Category: Scienza e religione

“La morte cerebrale è un inganno: vi spiego perché”

da Cristianesimo Cattolico – Dopo la scoperta dell’uso strumentale della nuova definizione di “morte cerebrale” per espiantare organi e le interviste ad un medico e un filosofo, che hanno spiegato la storia di questo nuovo criterio varato ad Harvard nel ’68 insieme alle conseguenze nefaste prodotte, il noto filosofo austriaco Josef Seifert, amico di Benedetto XVI ed ex membro della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), spiega l’errore scientifico che ci sta dietro e perché i cattolici non sono tenuti a credere in questa “falsa morte”.
Professor Seifert, lei fu uno dei primi a sollevare obiezioni circa il criterio della morte cerebrale all’interno della Chiesa. Perché?
Sin dal primo momento in cui ho sentito parlare di questa nuova definizione di morte durante l’Essener Conversations on State and Church, ero convinto che la nuova definizione o i nuovi criteri di morte in termini di disfunzioni irreversibili del cervello fossero profondamente sbagliati. Le mie ragioni erano e sono molto semplici e comprensibili da chiunque:
1. Un anno dopo il primo trapianto di cuore riuscito, l’interesse pragmatico in questa ridefinizione della morte al fine di ottenere organi era ovvia e ammessa palesemente (si veda “Report of the Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School to Examine the Definition of Brain Death” – Journal of the American Medical Association/JAMA, 209, pp.337-43). L’intenzione di espiantare organi motivò chiaramente la commissione di Harvard nel ridefinire la morte. Il rapporto di Harvard non dava alcuna singola ragione, a parte due di tipo pragmatico, sul perché i pazienti “morti cerebralmente” fossero morti. Ci sono molti segni e prove del fatto che le definizioni di “morte cerebrale” fossero particolarmente fondate sull’utilità piuttosto che sulla verità. Proprio il fatto che la commissione di Harvard dà solo due ragioni pragmatiche per questa ridefinizione della morte la rende molto sospetta. La convenienza di dichiarare qualcuno morto per una motivazione utilitarista o per “il bisogno di avere i suoi organi” non rende quella persona morta. Ma molte altre ragioni mi facevano dubitare.
2. Come può qualcuno dichiarare una persona “morta” se il suo cuore batte, la sua respirazione (sebbene non sia spontanea ma sostenuta dalla ventilazione) è pienamente funzionale nei polmoni e in tutte le cellule del corpo e mostra molti altri segni di vita? Come si può dichiarare morta una mamma “cerebralmente morta”, che porta in grembo un bambino e che lo partorisce nove mesi dopo averlo concepito? Disconnettere forzatamente la ventilazione ucciderebbe sia lei sia il bambino. Come fa un corpo umano ad essere morto se ha dei riflessi, se può essere nutrito e assorbire fluidi, mostrando il “miracolo” del metabolismo con la trasformazione del cibo in sostanze corporee, potendo resistere alle malattie grazie al suo sistema immunitario, mantenendo una temperatura corporea normale, mostrando una crescita proporzionale (Il giovane TK “cerebralmente morto” in maniera cronica rimase “morto” per 20 anni secondo la definizione di morte cerebrale). Non va contro ogni evidenza di vita sostenere che una persona il cui corpo mostra un numero infinito di prove e segni di vita, supera la pubertà, è gravido e partorisce un bambino vivo, sia morto? Quando mai un cadavere ha dato vita ad un bambino?
3. Un argomento bio-filosofico a favore della “morte cerebrale” sostiene che senza le funzioni cerebrali attive l’uomo non sia altro che un insieme di cellule e organi dissociati fra loro. Solo il cervello darebbe unità al corpo. Ma come si può attribuite al cervello, un organo che si forma relativamente tardi, preceduto per molte settimane dall’organismo vivente di cui sarà il cervello, il ruolo di integratore centrale della sola parte del corpo che porta la vita? Un alto livello di vita umana integrata precede chiaramente la formazione del cervello. Il cervello è il prodotto di questo essere umano integrato e in via di sviluppo, non la sua causa né il suo unico portatore.
4. Il termine “morte cerebrale” è estremamente ambiguo e significa cose totalmente differenti: 1) la morte di un organo, 2) la morte di una persona viva il cui cervello non è funzionale. Inoltre, anche lo stato fisico della morte dell’organo è del tutto ambiguo: 1a) morte del tronco cerebrale, 1b) morte cerebrale superiore (morte cerebrale), 1c) morte cerebrale completa, ecc. Nessuno di questi concetti estremamente differenti su ciò che costituisce la morte ha buoni argomenti in suo favore. Soprattutto, dato che regna la confusione più completa circa quale di queste “morti cerebrali” sia da ritenere la morte dell’uomo e dato che la confusione totale e l’incertezza circa le ragioni delle rispettive rivendicazioni di morte rimangono, qualsiasi definizione poco chiara, confusa nel contenuto delle ragioni su ciò che è morte umana, è completamente immorale e vìola i diritti umani per consentire, su basi del tutto vacillanti, l’estrazione di organi vitali unici (non doppi) e quindi in realtà, o almeno potenzialmente, di uccidere un essere umano.
5. La persona umana (l’anima) ha un essere sostanziale che non può essere ridotto alla capacità umana di usare, in un modo empiricamente dimostrabile, il suo intelletto o la sua coscienza. Perciò molti argomenti di coloro che difendono la “morte cerebrale”, di coloro che desumono dalla presunta cessazione della coscienza, del pensiero e della percezione che una persona è morta, si basano su un’antropologia materialista o attualista completamente sbagliata che identifica l’”essere persona” con l’”agire come una persona”.
6) La reazione violenta ai cosiddetti pazienti morti quando i loro organi vengono espiantati, analoga alla reazione violenta degli embrioni quando vengono abortiti, come il film “the silent cry” documenta, prova che è quantomeno probabile che le persone “cerebralmente morte” siano senzienti e che queste reazioni non siano “segni di Lazzaro” (tra l’altro: Lazzaro era vivo) in un cadavere.
San Giovanni Paolo II, nel 2000, in un discorso pronunciato durante il congresso internazionale della Società di Trapianti, parlò della “morte cerebrale” come di un criterio oramai condiviso “dalla comunità scientifica internazionale” a cui la Chiesa non obiettava. Perché secondo lei? I cattolici sono obbligati ad aderire a tale affermazione?
Il perché del discorso del Papa non lo conosco. Può essere che abbia dato credito infondato ai membri e ai leader della Pontificia accademia delle Scienze (PAS) che per due volte, nel 1984 all’unanimità e nel 1989 in larga maggioranza, ha optato per l’accettazione della definizione di “morte cerebrale” (il professor Alan Shewmon, un neurologo pediatrico di grande fama e forse il principale esperto medico sulla questione della “morte cerebrale”, iniziò a dubitare a quell’incontro circa la correttezza della sua difesa della “morte cerebrale” del 1985 e del 1987, e io, invitato dalla PAV come esperto, mi ero fortemente opposto – Josef Seifert, “Is ‘Brain Death’ actually Death? A Critique of Redefining Man’s Death in Terms of ‘Brain Death’”; in: R.J. White, H. Angstwurm, ed. I. Carasco de Paola). Ma la posizione favorevole della Pas nell’identificare la morte con la “morte cerebrale” non ha assolutamente alcun valore. La Pas (che aveva difeso molti errori filosofici, morali, teologici e altri tipi di errori) non ha autorità magisteriale. Anche il vicepresidente e, successivamente, presidente della Pontificia accademia per la vita, monsignor Elio Sgreccia, uomo di ampia conoscenza e profonda saggezza, non ha accettato le molte voci (del dottor Alan Shewmon, del professor Cicero Coimbra, la mia e di altri) che avevano criticato questa ridefinizione della morte. Quindi, potrebbe anche aver influenzato il discorso del Papa. Ma il discorso di Giovanni Paolo II ai medici trapiantisti non è un documento propriamente ecclesiale che ci obbliga ad acconsentire, specialmente con il giudizio medico empirico che contiene. Non siamo quindi obbligati ad accettare questo discorso del Santo Padre Giovanni Paolo II nella sua interezza. Dobbiamo solo accettare la dichiarazione magisteriale per cui possiamo espiantare organi vitali unici (non doppi) solamente da persone certamente defunte (ex cadavere, come formulato da papa Benedetto XVI), ma non dobbiamo nemmeno acconsentire alla dichiarazione chiaramente errata di Giovanni Paolo II in questo discorso sul fatto che ci sia un consenso universale nella comunità medica intorno alla “morte cerebrale” come morte effettiva, né dobbiamo convenire che sia legittimo estrarre organi vitali da pazienti dichiarati “cerebralmente morti”. La prima di queste affermazioni contraddice il fatto che esiste un numero considerevole (e crescente) di professionisti medici e scienziati di primo livello che non sono d’accordo con le definizioni di “morte cerebrale”. La seconda affermazione è tratta dal Papa come conseguenza dalla prima. L’affermazione dottrinale consiste solo nella necessità di essere certi che una persona sia morta prima che siano espiantati organi vitali unici (non doppi). Il resto sono solo affermazioni mediche o filosofiche sul fatto che persone il cui cervello non funziona sono morte, ma non abbiamo assolutamente alcun obbligo di concordare con tali affermazioni, in particolare quando ci accorgiamo che sono false. Inoltre, papa Giovanni Paolo II aveva poi nutrito seri dubbi riguardo alla verità del suo discorso perciò chiese che nel 2005 si tenesse un altro incontro di esperti (me incluso) alla Pas, dove in larga maggioranza e con ragioni eccellenti venne respinta l’equazione “la morte cerebrale = morte”. Il testo di questo incontro era pronto per essere mandato in stampa, le bozze del libro corrette, ma poi il volume fu soppresso dalla Pas che convocò un altro incontro in cui la maggioranza era a favore della “morte cerebrale”. Una gran parte di questi interventi silenziati fu pubblicata per il Consiglio Nazionale di Ricerche in italiano e in inglese. (Roberto de Mattei (Ed.), “Finis Vitae: Is Brain Death still Life?” Consiglio Nazionale delle Ricerche, Soveria Mannelli: Rubettino, 2006, 2007; Roberto de Mattei (Ed.), “Finis Vitae. La morte cerebrale e ancora vita?”, Consiglio Nazionale delle Ricerche. Filosofia e scienza. Saggi 193, Roma: Rubettino, 2007). Tuttavia, né le macchinazioni intelligenti né le opinioni delle maggioranze sono importanti quando c’è in gioco la verità. Anche il dottor Shewmon alla domanda se siamo obbligati ad aderire al discorso del Papa ha risposto in modo eccellente in “You die only once. Why Brain Death is not the Death of the Human Being. A Reply to Nicholas Tonti-Filippini” (Communio 39, fall of 2012, pp. 422-494). Allo stesso modo, la dottoressa e teologa Doyen Nguyen lo ha spiegato in un eccellente articolo (“Pope John Paul II and the Neurological Standard for the Determination of Death: A Critical Analysis of his Address to the Transplantation Society”. The Linacre Quarterly 84(2): 155-186, 2017).
Si dice che il criterio della vita sia sempre stato quello delle funzioni integrate del corpo, senza le quali possiamo solo parlare del funzionamento di certi organi o cellule. In sintesi, il corpo di una persona con un cuore pulsante il cui cervello, cervelletto e tronco cerebrale fossero totalmente danneggiati, sarebbe una massa di materiale biologico vivente ma non una persona. Come giustifica la sua posizione di fronte ad una teoria (quella dell’omeostasi e dell’unità integrativa delle funzioni) sposata da tutta la fisiologia e la scienza fin da Aristotele per giudicare la presenza della vita e dell’anima in un corpo?
Ovviamente, esiste una distinzione tra la vita dell’organismo in quanto tale (o come un tutto) e la vita della singola cellula di un capello o della pelle o del fegato, conservati in un frigorifero dopo un incidente mortale. Ma la questione precisamente è se il cervello sia l’integratore centrale e se tutte le attività della vita integrale dipendono da un cervello funzionante. Questo è ovviamente falso per i seguenti motivi:
1. Molte funzioni vitali integrate (crescita proporzionale, sistema immunitario, respirazione nei polmoni e delle cellule se la ventilazione viene continuata, flusso sanguigno, mantenimento della temperatura corporea e molte altre) vengono osservate nel paziente “cerebralmente morto”. L’affermazione per cui il cervello è l’integratore centrale è stata completamente e scientificamente confutata da Shewmon e la sua dimostrazione è stata accettata dal presidente americano del Council on Bioethics e dalla Commissione Etica tedesca.
2. La totalità integrata dell’organismo umano precede la formazione del cervello e perciò la vita unificata di un organismo non può essere fatta dipendere, dopo che il cervello si è sviluppato, dalla funzione cerebrale.
Quali sono le prove del fatto che il cervello non è il centro delle funzioni vitali integrate, per cui in caso di “morte cerebrale” la persona umana non può dirsi morta?
Come detto prima, la “morte cerebrale” non implica certamente la perdita completa della vita umana integrata. Nel caso della “morte cerebrale” cronica (un paziente vissuto per 20 anni in “morte cerebrale”) la vita umana integrata può continuare per decenni. Il fatto che un paziente “morto cerebralmente”, se la ventilazione viene rimossa quando il suo sistema muscolare e inalatorio non può inalare aria da solo, morirà presto, non implica che “sia già morto”. Al contrario, può morire presto proprio perché è ancora vivo: i cadaveri non muoiono.
Perché l’anima può essere presente in una persona il cui cervello e tronco encefalico siano inattivi ma il cui cuore batte? E perché sostenere questo non è eterodosso come dicono alcuni?
L’anima spirituale umana non ha sede nel cervello o in una singola parte del corpo. Non c’è alcun dogma della Chiesa che insegna che l’anima lascia un corpo, di un corpo umano vivente, quando il cervello smette di funzionare. Perciò non è eterodosso sostenere che l’anima vive nel corpo fino alla morte naturale dell’uomo. Piuttosto è eterodosso il contrario, perché la Chiesa dichiara come dogma che l’uomo ha una sola anima (non tre differenti anime: anima vegetativa – di pianta -, anima senziente o anima sensitiva e un’anima razionale). Quindi, finché nell’uomo è presente una vita vegetativa integrata o una vita senziente (entrambe chiaramente evidenziate in pazienti “cerebralmente morti”), l’unica anima umana razionale che conferisce tutti i livelli di vita al corpo è presente.
Cosa pensava Benedetto XVI della donazione di organi? C’è chi dice che fosse d’accordo con il discorso di Giovanni Paolo II sebbene avesse poi cancellato di suo pugno dalle bozze del catechismo la definizione di “morte cerebrale” e sebbene nei suoi discorsi da Papa ammise l’espianto solo ex cadavere. Ha mai avuto modo di confrontarsi con lui?
Ho parlato con papa Benedetto di questo quando era ancora cardinale, mi disse che anche il professor Spaemann, come me, aveva cercato di convincerlo da tempo a respingere la definizione di “morte cerebrale” come una definizione invalida o come criterio di morte. Gli scrissi a riguardo anche quando era diventato papa. Non mi scrisse nulla di più rispetto a quanto disse nel suo famoso discorso da papa sul fatto che gli organi (vitali e non doppi) devono essere espiantati solo ex cadavere. Questa dichiarazione indica chiaramente che non era privo di critiche rispetto alla definizione di “morte cerebrale”.
Quali criteri usare dunque per accertare la fine delle funzioni integrate del corpo e dunque la morte della persona?
Solo il criterio tradizionale del collasso totale e irreversibile di tutte le funzioni vitali compreso il battito cardiaco e la respirazione. A coloro che difendono l’espianto di organi vitali subito dopo che il cuore ha smesso di battere obietto: finché è possibile la rianimazione, anche se in alcuni casi non è richiesta dal punto di vista medico e morale, non possiamo dichiarare una persona morta. Fino ad allora ci sarà ancora vita e la sua anima sarà in lui. L’argomento secondo cui il paziente in questa situazione non avrebbe più bisogno del suo cuore, non è convincente. Per espiantare il cuore, uno potrebbe ucciderlo e porre fine alla vita che è ancora in lui e che potrebbe essere “rianimata”.
Pensa sia lecito, dopo diagnosi accurate di cervello, cervelletto e tronco encefalico completamente danneggiati, donare comunque e volontariamente organi che porrebbero fine alla vita (come il cuore) di una persona in coma irreversibile come gesto di altruismo?
No, perché significherebbe commettere un suicidio o omicidio — sebbene per una causa nobile. Anche se amiamo un altro essere umano più che noi stessi e fossimo pronti a morire per lui, come san Massimiliano Kolbe, non siamo i padroni della vita e della morte dell’uomo, né di un altra persona né di noi stessi. Possiamo prendere il posto di una vittima innocente durante un omicidio solo se un’altra persona lo sta commettendo, ma non possiamo chiedere noi ad una persona che ci uccida. Non rispettare questo sarebbe suicidarsi o, più precisamente, chiedere ad un’altra persona (che dovrebbe espiantare i nostri organi) di diventare un assassino. La buona causa e l’intenzione non giustificano questo atto.
Quando è possibile donare organi, se il criterio della “morte cerebrale” non è in alcun caso ammissibile?
Se la “morte cerebrale” non è morte reale, allora sia il traffico sia la donazione di organi vitali singoli (non doppi) espiantati da una persona “cerebralmente morta” è un errore perché significa ucciderla. Questo non esclude la volontà di donare un organo doppio quando siamo chiaramente in uno stato di completa e irreversibile disfunzione del cervello. Siccome donare questi organi non ci uccide, potremmo donarli anche durante la vita. In ogni caso non lo suggerirei in caso di diagnosi di “morte cerebrale” che possono essere errate: se in quel caso ci svegliassimo, per esempio, senza uno dei nostri reni o dei nostri occhi etc. potrebbe essere una cosa sgradevole e non voluta. Inoltre, se decidiamo di donare solo i nostri organi doppi e non vitali, è probabile che l’ospedale non legga abbastanza bene le nostre volontà, espiantando magari anche il cuore, il nostro organo vitale unico, e quindi uccidendoci del tutto.

Il professor Safran: l’uomo non è stato creato ma fabbricato

di Amos Vitale – Per l’ebraismo potrebbero stare assieme senza fare a pugni. Una volta di più le autorità Halachiche (i rabbini incaricati di interpretare la realtà contemporanea alla luce delle regole fissate dalla scrittura e dalla tradizione) disorientano i moralisti della domenica, e cominciano ad analizzare una delle questioni morali più scottanti e delicate di questa fine millennio con taglio del tutto anticonvenzionale.
Responsabile della sezione di etica medica e legge ebraica all’università di Gerusalemme, consulente del rabbinato Aschenazita (di matrice culturale centroeuropea) in Israele, scienziato, rabbino, il professor Igael Safran è fra le prime autorità a pronunciarsi su un argomento che una volta di più rischia di vedere la cultura ebraica su un fronte opposto rispetto alle altre tradizioni religiose. E da molti viene considerato eccessivamente moderato.
“Non vedo niente di terribile – ha scritto attaccandolo l’autorità Halachica statunitense Yaakov Menken – nelle ricerche sulla clonazione attualmente in corso. Mi stupisce che il rabbinato israeliano le trovi discutibili. Il fatto che si possano prefigurare degli abusi non è certo un motivo per proibirle e per fermare una ricerca che può determinare grandi progressi della medicina. Il vero problema morale – aggiunge – non è tanto la creazione di cloni umani, quanto come ci comporteremo nei loro confronti dopo averli messi al mondo”.
“Piuttosto che precipitarci a lanciare anatemi – ha dichiarato il suo collega Avi Shafran – dovremmo fermarci ad ammirare il miracolo che regola il funzionamento del dna che questi esperiementi evidenziano semmai con maggior chiarezza”. A quanto sembra, professor Safran, i rabbini sono fra i rari uomini di fede cui Dolly, la pecorella scozzese clonata, non è dispiaciuta.
Quando il gran rabbino Aschenazita Israel Lau mi ha chiesto di predisporre un parere sulla nascita della pecora riprodotta da altre cellule della stessa specie senza l’intervento di un esemplare maschio, mi era sembrato opportuno consigliargli la prudenza. La questione, in effetti, si presenta in maniera molto controversa e non può essere liquidata facilmente con una battuta. La presa di posizione del rav lau si è infatti mantenuta su questa linea di equilibrio.
L’ebraismo non lancia anatemi nei confronti della ricerca scientifica, non è interessato a gridare allo scandalo non appena qualcosa di nuovo si muove in una provetta, ma contemporaneamente ha il dovere di domandarsi dove ci stanno conducendo le scoperte dei ricercatori. Sta di fatto che questa posizione intermedia da molti è stata attaccata. Gli uni (essenzialmente non ebrei) l’hanno considerata troppo avanzata, mentre altre autorità ebraiche, a cominciare dal gran rabbino sefardita (di cultura mediterranea) di Israele, Eliahu Bakshi Doron, si sono espressi in maniera molto più possibilista. Secondo lui in questo campo tutto quello che non è espressamente proibito dalla Bibbia deve considerarsi lecito.
Ma quali sono i pro e i contro identificati dalle autorità ebraiche?
Parlare degli aspetti inquietanti sollevati dal problema della clonazione è fin troppo facile. Basti pensare alla possibilità sinistra, che senz’altro sarebbe piaciuta a Hitler, di riprodurre a piacimento soldati obbedienti e pronti a tutto. Ma anche all’eventualità di dar vita ad esseri umani concepiti al solo fine del prelievo degli organi, in una sorta di agghiacciante usa e getta. Di mettere al mondo bambini senza genitori e senza amore. Per non parlare della possibilità di formare esseri intermedi, incroci fra uomini e bestie. Tutti noi abbiamo il dovere di interrogarci. Dove ci condurrà la capacità che si va sviluppando di far nascere uomini senza passare attraverso il processo della riproduzione? Fino a dove potremo arrivare?
Uno scenario da incubo che è stato evocato anche da molti altri leader religiosi. Ma allora perchè non lanciare l’anatema?
Non è così semplice. Lo stesso processo scientifico, infatti, per quello che se ne sa potrebbe essere estremamente utile per curare alcune malattie e sanare gravi disfunzioni. Mi riferisco in particolare alla lotta contro il morbo di parkinson, che comporta la necessità di produrre continuamente cellule nuove, alla possibilità di portare a termine trapianti molto difficili e a una soluzione praticabile per soddisfare le aspettative delle coppie sterili.
Eppure in questo suo atteggiamento possibilista la cultura ebraica tradizionale sembra riscoprire qualcosa di molto antico, un’idea che la accompagna dalle proprie origini.
È vero. Basterebbe ricordare come sono venuti al mondo Adamo ed Eva. Ma prendiamo un punto di riferimento fondamentale della letteratura cabalistica, il “Sefer Yezira”, il libro della creazione, che risale probabilmente all’ottavo secolo. Nel suo breve testo (solo 1600 parole) si spiega la relazione segreta fra le componenti del corpo umano, il tempo e le lettere dell’alfabeto ebraico. Si tratta in realtà di un manualetto utile a chi voglia creare nuovi esseri viventi. Lo stesso che usò il rabbino loew nel ghetto praghese del ‘500 per dare vita al mitico Golem.
Ma il Golem, oltre che il capostipite di tutti gli automi, è il prototipo di ogni sciagura che può essere determinata dalla clonazione. Un robot dalla forza straordinaria capace di combinare non pochi guai, che infine fu distrutto dal suo stesso creatore.
Certo. Infatti non rispondeva a quelle caratteristiche minime che l’ebraismo considera necessarie per poter attribuire a una creazione la dignità di persona.
E quali sarebbero?
Il Talmud e la letteratura rabbinica indicano tre punti di riferimento: essere nati da una donna, essere dotati della capacità di esprimere in una qualche forma la propria volontà e della capacità di mettersi in comunicazione con il mondo esterno.
Sono caratteristiche di cui gli esseri clonati potrebbero essere provvisti?
Per quanto se ne sa direi di sì. Chi nasce da una donna, anche senza l’intervento maschile, sia dotato di volontà e padroneggi un linguaggio deve essere rispettato.
Una creatura orfana di padre?
Non precisamente. I tribunali rabbinici stanno analizzando la complessa questione di chi sia effettivamente il padre dei bambini nati dall’inseminazione artificiale. La risposta più frequente è che il padre della madre diviene il padre giuridico. L’elemento paterno resta, anche nel processo di clonazione, il problema è che non sappiamo ancora esattamente dove si nasconda.
In che senso?
Le cellule utilizzate in questi esperimenti, per esempio, provengono spesso dalla zona dell’orecchio, che contiene le componenti maschili della generazione precedente. Tanto allarme, da parte di teologi di tutti i colori, le sembra allora ingiustificato?
Abbiamo la necessità di domandarci: siamo di fronte a un progresso per l’umanità o piuttosto siamo alla vigilia di un imbarbarimento?
Il problema è che in ebraico la parola ‘progresso’ (‘Kadima’) contiene in sè il concetto di ‘regresso’ (‘Kedem’). I nostri maestri hanno previsto che dopo il quinto millennio (ci troviamo ora nell’anno ebraico 5757) si apriranno le porte degli sviluppi scientifici. Questo comporterà l’esplosione di grandi potenzialità, ma non potrà automaticamente garantire una migliore tutela della nostra dignità umana.
La cultura ebraica non nega del resto la possibilità di perfezionare la creazione. Noi pratichiamo sui nostri figli la circoncisione, che costituisce il prototipo di un intervento correttivo sulla natura umana. Rispettare il mondo della natura non significa automaticamente desiderare che tutto resti immutato. Della natura, infatti, fa parte a pieno titolo anche lo stesso intelletto umano.
Si può allora permettere qualsiasi cosa?
Non esattamente. La Bibbia, per esempio, sconsiglia l’allevamento di muli (che nascono dall’unione fra un asino e una cavalla) ed esclude tutta una serie di unioni e di innesti. Dei limiti ci devono essere. Ma la regola non è tanto quella di scatenare una crociata contro la ricerca. Si tratta piuttosto di trovare una dimensione umanamente accettabile in tutti i sentieri che stiamo praticando. Naturale e ‘artificiale’ non costituiscono necessariamente due elementi in contrapposizione, ma piuttosto due livelli diversi di conoscenza.
Se il nostro grado di moralità è capace di crescere di pari passo con le nostre competenze scientifiche, allora potremo utilizzare in modo utile anche i risultati della ricerca.
Altrimenti?
Altrimenti non saranno gli anatemi dei rabbini, e nemmeno le prediche di altri leader spirituali, a salvarci dal baratro.

QUANDO I VESCOVI FANNO GLI AMBIENTALISTI

CEIdi Riccardo Cascioli – Si dice “Creato” ma alla fine si pronuncia sempre “ambiente”. È nel campo dell’ecologia infatti che si dimostra in modo palese la sudditanza culturale di certi cattolici rispetto alla mentalità del mondo, ovvero alle ideologie dominanti. Ne è un ulteriore esempio il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la Giornata di salvaguardia del Creato che si celebra il 1° settembre. Quest’anno il tema è “Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città”. Nel testo si sente l’eco del problema della cosiddetta “Terra dei fuochi”, la zona della Campania diventata nota per il rogo dei rifiuti tossici, così smaltiti dalle organizzazioni criminali, ma non è questo certamente il problema che qui vogliamo discutere. Il fatto è che ormai da tempo ogni volta che si parla di problemi ambientali invariabilmente si parte facendo qualche riferimento biblico alla Creazione, tanto per dare una prospettiva cristiana, poi si entra nel merito dei problemi assumendo pari pari i criteri ideologici del momento. Come se il fatto che esista un Creatore non abbia da suggerire un criterio originale da cui partire per giudicare anche questo problema, e si limitasse invece a dare appena una spinta morale, che poi ineluttabilmente scade nel moralismo («Siccome siamo cristiani, allora dobbiamo preoccuparci dell’ambiente e fare…»). La prima mistificazione è quella di usare come sinonimi “creato” e “ambiente”, che invece sono due termini che hanno dietro due concezioni diametralmente opposte del rapporto fra l’uomo e il mondo che lo circonda (e Dio, ovviamente). Nella cultura oggi prevalente quando si parla di ambiente si parla di un sistema con un suo equilibrio naturale che rimarrebbe tale per sempre se, purtroppo, non intervenisse l’uomo a portare scompiglio con la sua condotta scriteriata. In questa impostazione prevale una concezione negativa dell’uomo, la cui presenza – sia quantitativa sia qualitativa – va tenuta a bada (meno nascite nei paesi poveri, meno consumi nei paesi ricchi). Non a caso si parla sempre di difesa dell’ambiente: se si deve difendere vuol dire che c’è un aggressore, e tale è infatti la concezione che si ha dell’uomo. Che oggi troviamo implicita anche nella gran parte dei documenti ecclesiali. Eppure, completamente diversa è l’antropologia cristiana, che invece pone l’uomo al vertice del Creato così che “tutto è per l’uomo, ma l’uomo è per Dio”. Il riconoscimento di un Creatore è decisivo, l’uomo con il suo lavoro collabora dunque alla Creazione e in questo senso va inteso il termine “custodia” o “salvaguardia” del Creato: non mantenere le cose così come sono, ma renderle migliori. È vero che molte volte gli uomini usano male la loro libertà e fanno il male, ma nella concezione di creato si riconosce anzitutto la vocazione al bene che l’uomo ha. Da questo equivoco discendono poi una serie di conseguenze nefaste. Anche nel documento della Cei troviamo ad esempio il mito della “sostenibilità”. Così saremmo chiamati a «garantire un ambiente sostenibile». Chi ha scritto il documento probabilmente ignora – anche se questo non l’assolve – l’origine di questo concetto, che nasce proprio per giustificare da un punto di vista “scientifico” la necessità di mettere l’uomo sotto controllo. Basterebbe leggere il Rapporto della Commissione Brundtland (“Our Common Future”, il nostro futuro comune) che nel 1987 ha definito ufficialmente questo concetto: è qui evidente che lo scopo, puramente ideologico, è giustificare politiche di controllo delle nascite e di riduzione dei consumi. Ancora, si presenta ancora una volta lo schema per cui la crisi ecologica è frutto dello sviluppo. Ma la realtà dimostra invece proprio il contrario: è vero che anche nei paesi sviluppati ci sono problemi, legati soprattutto alla cultura del «profitto come unica legge», ma nell’insieme tutti gli indicatori ci dicono che laddove c’è sviluppo le condizioni ambientali sono nettamente migliori, e sempre in progresso, rispetto ai paesi sottosviluppati. Pensando alla nostra Italia basterebbe rileggersi l’ode di Giuseppe Parini “La salubrità dell’aria”, scritta nel 1759 – dunque prima della Rivoluzione industriale – per avere un’idea di come fosse inquinata allora Milano e di come oggi le cose siano nettamente migliori. Per sviluppo ovviamente non va inteso soltanto il miglioramento delle condizioni economiche, ma un insieme di fattori che includono tra l’altro l’educazione, la sanità, lo stato di diritto. Non a caso, anche in Italia, certi fenomeni clamorosi di criminalità ambientale – vedi Terra dei fuochi – avvengono più facilmente in zone più arretrate o dove più forte è la presenza della criminalità organizzata. Da ultimo vale la pena notare come anche nel documento della Cei si citino luoghi comuni, come quello del ripetersi di eventi meteorologici estremi, e termini scientificamente inesistenti come “bombe d’acqua”, a dare l’idea appunto di vivere cambiamenti climatici senza precedenti, provocati dall’uomo. Non è così e lo abbiamo dimostrato molte volte: se c’è una responsabilità dell’uomo è nelle conseguenze che certi eventi hanno, perché ci si dimentica la storia del territorio in cui viviamo e abbiamo smesso di occuparci della sua “manutenzione”. Davanti all’esondazione di un fiume, molto più facile prendersela con i cambiamenti climatici (poi mettiamo i pannelli fotovoltaici pensando così di salvare il pianeta) che non riconoscere il fatto che non si tiene pulito il letto del fiume, che non si libera la rete fognaria, che non si rafforzano gli argini, che si costruisce troppo laddove non andrebbe fatto, e così via. È una vecchia storia, ma trovare sempre gli stessi falsi argomenti anche nei documenti ecclesiali, fa una certa tristezza.

SINDONE: QUELLI DI CICAP E UAAR SMENTITI DALL’ENEA

Gesù bisSicuramente non ha fatto piacere agli atei professi dell’UAAR e a quelli del CICAP il sapere che una equipe di studiosi dell’Enea con un ricerca di 5 anni abbia dimostrato che la Sindone non è un falso e che è possibile ottenere l’immagine irraggiando il lino con la radiazione ultravioletta di laser ad eccimeri della potenza totale di 34 mila miliardi di watt. Infatti gli atei dell’Uaar scrivono nel loro sito in un articolo del 29 dicembre 2011: “Uno studio realizzato da alcuni tecnici dell’ENEA (ente di ricerca pubblico) ha recentemente cercato di rimettere in discussione che la Sindone si tratti di un falso medievale, una circostanza supportata da evidenze storiche, artistiche e chimiche, nonché dalla datazione al radiocarbonio”. Traspare un po’ di malcelata rabbia: infatti quelli che sarebbero stati scienziati se avessero detto cose con cui loro erano d’accordo adesso sono solo tecnici e inoltre l’Enea è definito tra parentesi “ente di ricerca pubblico”’ quasi a dire che, essendo pubblico, potrebbe occuparsi d’altro o dire cose diverse perché spende soldi anche degli atei. Ma dove traspare molta superficialità quando scrivono che “hanno cercato di rimettere in discussione che la Sindone si tratti di un falso medioevale”. Danno ormai per assodato quello che assodato non è,  e  cioè  ‘che la Sindone sia un falso medioevale,”‘circostanza supportata da evidenze storiche, artistiche e chimiche” mentre è ormai noto a chiunque conosca i risultati pubblicati dagli studiosi della Sindone che  è vero il contrario e cioè le evidenze storiche, artistiche e chimiche, oltre che anatomo – patologiche, biologiche,  pollinologiche, matematiche, informatiche, ecc., danno come certo il fatto che la Sindone sia in realtà del periodo di Gesù Cristo, mentre sono rimaste le dubbie analisi al radiocarbonio del 1989 che hanno datato il telo come risalente al  periodo medioevale. Gli eterni scettici del Cicap ora sembrano essere all’angolo anche perché trovano di meglio da fare che  riportare il giudizio di uno degli autori della ricerca a radiocarbonio Christopher Ramsey che avrebbe affermato: ”nella scienza archeologica, l’essere capaci di riprodurre qualcosa non significa che questa è stata la tecnica utilizzata” mostrando così di aver scoperto l’acqua calda. In pratica Ramsey dice che se fosse stata riprodotta l’orma sindonica con un laser ad eccimeri non è detto che sia stato usato quel mezzo per farla. Quindi essendo nel medioevo ancora sconosciuto il laser ad eccimeri la sindone non può essere opera di uomo. A meno che non sia intervenuto un extraterrestre, la sindone è opera di Dio, a meno che quelli del Cicap, gli scettici blu, non arrivino a dire che Dio è in effetti un extraterrestre! Ma non è finita perché insieme al CICAP, l’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) altra associazione di scettici blu, riporta anche l’opinione del dottor Luigi Garlaschelli, chimico, noto  perché avrebbe ottenuto un modo chimico per riprodurre la Sindone (essenzialmente per colorazione con pigmenti ocra e invecchiamento in un forno a 250 gradi). È stato già ampiamente scritto su come sia stata facilmente smontata la tesi sballata del dottor Garlaschelli. Ma è bene leggere la parte della relazione degli studiosi dell’ENEA che ci interessa: “L’ultima analisi sperimentale in situ delle proprietà fisiche e chimiche dell’immagine corporea della Sindone fu effettuata nel lontano 1978 da un gruppo di 31 scienziati sotto l’egida dello Shroud of Turin Research Project, Inc. (STURP). Gli scienziati utilizzarono strumentazione all’avanguardia per l’epoca, messa a disposizione da diverse ditte produttrici per un valore commerciale di due milioni e mezzo di dollari, ed effettuarono numerose misure non distruttive di spettroscopia infrarossa, visibile e ultravioletta, di fluorescenza a raggi X, di termografia e pirolisi, di spettrometria di massa, di analisi Micro-Raman, fotografia in trasmissione, microscopia, prelievo di fibrille e test microchimici. Le analisi effettuate sul telo sindonico non trovarono quantità significative di pigmenti (coloranti, vernici) né tracce di disegni. Sulla base dei risultati delle decine di misure effettuate, i ricercatori STURP conclusero che l’immagine corporea non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento. Inoltre, la colorazione dell’immagine risiede nella parte più esterna e superficiale delle fibrille che costituiscono i fili del tessuto di lino, e misure effettuate recentemente su frammenti di telo sindonico dimostrano che lo spessore di colorazione è estremamente sottile, pari a circa 200 nm = 200 miliardesimi di metro, ovvero un quinto di millesimo di millimetro, corrispondente allo spessore della cosiddetta parete cellulare primaria della singola fibrilla di lino. Ricordiamo che un singolo filo di lino è formato da circa 200 fibrille”.
E ancora: “In questo lavoro abbiamo riassunto brevemente lo stato dell’arte delle conoscenze sull’immagine sindonica e spiegato i motivi dell’estrema difficoltà nel riprodurre un’immagine aventi le stesse caratteristiche fisiche e chimiche, con la conseguenza che ad oggi la scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea sulla Sindone. Alla luce di queste elevate difficoltà tecnologiche e scientifiche, l’ipotesi di un falsario medioevale non sembra ragionevole”.

MUSSO E L’ETERNA LOTTA TRA SCIENZA E RELIGIONE

Musso prof. Paolodi Michele Marsonet

Varese – l rapporto tra scienza e fede – o, se si preferisce, tra scienza e religione – è uno dei grandi temi del pensiero contemporaneo. Al dibattito non contribuiscono soltanto i filosofi, come molti ritengono, ma anche gli scienziati. Sono note le molte opere che Albert Einstein ha scritto al riguardo. Numerosi, tuttavia, pure gli scienziati dei nostri giorni che riflettono sull’argomento proponendo soluzioni di vario tipo ma, in ogni caso, interessanti. Paolo Musso, docente di Filosofia della scienza all’Università dell’Insubria, offre una sintesi del dibattito in corso in un bel libro pubblicato da Mimesis Edizioni: “La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre”. L’autore inquadra il problema nel contesto più vasto della nostra conoscenza della realtà naturale, sottolineando sin dall’inizio che questo non è il solo tipo di conoscenza di cui disponiamo. La controversia su tale affermazione è tuttora apertissima. Si può innanzitutto notare che non solo vi sono diversi generi di conoscenze scientifiche, ma anche conoscenze che fuoriescono dall’ambito della scienza. Chi sostiene una posizione simile è spesso accusato di non distinguere tra il processo propriamente cognitivo e la mera espressione di sentimenti soggettivi. E, per capire perché si verifichi la contrapposizione di cui sopra, è necessario qualche breve cenno storico. Era opinione dei positivisti del secolo scorso che la scienza moderna avesse occupato l’intero campo della conoscenza, ivi inclusi quegli spazi che, tradizionalmente, venivano riservati alla filosofia. Lo spirito scientifico andava pertanto trasferito senza esitazioni nel campo filosofico e, a questo proposito, il viennese Moritz Schlick affermò che un filosofo che conoscesse soltanto la filosofia era come “un coltello senza lama e senza manico”. Con ciò intendeva dire che il filosofo doveva essere esperto di almeno una disciplina scientifica se voleva pronunciare dei discorsi dotati di senso. Solo nella scienza si dà vera conoscenza, e le asserzioni della filosofia e della religione (ma anche dell’etica) altro non sono che enunciati privi di significato. I positivisti, dunque, attribuiscono valore soltanto agli enunciati empirici e a quelli analitici della logica e della matematica. La conoscenza è soltanto quella empirica, basata sui dati immediati, e la concezione scientifica del mondo è contraddistinta dal metodo dell’analisi logica. Una funzione determinante viene svolta, all’interno di questa visione, dalla moderna logica formale (o matematica) poiché con il suo ausilio è possibile ottenere il massimo rigore nelle definizioni e negli asserti; utilizzandola, inoltre, si riesce a formalizzare i processi inferenziali intuitivi che sono propri del linguaggio comune, traducendo quest’ultimo in una forma controllata automaticamente mediante il meccanismo dei simboli. Musso nota che queste tesi si basano in fondo su un’assunzione piuttosto forte, secondo la quale solo la scienza possiede i caratteri dell’oggettività, mentre tutte le altre manifestazioni della cultura umana sarebbero soggettive. Oppure, per dirla in maniera ancora più radicale, soltanto la scienza è razionale, mentre le altre forme che può assumere la nostra cultura sarebbero irrazionali. Ne consegue, secondo l’autore, il manifestarsi della “malattia del secolo”, vale a dire l’incapacità di comprendere significato e ruolo del sentimento, “e questo, paradossalmente, nel momento stesso in cui lo si esalta come forse non è mai accaduto in nessun’altra epoca della storia umana”. La ragione viene concepita quale fredda capacità di calcolo, chiusa in se stessa, mentre il sentimento è ridotto alla pura reattività dell’istante. Non può essere così se si rammenta che il sentimento potenzia la ragione invece di sminuirla. E questo è importante quando si affronta il tema dei rapporti tra scienza e fede. Lo stesso Einstein affermò che “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”. Il grande fisico non si riferiva ad alcuna particolare fede religiosa, ma intendeva mettere in rilievo che lo stupore sperimentato da ognuno di noi di fronte alla complessità e alla bellezza del mondo che ci circonda non può essere ridotto a una mera questione di calcolo. Si noti che per lo stesso Galileo l’autolimitazione allo studio delle “affezioni” valeva solo per il caso delle “sostanze naturali”, il che significa per la scienza sperimentale. Nota giustamente l’autore che “questo non solo non esclude, ma al contrario garantisce che sono possibili anche altre forme di conoscenza, in quanto significa, appunto, che la scienza sperimentale non si occupa di tutta l’esperienza, ma solo di una parte di essa”. La ricerca religiosa è, in fondo, il tentativo di scoprire “il senso del tutto”, di rispondere alla domanda circa il significato di tutto ciò che esiste. Naturalmente, se si trova una risposta a tale quesito, essa non va imposta a chi ha opinioni diverse dalle nostre, bensì – per quanto possibile – condivisa. E la condivisione implica, ancora una volta, la ricerca del giusto equilibrio tra ragione e sentimento.

STAMINALI: L’OBIETTIVO VITA CHE UNISCE SCIENZA E RELIGIONE

paglia mons. vincenzoCittà del Vaticano – «Sono convinto che al di là di battaglie pretestuose o di fondamentalismi che divaricano e non uniscono mai, la scienza e la fede debbano andare d’accordo, ovviamente nel rispetto della vita umana, delle persone e dei rispettivi credo» così Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, sottolinea come il perseguimento di un obiettivo comune, quello della cura di pazienti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica, abbia portato scienza e religione alla stretta di una preziosa alleanza: la creazione di un gruppo di ricerca d’eccellenza sulle staminali, che vede la collaborazione dell’Associazione Neurothon Onlus, dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico della Casa Sollievo della Sofferenza, e della Fondazione Cellule Staminali. La prima fase della sperimentazione, condotta dal professor Angelo Vescovi, Direttore Scientifico dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza, ha preso avvio il 25 giugno 2012, quando il primo paziente affetto da SLA ha subito il trapianto di cellule staminali cerebrali umane nelle zona lombare (cioè bassa) del midollo spinale. Da quel momento altri sei pazienti si sono sottoposti allo stesso trattamento, ottenendo risultati straordinari. La prima fase della sperimentazione si è conclusa il 22 marzo 2013 con il trattamento del sesto paziente: i dati clinici rilevati sono stati quindi trasmessi all’Agenzia Italiana del Farmaco e all’Istituto Superiore di Sanità, che hanno autorizzato l’avvio della seconda fase della sperimentazione, ovvero il trapianto delle cellule staminali in zone più alte del midollo spinale, nella regione cervicale. I risultati della prima fase della sperimentazione sono stati resi noti dallo stesso professor Vescovi nel corso del Convegno «SLA: Obiettivo Vita», tenutosi lunedì 24 giugno a Roma, che ha comunicato come l’utilizzo delle cellule staminali permettano di rallentare o addirittura bloccare il progredire della malattia: le staminali infatti favoriscono la ricostituzione dei neuroni che, nelle malattie degenerative come la SLA, muoiono o si atrofizzano provocando disturbi motori e mentali irreparabili. La derivazione delle cellule utilizzate per la sperimentazione è da feti abortiti per cause naturali, da cui possono essere curati centinaia di pazienti. Etichettata invece come «sciocchezza del secolo» l’ipotesi che le cellule mesenchimali (le cosiddette «staminali adulte») possano produrre cellule neuronali funzionanti. «Questi passi progressivi – conclude il professor Vescovi – per arrivare quantomeno a ottenere il blocco o il rallentamento di una patologia orrenda, che ti uccide inesorabilmente».

Margherita Monfroni

 

NEWSOME: LA FEDE DÀ RISPOSTE CHE LA SCIENZA NON DÀ

NewsomeWilliam T. Newsome, professore di neurobiologia alla Stanford University e leader internazionale nei settori delle neuroscienze cognitive e sensoriali – che sta attualmente cercando di svelare i meccanismi neurali alla base dei processi decisionali – in un articolo pubblicato per la prestigiosa rivista scientifica “Stanford Medicine Magazine” ha parlato del suo rapporto ambivalente con scienza e fede, e di come i due ambiti possano coesistere senza forti conflitti nella coscienza di ciascuno. “La mia risposta – afferma Newsome – è che i modi di pensare possono essere molto diversi nei due domini. Tuttavia, a mio parere, il modo che predomina nella vita religiosa è la normale modalità di valutazione e di decisione nel contesto globale dell’esperienza umana. La modalità scientifica, al contrario, è molto particolare. È applicabile a un numero piuttosto ristretto di esperienza ed è generalmente praticata da un piccolo sottoinsieme della popolazione, scienziati professionisti. La mia tesi centrale – ha aggiunto l’esimio scienziato – è semplice: le domande più importanti le persone devono affrontare nella loro vita non sono suscettibili di soluzione con il metodo scientifico”. Soggiunge poi: “Credo che la ricerca religiosa comporti esattamente lo stesso modo di pensare (“parte del cervello”), che è coinvolto nel prendere decisioni di vita. Essa fa perno sulle nostre azioni, le nostre speranze e le nostre aspirazioni, ecco la mia esperienza primaria in rapporto con Dio (adorazione, preghiera), si basa sulla mia esperienza nella mia comunità religiosa, sulla testimonianza degli autori biblici, nonché sulle riflessioni critiche di altri pellegrini che incontro lungo il cammino. Ciò mi permette di entrare in contatto con la realtà centrale del nostro universo, che credo sia più bello di quello che di solito osiamo sognare.”

Giovanni Balducci

 

DIO NON SI DIMOSTRA, QUINDI NON CREDO

odifreddiOdifreddi non si arrende, in pieno 2013 ancora recita a memoria la retorica illuminista: “Uno degli effetti secondari della cultura scientifica – ha detto recentemente al festival Passepartout di Asti – è non credere nei dogmi e nella religione ma nelle cose che vengono dimostrate e sperimentate, quindi una cultura dimostrativa e razionale”. Come dire: credo solo a quel che si può dimostrare scientificamente”, ma Odifreddi non ha ancora spiegato la tesi secondo cui solo i cretini non rifiutano la Bibbia. Tuttavia i più grandi pensatori della storia della scienza hanno detto proprio il contrario, sono dunque cretini loro oppure è cretino l’autore della tesi? Perché l’autore Read more

ECCO PERCHÈ IO CREDO IN COLUI CHE HA FATTO IL MONDO

zichichi antoninodi Antonino Zichichi – È opinione comune che le leggi dell’universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti del nostro tempo; un dramma che conobbe il suo primo controverso atto con Galileo Galilei. Non esiste nessuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio.
Proprio Galilei, scopritore del principio d’inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella Read more

LA SCIENZA COME CAMMINO VERSO DIO

scienza e religioneParigi – Qual è il ruolo dell’università nel definire il rapporto tra fede e scienza? È quanto hanno discusso  vescovi, cappellani,  responsabili per la pastorale universitaria e delegati di associazioni e movimenti ecclesiali in rappresentanza di 22 Paesi riuniti nei giorni scorsi a Parigi, sotto la guida di monsignor Marek Jedraszewski, vescovo ausiliare di Pozna? e presidente della commissione Catechesi, scuola e università del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). “Il rapporto tra la fede  e la scienza — ha sottolineato monsignor Jedraszewski — continua  a essere percepito come una relazione non riconciliata. Se un tempo il terreno Read more