultimo caso inspiegabile si è verificato al Meyer martedì mattina. Ma non si tratta del bimbo di Livorno. Il professor Lorenzo Genitori, il neurochirurgo che l’ha operato ne è sicuro, nonostante il parroco di Montenero e il vescovo Simone Giusti la domenica di Pasqua abbiano raccontato una storia finita bene dopo le preghiere di babbo e mamma al santuario di Montenero. Il professore però di miracoli se ne intende. In sala operatoria soprattutto e pure fuori. Quello delle risposte che la scienza non riesce a Read more