Category: Società e religione

Libertà religiosa contro il vaiolo dell’odio

(da politicamentecorretto.com) – In questa fase così difficile per i diritti globali, non meraviglia che forme antiche e nuove di odio sociale, di conflitto strisciante e di ostracismo religioso allignino inosservate all’opinione pubblica fino a che non producono le stragi, gli eventi tragici e luttuosi.
Non meraviglia del tutto che la corrente attualità riproponga una grave recrudescenza di atti anche individuali di terrorismo fondamentalista in Francia. Non serve tornare troppo indietro, a quando l’elitismo nazionalista giustificava il colonialismo o a quando, più recentemente, un Presidente conservatore poteva permettersi di definire “feccia” manifestanti ed extralegali delle banlieues. La sfida di questi anni è insieme più profonda e più pragmatica e riguarda le dinamiche di esclusione dall’esercizio attivo della cittadinanza democratica. Lo stato civile francese ieri poteva addebitarsi di aver creato una simbologia pubblica quasi religiosa, dove a essere bandito non era l’elemento teologico, bensì quello della semplice estraneità demografica. Oggi il quadro è di molto cambiato perché lo smarrimento da crisi sociale si declina contro tutte le soggettività, in particolar modo quelle non organizzate: scorie di un disagio facili da irretire, immolare, usare e buttare.
Nell’humus del rancore che non ha canali per parlare e cuori per sentire, non c’è spazio alcuno per non condannare il sangue versato. I fedeli musulmani che vivono dignitosamente la loro comunità ci spiegano che non c’è spazio sul piano teologico: non c’è fede né lettura coranica che possano legittimare l’odio contro l’odio fino alla perdita della vita. Ma anche sul piano culturale, legale e politico è impossibile trovar ragione della mattanza di Nizza e delle sue lugubri decapitazioni. C’è materiale, molto, per la criminologia e per l’analisi giudiziaria comparata: Nizza già colpita, e con tutte le modalità operative del proselitismo jihadista. Prima i furgoni rubati e lanciati contro le folle, poi gli attacchi con le armi da fuoco in obiettivi et(n)icamente sensibili (punti di ristoro, giornali, sale musicali), poi ancora gli attacchi al coltello e infine oggi il ritorno esemplare delle decapitazioni.
C’è desolazione a veder la vita altrui usata a conferma della propria volontà di potenza, fino a che l’omicida confessa la sua totale debolezza semantica proprio nell’atto di negar l’altro per esistere in sé.
C’è desolazione nella tragica casualità per cui si muore senza saperlo, per un essersi trovati dove e come era meglio non essere, anche se nessuna regola di condotta – fosse pure esclusivamente di cautela prudenziale! – ci avesse imposto di esser non lì, ma altrove.
Può apparire retorica, ma c’è un modo solo di onorare i morti di Nizza, continuando a presidiare cioè il diritto e la virtù della libertà religiosa. La complessità accogliente dove albergano la funzione del culto cattolico in cattedrale, la preghiera del venerdì e quella del sabato, l’ateismo senza smanie giudicanti, la satira indigesta e non per questo da cui derogare.
Nizza ci restituisce così la sua valenza archetipica: città anarchica e poi antinazionale, autonomista e poi nazionalista, comunarda e poi borghese. Oggi esposta alle migrazioni, alle “reti” materiali e non materiali dell’agire civile giuridicamente orientato, non dovrà più temere che la contraddizione generi morte. Altro spetta alla contraddizione feconda del costituzionalismo plurale: generare la vita e la civiltà del diritto.

Il fascino senza tempo della Sacra di San Michele: lo Scalone dei Morti

(da torinoggi.it) – Il fascino senza tempo della Sacra di San Michele. C’è chi ci arriva per fede, in pellegrinaggio, e chi invece per ammirarne l’indiscussa bellezza.
È uno dei monumenti più simbolici del Piemonte, luogo con oltre mille anni di storia alle spalle. C’è qualcosa di spirituale e di mistico nell’imponente figura della Sacra, che dalla sua alta posizione osserva da secoli, in silenzio, quella zona che porta verso la vicina Francia. Scopriamo insieme la sua architettura. Punto di interesse ricco di simbologia è rappresentato dallo Scalone dei Morti. È il punto nevralgico all’interno del Basamento, esso venne realizzato tra il 1110 e il 1148 per ospitare le tombe degli abati e dei dignitari. In questo caso a differenza delle altre chiese abbaziali, oltre essere luogo di sepoltura, risulta essere anche luogo ad alto valore simbolico.
La scala in salita infatti, rappresenterebbe la nostra vita e le difficoltà che di giorno in giorno ci si pongono davanti e che dobbiamo avere il coraggio di superare per raggiungere i nostri obiettivi. Questi ultimi devono essere raggiunti per poter proseguire il percorso verso il regno dei cieli, passando attraverso il Portale dello Zodiaco, il Purgatorio, e proseguendo fino alla Chiesa: il Paradiso. Ciò che attira l’attenzione al nostro passaggio è inoltre il riguardo verso la sacralità della pietra, ovvero il lavoro dei monaci che ha avuto rispetto per la montagna nell’”abbracciarla” senza deturparla.
I nuovi orari di apertura della Sacra di San Michele sono validi dal mese di novembre, ecco anche gli orari delle Sante Messe. Dal 2 novembre apertura alle visite sempre con orario continuato dalle 9.30 alle 16.30. Orari delle Sante Messe. Domenica 1° novembre ore 12.00 nella Chiesa Abbaziale. Lunedì 2 novembre alle ore 12.00 e alle ore 17 con la Commemorazione di tutti i defunti.

L’albero della vita esiste e si trova nel deserto del Bahrain

(da siviaggia.it) – Sculture, raffigurazioni, capolavori d’arte antichi e contemporanei: tutti parlano di lui, dell’albero della vita. Anche nelle Sacre Scritture, questo speciale albero, ha un posto d’onore; presente dalla Genesi all’Apocalisse è considerato il simbolo della vita per antonomasia.
E così, per secoli, gli uomini si sono chiesti se esistesse davvero un esemplare vivente in grado di incarnare questa icona spirituale messa al centro del proprio pantheon dalle religioni. Ancora oggi la simbologia dell’albero è molto radicata, di questa sono stati recuperati soprattutto gli aspetti più folcloristici e mitologici anche se, nella tradizione cristiana, resta ancora un’icona di fede.
Ma l’albero della vita esiste davvero? La risposta è sì, e arriva direttamente dal Bahrain. È qui che in mezzo al deserto, tra la Montagna del Fumo e Manama, si erge verso il cielo, un albero dalle origini antiche.
La sua età anagrafica è di circa 400 anni, non si tratta dell’albero più longevo al mondo, quello è evidente, ma quello che ha di stupefacente questo esemplare è che è cresciuto in una terra arida, desertica e priva di vegetazione.
Così dal nulla, nel bel mezzo del deserto del Bahrain, alla stregua di un miraggio appare lui, che vive e che prospera da secoli, con i suoi dieci metri di altezza. In molti riconoscono in quell’esemplare l’albero menzionato dalle sacre scritture, al punto tale che gli abitanti della regione gli hanno dato il nome di Shajarat-al-Hayat, che vuol dire appunto albero della vita.
Secondo le credenze popolari, l’albero è stato piantato qui nel 1583 per indicare il luogo in cui in origine sorgeva il Paradiso Terrestre. Proprio da questa terra sarebbe prosperato fino ai giorni d’oggi, con tutta la simbologia e il misero che lo avvolgono.
In realtà, la spiegazione dell’esistenza, e della sopravvivenza, di Shajarat-al-Hayat è meno enigmatica di quanto si possa pensare. Il terreno in cui cresce l’esemplare, una Prosopis cineraria, infatti, si trova a solo a 10 metri sopra il livello del mare. L’aria umida della zona, inoltre, lo aiuta a rifornirsi dell’acqua necessaria e, non troppo lontano dall’albero, ci sono diversi laghetti e qualche altro albero.
Nonostante questi dettagli, Shajarat-al-Hayat è riconosciuto universalmente come l’albero della vita e, lo spettacolo che si apre ai migliaia di turisti che giungono fin qui ogni anno, è comunque molto suggestivo e quasi mistico.

Così l’ecoteologia unisce i cristiani

(da interris.it) – Mai come ora i cristiani hanno motivi e opportunità di unità. “Il creato non è più integro quindi non può essere salvaguardato così come è ma deve essere riparato. In più occorre al più presto uno sguardo teologico che possiamo chiamare ecoteologia”, afferma a Interris.it Daniela Di Carlo, pastora titolare della Chiesa Valdese di Milano.

Unità dei cristiani
Daniela Di Carlo è cresciuta a Roma e ha diretto il Centro di formazione Ecumenico internazionale di Agape a Prali nelle Valli Valdesi (Torino) e si occupa di ecumenismo e di teologie ecofemministe, femministe e di genere. Si è laureata alla Facoltà Valdese di Teologia ed ha studiato allo Union Theological Seminary di New York. Ha partecipato a diverse opere collettive e collabora alla rubrica Culto Radio su Rai Radio Uno. Fa parte della Commissione Justice Peace & Integrity of Creation del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano (Cccm) e si occupa di formazione interreligiosa degli operatori sanitari con il gruppo Insieme per prenderci cura (Ipc).

In quali ambiti può maggiormente svilupparsi il dialogo ecumenico?
“Sicuramente non è ancora arrivato il momento di parlare di accoglienza eucaristica né di sacerdozio femminile. E’ però importantissimo che le chiese, unite, dicano una parola radicale sul creato. Jurgen Moltmann sostiene che i tre obiettivi del processo ecumenico giustizia, pace e salvaguardia del creato, nonostante rappresentino un dovere di impegno per tutta la cristianità, devono subire una variazione nella tipica lettura che è stata fatta sin qui”. E’ arrivato il tempo di fare una nuova esperienza di Dio”.

A cosa si riferisce?
“E’ finita l’etica antropocentrica che si muoveva, attraverso la scienza e la tecnica, per colonizzare non solo la terra ma anche lo spazio. Il periodo antropocentrico in realtà si è rivelato andro-centrico, del dominio cioè del maschio sulla femmina e razziale perché prevede anche il dominio dell’uomo bianco sul resto dell’umanità colorata oltre naturalmente sul mondo. Il concetto di vita umana per Moltmann può essere legato alla parola depredare. “Tutti gli esseri viventi vivono depredando altri esseri viventi”. l risultati di questo atteggiamento è sotto i nostri occhi”.

Può farci un esempio?
“Ciò è evidente anche attraverso le persone che sono costrette a fuggire dal proprio paese di origine, per un periodo di tempo limitato o per sempre, a causa di eventi climatici estremi: siccità, alluvioni, terremoti, desertificazione, inondazioni delle coste, ecc. Oppure situazioni dove vi è un accaparramento delle risorse dell’acqua o energetiche della terra per mano di multinazionali oggi e dei proprietari terrieri nel passato. Eventi questi che rendono difficile reperire il cibo e favorire una vita nella quale avere un lavoro e una dimora”.

Quali sono le conseguenze sul movimento ecumenico?
“Diventa oggi necessaria l’ecoteologia, anticipata dall’ecofemminismo già negli anni ’90, che indaga sul collegamento tra il dominio maschile sulle donne e il dominio maschile sulla natura. C’è bisogno di una “conversione ecologica” che deve coinvolgere ogni donna ed ogni uomo a tutti i livelli, non solo nelle scelte politiche ed economiche di chi ci governa, ma anche nello stile di vita quotidiano e le chiese, su questo tema, possono essere veramente unite”.

Famiglia, bioetica, carità. Cosa unisce maggiormente i cristiani oggi?
“Il protestantesimo da moltissimi anni parla di famiglie al plurale e non più di famiglia al singolare. Abbiamo fatto molta strada all’interno delle nostre chiese per liberare le donne da quell’oblatività nella quale erano state cacciate dall’istituto della famiglia. Grazie alla FFEVM (Federazione Femminile Evangelica Valdese Metodista) che ha promosso il pastorato delle donne, la FDEI (Federazione Donne Evangeliche in Italia) che ha posto l’attenzione contro la violenza alle donne, Cassiopea, fondata dalle giovani donne protestanti, e non solo, che ha introdotto il linguaggio inclusivo, Sophia, l’associazione delle teologhe protestanti, che ha chiamato per nome il patriarcato”.

Con quali dinamiche?
“Oggi quasi ogni chiesa ha il posto occupato da una donna che sarebbe ancora tra noi, se non fosse stata vittima di femminicidio; molte comunità, poi, propongono iniziative con la città per onorare il 25 novembre, la giornata contro la violenza alle donne e diverse sono le persone che intervengono nelle nostre assemblee facendo attenzione al linguaggio inclusivo”.

In Italia si discute di testamento biologico. Cosa ne pensa?
“Sulla bioetica, il fine vita, in particolare, le chiese protestanti europee, e noi con loro, considerano ammissibile la scelta volontaria di interrompere o di rifiutare i trattamenti da parte di un paziente in grado di intendere e di volere e questo può accadere anche nel caso di situazioni controverse, come può essere quella dell’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente. Il valore della vita individuale non risiede nelle sue prestazioni, né nella sua funzionalità e neanche nell’ autonomia. Tuttavia si ritiene giusto poter determinare la propria esistenza in accordo con la coscienza e l’autodeterminazione, principi questi fondamentali nel protestantesimo”.

Occasioni di unità, quindi?
“Mi sembra che sia la famiglia che la bioetica siano percorsi incapaci di unire il cristianesimo. La carità, che noi chiamiamo in altro modo, può invece essere un terreno comune che ci permette di muoverci tenendoci per mano. Penso ad esempio ai corridoi umanitari realizzati tra Chiesa Valdese e Sant’Egidio, diventati modello per l’Europa tutta, di accoglienza consapevole. Penso al motto della Diaconia valdese “Prima gli ultimi” che da anni guida i nostri passi verso la realizzazione di un mondo appena un po’ più simile alle parole evangeliche. Penso a tutte le iniziative locali ed ecumeniche dove le e i cristiani decidono di sfidare le differenze per promuovere un progetto, anche piccolo, ma significativo in favore delle vittime di violenza o dei senza tetto”.

In una società sempre più secolarizzata e in un mondo sempre più frammentato, quale ruolo sociale può svolgere  l’unità dei cristiani?
“Se ci fosse realmente e profondamente potrebbe essere il modello di vita comune al quale ispirarsi. Purtroppo all’interno delle confessioni stesse troviamo divisioni non ricomponibili. La divisione è già dentro il mondo cattolico, dentro quello protestante e dentro quello ortodosso che diventano essi stessi poco credibili perché invece che promuovere dialogo promuovono conflitto. Rimane da capire come riusciremo a fare i conti con Dio, quando sarà il momento, rispetto all’incapacità di creare una unità prima all’interno delle proprie chiese, poi nel dialogo ecumenico ed infine in quello interreligioso. Di fatto siamo pessimi testimoni di unità e ottimi rappresentanti di divisione”.

Lo slancio ecumenico di papa Francesco è un aiuto a superare anacronistiche divisioni fra fratelli separati?
“Certo è un aiuto simbolico importantissimo per noi ma anche un’arma a doppio taglio che ha favorito il rafforzarsi di quella componente cattolica conservatrice che non crede nel dialogo ecumenico e che ha preso in odio il papa stesso. Rimango estremamente colpita dagli articoli che a volte leggo che non solo disapprovano ma condannano l’operato di papa Francesco.  Il suo operato è in grado di riunire sorelle e fratelli in maniera trasversale, indipendentemente cioè dalla confessione di appartenenza, uniti da una lettura simile del Vangelo e non perché appartengono alla medesima chiesa. Uniti dalla radicalità dell’evangelo più che dalla religione umana”.

Maria Goretti, il cielo sulla palude

(da metropolitanmagazine.it) – 6 luglio, anniversario della morte di Maria Goretti, la dodicenne uccisa dopo un tentato stupro e proclamata santa dalla Chiesa il 24 giugno 1950.
Maria Goretti nasce a Corinaldo, in provincia di Ancona, il 16 ottobre 1890, da Luigi Goretti e Assunta Carlini, contadini di umili origini e molto religiosi, che vivevano coltivando la terra. Terzogenita, viene battezzata nella chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo del paese. Col passare degli anni, le scarse risorse economiche della famiglia spingono i Goretti a trasferirsi, alla fine del 1896, a Paliano, in provincia di Frosinone e si stabiliscono a Colle Gianturco, diventando coloni di un podere.

Maria Goretti e l’incontro con i Serenelli
Rimangono qui tre anni, prima arrangiandosi da soli, poi entrando in società con Giovanni Serenelli. L’uomo ha due figli, Gaspare e Alessandro. Sarà quest’ultimo a maturare una ossessione patologica per lei. E alla fine la ucciderà in modo barbaro e truculento. Ma andiamo per ordine. Le due famiglie si dividono lavoro e raccolto.
Nel 1900 si spostano a Ferriere di Conca, al confine con la città di Nettuno, a lavorare per il Conte Attilio Mazzolenì, che assegna loro una abitazione.

La morte del padre
Il clima dell’Agro Pontino non è salubre e il padre, Luigi Goretti, prende prima la malaria, poi il tifo e la meningite. Muore il 6 giugno dello stesso anno. La moglie, Assunta, rimane sola a mandare avanti la famiglia di sei figli. Decide, malgrado le difficoltà, di rimanere a lavorare con i Serenelli per il conte. La bambina ha 10 anni, è docile e ha una fede incrollabile, tanto che è lei a far coraggio alla mamma, sempre più disperata per il duro lavoro e la mancanza cronica di denaro.

Maria Goretti, la fede precoce e il culto alla Madonna
Perfino il desiderio della bambina che dimostra un insolito senso religioso per la sua età, di poter ricevere l’eucaristia, è un lusso che non può permettersi. Dovrebbe fare la prima comunione, imparare dottrina, poi partecipare alla cerimonia per la quale quale serve un vestito nuovo. La ragazzina riesce comunque a prendere lezioni dalla guardarobiera dei conti e da un prete, don Don Alfredo Paliani, che va in paese solo la domenica. Impara rapidamente il catechismo e il 16 giugno 1901, insieme al fratello Angelo riceve per la prima volta l’Eucaristia da Padre Basilio dell’Addolorata, che si trova nell’Agro Pontino da un paio d’anni.

Alessandro Serenelli e la sua ossessione per Maria
Sviluppa una devozione intensa anche alla Madonna, con le recite quotidiane del rosario. Intanto inizia a crescere e attira l’attenzione di Alessandro Serenelli, otto anni più di lei, che inizia a corteggiarla. Si è già guastato, un po’ per le cattive compagnie, un po’ per inclinazione. In poco tempo diventa morboso.

Il rifiuto di Maria e il progetto criminale del Serenelli
Un giorno, a inizio estate, nel 1902, iniziano le avances che lei rifiuta andandosene via piangendo per la sua volgarità, lui allora la minaccia: “Se fiati, ti ammazzo”. Dopo qualche giorno ci riprova, viene di nuovo respinto. Inizia a salirgli dentro la rabbia e il desiderio di punirla, uccidendola. Così si prepara un punteruolo lungo 24 centimetri. Poi, nei giorni che seguono, non le dà tregua. La perseguita, rimbrottandola in continuazione per futili motivi e sovraccaricandola di lavoro. Lei si aggrappa alla fede, però chiede alla mamma di non lasciarla mai sola. La donna però non immagina quello che sta succedendo e forse non fa caso a questa richiesta.

Il brutale omicidio del 5 luglio
L’aggressione fatale avviene il 5 luglio, nelle prime ore del pomeriggio. Entrambe le famiglie sono impegnate nella trebbiature. Alessandro sta guidando uno dei due carri trinati dai buoi, mentre Maria cuce dei vestiti su ordine del ragazzo.
I fratelli della ragazzina si divertono a giocare sui carri mentre la madre sta lavorando nell’aia. Ad un certo punto il ragazzo va da lei e le chiede di sostituirlo perché deve entrare in casa a fare una cosa urgente. Entrato in cucina obbliga Maria, che è lì fuori, a seguirlo. Lei rifiuta e lui perde la testa, la prende con violenza acciuffandola per i capelli. Lei gli dice che se le fa quello che ha in mente andrà all’inferno, come lui stesso racconterà al processo:
“Vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai su tutte le furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco… Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: Dio, Dio, io muoio, Mamma, mamma! Io ricordo di aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre si dimenava ancora. Capivo bene che l’avevo ferita mortalmente. Gettai l’arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia camera. Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto”.
Malgrado la ragazzina sia ormai agonizzante, con ferite così profonde sul ventre da farle uscire le viscere, riesce a chiamare aiuto. Quando la portano in ospedale i medici contano quattordici colpi che le hanno lesionato il polmone sinistro, il diaframma, l’intestino. Rimane in vita altre 24 ore. Alessandro intanto, viene condotto dai Carabinieri alla caserma di Nettuno. Per Maria serve il ricovero all’ospedale Fatebenefratelli, che raggiunge sull’ambulanza, insieme alla madre. Una volta arrivate, alla mamma non è permesso passare la notte con lei e deve allontanarsi. La giovane viene assistita da una infermiera e due suore.

L’interrogatorio dei Carabinieri
Al mattino presto, quando Assunta ritorna, le sue condizioni sono peggiorate. Poi arrivano i Carabinieri a interrogarla sull’accaduto.
Le chiedono se Alessandro l’avesse infastidita anche altre volte prima di quel giorno. Lei risponde che sì, lo aveva già fatto due volte. La madre, turbata le chiede perché non le avesse detto niente e lei: “Mamma, giurò che se l’avessi detto, mi avrebbe ammazzata… intanto mi ha ammazzata lo stesso”.

Le ultime ore di vita: il perdono del suo assassino, poi il delirio
Quando arriva l’arciprete, di Nettuno, Monsignor Temistocle Signori, decide di confessarla e le chiede se vuole perdonare il suo aguzzino. Lei risponde di sì, anzi prega per lui, spera che lui la possa raggiungere in Paradiso. Le viene data l’estrema unzione. Poco dopo inizia a delirare. Alterna le scene della violenza subita a quelle in cui vede la bianca signora, piena di luci e di fiori. Spira alle 15.45 del 6 luglio 1902.

La morte, i funerali, il monumento, la biografia
La sua morte ha subito un’eco immediata nell’ambiente circostante. Era stata una ragazzina amabile, aveva avuto il dono di una fede autentica, semplice e profonda, che aveva messo in pratica con la sua stessa vita, ed era morta nel martirio. Quando celebrano i funerali arriva gente da ogni parte, oltre a prelati e autorità da Roma. Due anni dopo, a Nettuno, le viene dedicato un monumento di marmo, poi è la volta della biografia scritta dall’avocato Carlo Marini. Ispirato alla vicenda di Maria Goretti, anche un film, Cielo sulla palude, di Augusto Genina, uscito nel 1949, vincitore del nastro d’argento al miglior regista.

Il processo di beatificazione
La sua tomba, nel cimitero di Nettuno, diventa meta di pellegrinaggio. Poi i suoi resti vengono esumati nel 1929 e riposti nella cappella delle suore della Croce. Infine, traslate al santuario della Madonna delle Grazie, sempre a Nettuno, visitato da monsignor Achille Ratti, futuro papa Pio XI e papa Paolo VI nel settembre 1969.
Nel 1935 la diocesi di Albano, di cui faceva parte la località di Nettuno chiede di poter iniziare le pratiche per il processo di beatificazione. A cui si arriva, però, solo nel 1947, il 27 aprile, in piazza San Pietro a Roma, con papa Pio XII.

Maria Goretti proclamata santa nel 1950 da papa Pio XII
Dopo soli tre anni,invece, il 24 giugno 1950, è sempre papa Pio XII a proclamarla santa, dopo che diverse guarigioni ottenute con le preghiere a Maria Goretti sono state ritenute dall’ apposita commissione istituita, miracolose. La prima risale al 4 maggio 1947, è una guarigione istantanea di una donna da pleurite esudativa e liquido abbondante. La seconda, quattro giorni più tardi, la guarigione istantanea di un uomo con un grave ematoma al piede sul quale era caduto un masso pesante mentre era al lavoro.

Cosa ne è stato di Alessandro Serenelli?
Serenelli viene condannato a 30 anni di carcere, a Noto. In famiglia c’erano già stati casi di squilibrio mentale e di alcolismo.. Al processo Serenelli confessa di aver preparato il punteruolo se la ragazzina avesse opposto resistenza. Confessa anche il desiderio di fuggire dalla vita insopportabile nei campi, per cui uccidere e andare in carcere in fondo sarebbe sempre meglio che rimanere in quel posto, vivere in quelle condizioni, in estrema povertà.

Il pentimento e la conversione
Nel periodo dal 1902 al 1918, seguito dal vescovo Giovanni Blandini, si pente e si converte alla religione cattolica. Anni dopo racconta di aver visto Maria in sogno che gli offre dei fiori che diventano fiammelle. Nel 1929, scarcerato in anticipo per buona condotta, chiede il perdono dei familiari di Maria Goretti e la madre accetta. Dopodiché l’uomo trascorre il resto della sua vita come giardiniere e portinaio in diversi conventi, l’ultimo dei quali a Macerata, retto dai Cappuccini, dove muore il 6 maggio 1970, a 87 anni, per l’aggravarsi di una frattura del femore provocata da una caduta.

La premio Nobel Karman: “Il mio Yemen muore nel silenzio e con la complicità del mondo”

(da globalist.it – Umberto De Giovannangeli) – Lo Yemen, dopo oltre cinque anni di guerra, “è vittima del silenzio internazionale”. A denunciarlo, in questa intervista a Globalist,  è la premio Nobel per la Pace, Tawakkol Karman. L’attivista yemenita racconta una tragedia senza fine ma con tanti colpevoli. Racconta anche, con orgoglio, il ruolo delle donne in una rivoluzione che non si è arresa. “Non è un caso – rimarca con forza la Nobel per la Pace 2011 – che siano state proprio le donne e i giovani in prima fila in quelle rivoluzioni che hanno segnato tanti Paesi arabi, tra cui il mio, lo Yemen. Vecchi regimi corrotti e dispotici, così come un integralismo retrivo e oscurantista, temono e combattono le donne perché sanno che esse si battono contro una doppia oppressione, facendosi interpreti di una volontà di cambiamento che all’idealità sa unire una straordinaria concretezza”. Per il suo attivismo politico e in difesa dei diritti umani, Tawakkol Karman ha conosciuto le prigioni dell’allora padre-padrone dello Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh. Era il 2011, Tawakkol era presidente dell’associazione “Donne giornaliste senza catene”.

La Comunità internazionale appare nei fatti impotente di fronte ai massacri che segnano ormai da anni la quotidianità in Yemen. Un recente rapporto di Oxfamdà conto di una guerra devastante, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 12.366 vittime civili, tra il 26 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno e oltre 100 mila vittime totali. Oltre 4 milioni di sfollati interni sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo. Ed ancora: più di 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. 2 milioni di bambini e 1,4 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. 24,1 milioni di persone su 30,5 dipendono dagli aiuti umanitari. I prezzi dei beni alimentari sono saliti in media del 47%.Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Le scorte di medicine e materiali sanitari si stanno esaurendo e questo in piena pandemia Covid…
E’ una situazione terribile, un’apocalisse umanitaria. Stiamo parlando di esseri umani, non di numeri. Lei parla di “impotenza”. Io aggiungerei: colpevole. Perché la comunità internazionale, a cominciare da quanti siedono permanentemente al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno gli strumenti per fermare la mano del dittatore-carnefice siriano. Ciò che manca, colpevolmente è la volontà politica di intervenire. Nessuno può dire: non sapevo, non avevo contezza di questa apocalisse umanitaria. Non fermare questa mattanza, è un crimine contro l’umanità.

Lei ha recentemente accusato il governo yemenita riconosciuto dall’Onu di aver esiliato il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi e di essere uno strumento che legittima l’occupazione saudita del Paese. Al tempo stesso, ha usato parole durissime contro il tentativo di colpo di stato messo in atto dalla  minoranza Houthi, sostenuta dall’Iran…
Qualsiasi tentativo di pace che non tenga conto di questo non è altro che un tentativo di soggiogare gli yemeniti allo status quo dettato dal brutale colpo di stato degli Houthi e degli occupanti sauditi ed emiratini. Nel mio martoriato Paese c’’è un vuoto di potere, le decisioni sono scritte dall’ambasciatore saudita, la firma di Hadi e del suo primo ministro non ci rappresentano, non hanno alcuna legittimità. Hadi e i suoi sodali sono soddisfatti di essere semplici strumenti in questa guerra, agenti, non leader; seguaci, non partner alla pari. Dall’inizio della guerra scatenata dalla coalizione a guida saudita, tutti questi componenti, compreso l’Islah Party, sono solo strumenti nelle mani dell’Arabia Saudita, proprio come l’STC, le truppe di Tariq [Saleh] e le Forze d’Elite.

A proposito di Arabia Saudita. Lei ha usato parole durissime nel condannare il brutale assassinio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul nel 2018. Teme di fare la sua stessa fine?

Sono soggetto a una diffusa campagna d’odio e a terribili incitazioni alla volenza contro di me  da parte dei media sauditi e dei loro alleati. La cosa più importante è che sarò al sicuro dalla sega con cui è stato tagliato il corpo del defunto Jamal Khashoggi. Andrò in Turchia e lo considererò un messaggio all’opinione pubblica mondiale: questi seminatori di odio e di morte non l’avranno vinta. Mi lasci aggiungere una cosa: la comunità internazionale non è solo silente verso i crimini perpetrati in Yemen, ma una parte di essa è anche complice attiva in questa mattanza senza fine. E questa complicità riguarda anche l’Europa e quei Paesi che continuano a vendere armi all’Arabia saudita.

Nei suoi discorsi, lei insiste molto sulla “lezione” che i giovani protagonisti delle Primavere arabe hanno fatto propria e come su questa base abbiano condotto la loro battaglia di libertà. Qual è questa lezione che lei proietta anche nei rapporti tra Oriente e Occidente?
Vede, noi giovani della Primavera araba abbiamo capito che quello che impedisce di realizzare la fratellanza fra Oriente e Occidente sono i governanti dispotici, corrotti e fallimentari. Questi governanti sono causa di una guerra interna ai nostri popoli e rappresentano una minaccia per la stabilità internazionale.

Lei ha più volte fatto riferimento ad una “fase due” della rivoluzione yemenita. Di cosa si tratta?
La nostra rivoluzione comincia con la caduta del dittatore. Ora siamo entrati nella seconda fase, una fase di transizione. Occorre cambiare i vertici delle forze di sicurezza ed eliminare la corruzione. Non sarà facile, ma non ci interessa liberarci solo di un despota. Vogliamo giustizia e democrazia e la otterremo attraverso una rivoluzione pacifica.

Di questa rivoluzione le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste…
E’ vero e ne sono profondamente orgogliosa. In questa rivoluzione la donna ha assunto ruoli di guida. Donne sono state uccise per la strada… assassinate perché erano guide. Saleh diceva che dovevamo restare a casa. Ma la nostra risposta è stata: prepara la tua valigia perché le donne faranno cadere il tuo trono. Inizialmente eravamo solo tre donne giovani. Siamo state derise e arrestate. Temute. Gli uomini erano stupiti della nostra presenza e noi stesse della nostra forza. Le donne sono coraggiose e generose: non combattono mai solo per sé, lo fanno per tutta la comunità”.

Quale ruolo gioca, nelle vicende yemenite, la religione?
Nel mio Paese le tradizioni mettono in pericolo la libertà delle donne. Molti religiosi danno interpretazioni personali e sbagliate dell’Islam. I governi non fanno niente perché questo serve loro a mantenere lo status quo.

Come giornalista e attivista, nelle conferenze che tiene in tutto il mondo, lei si concentra principalmente sulla difesa dei diritti umani
Il mio obiettivo è molto chiaro: contribuire alla creazione di Stati democratici che rispettino le libertà e i diritti umani. Ciò può essere ottenuto solo combattendo contro le tirannie che violano tali diritti e a favore della costruzione di Stati le cui fondamenta sono la civiltà, lo stato di diritto e l’integrità delle istituzioni. Porto avanti questa lotta in diversi modi all’interno della società civile e per diffondere il mio messaggio approfitto di tutte le posizioni a mia disposizione: mezzi di informazione, forum sui diritti umani, dibattiti politici, ecc. Ovunque io vada, cerco di spiegare che le tirannie privano le società di pace e sviluppo. Ogni società privata delle libertà e dei diritti umani può solo vivere una pace apparente e precaria fatalmente destinata a crollare.

Per tornare al suo paese. Lo Yemen può sperare in un futuro migliore?
Non puoi pensare al futuro di un paese fino a quando la pace non verrà ripristinata. Ma la pace non sta solo mettendo fine alla guerra, ma anche all’oppressione e all’ingiustizia. La pace senza giustizia è precaria, come un cessate il fuoco o una tregua provvisoria che è solo il preludio a eventi ancora più terrificanti successivi. La peggiore di tutte le guerre è ciò che le dittature tiranniche hanno dichiarato ai propri popoli. Pertanto, rimango convinta che sia necessario lottare contro i regimi politici che non sono in grado di garantire i diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni e di minacciarli. Dobbiamo sostituirli con sistemi democratici. Oggi come ieri, combatto per la democrazia. Ciò, nel caso dello Yemen, significa porre fine alla situazione creata dal colpo di stato e organizzare il referendum sul progetto di Costituzione che era già stato concordato nel dialogo nazionale avviato durante il periodo di transizione. Quindi, le elezioni possono essere chiamate naturalmente. Quando la vita politica tornerà al suo corso normale, ho intenzione di fondare un partito che riunisca essenzialmente donne e giovani per realizzare il progetto civico promosso dalla rivoluzione del 2011.

Lo Yemen, la Siria, la Libia, la Palestina: il Vicino Oriente sembra un immenso campo di battaglia, le cui prime vittime sono le popolazioni civili
“Quelle a cui lei fa riferimento, e se ne potrebbero aggiungere anche altre, sono guerre per procura, condotte da potenze regionali che hanno in spregio la libertà dei popoli, a cui non interessa nulla infliggere sofferenze indicibili, privare milioni di esseri umani, in maggioranza giovani, di un futuro degno di essere vissuto. Lo Yemen, per la sua posizione geografica, è un vaso di coccio tra due grandi vasi di ferro, l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono la supremazia nel Golfo Persico e in tutto il Medio Oriente. Ma alla fine, ne sono convinta, il bisogno di pace che anima il mio popolo, al di là di ogni appartenenza etnica, avrà la meglio su quanti hanno tentato di annientarci.

Rajangam: “Vi racconto la tragedia dei nomadi tribali indiani”

(da interris.it) – Mi chiamo Rajangam. Vivo nella città di Madura, nel sud del Tamil Nadu, in India. Ci sono molte comunità tribali nomadi in Tamil Nadu e in India. Io sono tra questi: appartengo alla comunità tribale nomade dei cartomanti (in Tamil li chiamiamo GuduGuduppaikarargal), una delle più segregate dell’India”. Comincia così l’appello di Rajangam, insegnante e attivista sociale indiano di 48 anni. Rajangam è nato in una famiglia di nomadi poverissima. Unico dei suoi tanti fratelli, ha potuto studiare e liberarsi dal destino di diventare una specie di chiromante come tutti i membri della sua tribù nomade. In India vige infatti un sistema di caste ufficialmente abolito nel 1950. Ma in pratica è ancora molto presente nella società, anche tra le istituzioni, come ha raccontato a In Terris una volontaria italiana.

L’aiuto della Chiesa indiana
Rajangam ha potuto diventare un maestro di scuola elementare (troppo costosa per un soggetto appartenente alla casta dei nomadi, come lui) grazie all’aiuto donatogli dall’allora Arcivescovo di Madurai, mons. Arockiasamy e dal Vescovo ausiliare e attuale Arcivescovo di Madurai, Mons. Antony Pappusamy. “È stata davvero un’opportunità inviata da Dio che ho colto immediatamente”, racconta. Madurai è una città di quasi 1 milioni di abitanti nello Stato federato del Tamil Nadu, nell’estremo sud-est della penisola indiana. Grazie al finanziamento della Chiesa Cattolica Rajangam – che è cattolico come tutta la sua famiglia – ha preso il diploma di maestro elementare riscattandosi così dal sistema che l’obbligava allo stesso destino di suo padre e di suo nonno. Una volta divenuto maestro, non è scappato in città lasciando il campo nomadi, ma ha scelto di aiutare gli altri nella sua stessa situazione.

La creazione di Tent society
Ha così fondato nel 2003 un’organizzazione umanitaria denominata TENT society. L’obiettivo è “educare e responsabilizzare i nomadi per garantire i loro diritti umani”. Anche sua moglie – che appartiene alla sua stessa comunità nomade – ha studiato e si è unita a lui nel grande progetto di riscatto del popolo nomade. “La TENT Society ha iniziato ad aiutare le comunità tribali nomadi insieme ad alcuni volontari”, racconta a In Terris Rajangam. “In questi anni, sono entrato in contatto con altri attivisti o importanti personaggi dell’India grazie a seminari e conferenze organizzate nell’interesse delle tribù nomadi. Una di queste persone speciali è padre Renato Rosso, missionario nato ad Alba che da anni segue le popolazioni nomadi dell’India e del Bangladesh. Grazie a lui, Tent ha trovato appoggio e aiuti sia da Ruah onlus fondata da padre Rosso, sia dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (ApgXXIII) fondata da don Oreste Benzi.

La società delle disuguaglianze
Ancora oggi esistono molte forme di disuguaglianza in India a livello sociale, politico, economico, di accesso alla scuola e ai servizi essenziali quali la sanità. “Secondo la nostra costituzione – spiega Rajangam – siamo un paese secolare, ma in realtà le disuguaglianze sono ovunque e sono legate sia alla casta, sia alla religione di appartenenza. Ad esempio, tutto ciò con un indiano di religione indù ottiene dallo Stato, terreni, concessioni e così via, rischia di perderle se si converte al cristianesimo. Discriminazioni che vivono anche i musulmani e le altre minoranze religiose presenti nel Paese. Per tale motivo, come Tent society, abbiamo deciso di aiutare tutti, indipendentemente dal credo e dalla provenienza sociale, con una speciale attenzione alla popolazione delle tribù nomadi”.

La condizione delle tribù nomadi
Ma quali sono le reali condizioni di vita delle tribù nomadi in India, al di fuori dei proclami politici del premier indiano Nerenda Modi? “Sono davvero drammatiche“, spiega Rajangam. “Non godono di alcun diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Il British Act del 1871 che li ha criminalizzati durante il colonialismo è ancora valido. Spodestati dalle loro terre tradizionali in nome dello sviluppo, queste tribù antichissime sono state costrette a vagare pur di sopravvivere, divenendo così nomadi. Ma i nomadi in India sono considerati il gradino più basso della società e della gerarchia indiana perché non hanno neppure un pezzo di terra. A causa di questa discriminazione centenaria, le tribù nomadi indiane sono in ritardo in tutti gli indicatori di sviluppo. I nomadi sono considerati il gruppo più bassi della società e come tali vengono trattati. Non vengono neppure conteggiati nelle statistiche sulla povertà del Paese perché, essendo nomadi, non hanno residenza. Sono in definitiva invisibili anche allo Stato, che non se ne cura affatto”.

Coronavirus e povertà
In questo scenario già drammatico, la diffusione del COVID- 19 ha messo in ginocchio le comunità tribali, anche a livello economico. “Il lockdown – dice Rajangam – è durato più di 100 giorni impedendo ai poveri di guadagnare a giornata. Gli aiuti annunciati dal governo non li raggiungono poiché la maggior parte di loro non ha i documenti richiesti, essendo nomade. Al momento, migliaia di famiglie sono totalmente prive di cibo e sopravvivono solo grazie agli aiuti di alcune Ong e a qualche buon samaritano. Ma la maggior parte sta letteralmente morendo di fame!”. In queste circostanze drammatiche, la Tent society sta cercando di far pervenire degli aiuti dall’estero.

L’appello di Rajangam
Da qui, l’appello a donare da parte di Rajangam. “Il mio appello è per voi italiani – dice – affinché vogliate supportare economicamente circa 1000 famiglie, almeno 5000 persone. Le donazioni (qui il link al sito della Tent society) serviranno per acquistare e fornire loro razioni secche e altri beni di base necessari per la loro sopravvivenza almeno fino a novembre. Questo mitigherebbe immensamente le loro sofferenze. Una volta assicurata la sicurezza alimentare, infatti, i problemi sanitari possono essere risolti localmente. Abbiamo bisogno di tutti per risolvere questa situazione – conclude Rajangam – una vera e propria tragedia degli invisibili“.

La fecondazione assistita perde il guru

(da Il Giornale) – Carlo Flamigni, morto all’età di 87 anni, era più compiutamente uno scienziato da prima linea. Innovatore & divulgatore: studiava, firmava pubblicazioni su pubblicazioni affrontando questo o quel tema, poi distillava in una frase pillole di saggezza progressista, oggi si direbbe liberal, destinate a suscitare standing ovation da una parte e anatemi dall’altra.
Un giorno, nel 2014, osservando lo scontro davanti al Policlinico Sant’Orsola di Bologna fra un gruppetto di cattolici che pregavano contro l’aborto e le femministe che intonavano Bella ciao, il professore se ne uscì con un giudizio molto acuminato e offensivo per la sensibilità di chi non la pensava come lui: «Quelle preghiere sono espressione di una chiesa medioevale. Le femministe reagiscono a una provocazione cattiva che umilia le donne». Così. Tranchant. Come il profeta di un nuovo ordine imbevuto nel fonte battesimale di un neopositivismo tutto ottimismo. «Dietro a un aborto – aggiunse a Repubblica – c’è sofferenza. É una scelta complicata. Ricordo le donne a testa bassa che non vogliono essere viste. Chiedo a chi recita le preghiere dove è la loro compassione, di considerare queste donne, vittime di fidanzati imprudenti, di mancanza di educazione. Dietro c’è l’egoismo, l’ignoranza, l’indolenza degli uomini».
Questo era Flamigni: il bisturi era la bacchetta magica di una nuova era che faceva a pezzi millenni di tradizione, di morale, di religione. E prospettava un’epoca in cui le donne, affrancate dalla condizione subalterna, avrebbero potuto scegliere quale strada prendere ai confini della vita.
Esattamente come poi è avvenuto, nel nome del femminismo e della contemporaneità, anche se non è affatto detto che tutto sia andato per il meglio. Anzi. L’aborto è diventato nei fatti quasi uno strumento di contraccezione, la sofferenza si è mischiata ad altri stati d’animo, non sempre così drammatici, soprattutto la natalità, non più difesa come prima, è crollata aprendo un buco nella società e generando problemi giganteschi. Più grandi di quelli che dovevano essere risolti. Come è successo anche ad altri generosi pionieri, Flamigni ha coltivato il mito di un nuovo umanesimo, senza accorgersi che così, pur collezionando vittorie su vittorie, la società sarebbe andata a sbattere.
Ma lui è andato avanti imperterrito. Fino alla fine. «Che rabbia» esclamó davanti alle titubanze della Regione Emilia nell’imboccare la via dell’eterologa, suo cavallo di battaglia. Nessun dubbio etico scuoteva queste certezze: «Non conta la genetica, conta chi cresce il bambino». E ancora, convinto di vedere più in là, affermava con una certa temerarietà: «Le regole morali di oggi non sono uguali a quelle di ieri. E in futuro saranno ancora diverse. Non c’è una morale scritta. Ma è dettata dal senso comune. Che si modifica come la scienza. Oggi sta arrivando l’utero artificiale».
Insomma, per tutta la vita, Flamigni non ha mai perso quell’immagine di camice bianco militante, immerso nella sua missione e poi nei libri, nella docenza, nelle battaglie civili che hanno segnato più di una generazione. Il ginecologo, in realtà un intellettuale, lascia uno stuolo di ammiratori. Ma anche una serie di previsioni stonate. Perché il perimetro dell’uomo è più grande di quello che aveva identificato e circoscritto. Operando una riduzione, quella sì dalle conseguenze disastrose.

Meelis Friedenthal – Se le regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni

(da linkiesta.it – Nicola Baroni) – «Oggi l’Estonia è molto ansiosa di affermarsi come paese digitale e all’avanguardia per l’innovazione digitale: va bene, ma allo stesso tempo credo che un paese non dovrebbe mirare ad essere identificato con una sola semplice caratteristica. Una varietà di possibilità e identità è meglio di una singola definizione». Meelis Friedenthal non è lo scrittore estone che si aspetterebbe di trovarsi davanti chi conosce il paese baltico solo per come lo raccontano i media.
Dimenticate e-government e cittadinanza digitale, Friedenthal prima di diventare scrittore ha svolto un dottorato in teologia all’Università di Tartu: tema delle sue ricerche il “Tractatus moralis de oculo”, scritto morale-allegorico duecentesco di Petrus di Limoges conservato agli archivi di Tallinn. «Quel testo è, da un lato, un supporto per la predicazione, ma allo stesso tempo offre interpretazioni allegoriche che attingono alle conoscenze più all’avanguardia in materia di ottica e oftalmologia del tempo».
Molte delle idee, immagini e discussioni di quel trattato sono entrate ne “Le api”, il suo secondo romanzo, l’unico che possiamo leggere in italiano, tradotto da Daniele Monticelli per Iperborea, che nel 2013 gli è valso il premio per la letteratura dell’Unione europea. Prima aveva pubblicato il romanzo di fantascienza “Kuldne aeg” (Età dell’oro), sul ruolo della Storia nel modellare la nostra identità; “Inglite keel” (Il linguaggio degli angeli) è il suo ultimo romanzo e in autunno uscirà una raccolta di racconti.
“Le api” è un romanzo storico filosofico ambientato nel XVII secolo che segue le vicende e le speculazioni dello studente Laurentius Hylas: il giovane, in fuga da Leida, va a studiare a Tartu, piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia e sede di un’Università dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio. Teorie scientifiche e suggestioni magiche, filosofia, teologia, alchimia e medicina si riversano senza soluzione di continuità una nell’altra: il narratore racconta i malesseri e le visioni del protagonista, le cui malattie oniriche rendono i fantasmi indistinguibili dalla realtà, lasciando la sua stessa figura sempre avvolta nell’ombra.

Se non come paese digitale, come descriverebbe l’Estonia?
Di recente mi è stato chiesto di scrivere una storia per “La Lettura” del “Corriere della Sera iniziando con la parola che meglio descrivesse il paese. Scelsi “delicato”, ma a causa di problemi di comunicazione e di un piccolo incidente il traduttore spostò l’ordine delle parole per ottenere una migliore leggibilità e la storia iniziò con la parola pelle”. In un certo senso è interessante e forse anche più intrigante.

Cosa intendeva con “delicato”?
Volevo attirare l’attenzione sul fatto che l’Estonia è piuttosto paludosa, coperta di verdi foreste, morbido muschio, lenti fiumi, migliaia di laghi. Tutto il resto – si tratti di persone, villaggi o città – è costruito su queste basi. Ciò rende l’Estonia abbastanza diversa dai paesi montuosi o da quelli aridi. Ovviamente anche la latitudine gioca il suo ruolo: inverni lunghi e bui, estate in cui il sole tramonta a fatica, questo influenza le persone e il loro carattere.
Non intendo dire che esista un “carattere nazionale”, ma che la terra influenza le persone che la abitano allo stesso modo in cui una bicicletta influenza chi la guida. Ti dà alcuni vantaggi ma allo stesso tempo richiede un certo comportamento: devi mantenere l’equilibrio, tendi ad evitare certe strade. La terra è la nostra bicicletta. Inoltre l’Estonia è una terra di confine, ciò significa che abbiamo una storia complicata, che si riflette nella nostra attuale situazione. Oltre alla terra, penso che la Storia sia estremamente importante per comprendere una persona o un Paese, che sono quello che sono a causa della Storia.

Il fatto di essere ai confini d’Europa è più un vantaggio o un rischio?
Le regioni al confine si trovano sempre, in linea di principio, in una situazione in cui non sono né – né. Questo rende gli abitanti come dei senzatetto: non sono interamente compresi da nessuna delle due parti, vivono in una condizione estenuante che richiede un costante equilibrio. Lo scrittore estone Jaan Kross ha iniziato il suo libro “Kolme katku vahel” (Between Three Plagues) con la scena di un equilibrista che cammina su una corda tesa sopra la città. Doveva simboleggiare la situazione estone durante l’era sovietica, ma in un certo senso simboleggia ancora la nostra situazione. I confini sono anche un importante locus theologicus, per usare il linguaggio di Paul Tillich, poiché anche come esseri umani siamo sempre al confine, tra la vita e la morte.

A un certo punto de “Le api”, il protagonista ragiona sull’antico concetto di Unione iperborea e sul nazionalismo svedese. C’è ancora un sentimento di appartenenza che unisce i paesi del Nord Europa?
Ho trascorso l’anno scorso in Germania, al Max-Weber-Kolleg. Secondo la famosa teoria di Max Weber lo spirito del capitalismo sorse dal particolare tipo di protestantesimo prevalente nei paesi del Nord. A suo avviso fu la mescolanza riformata-luterana-pietistica che diede origine alla frugalità, a una rigorosa etica del lavoro, a una disciplina. Questa teoria è ormai caduta in disgrazia, ma in effetti ci sarebbe qualcosa da dire sulla mentalità e il background religiosi.
Se le diverse regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni, di questo tipo di background. È abbastanza determinante se una terra è prevalentemente cattolica, riformata o luterana, per non parlare degli ortodossi. Le chiese sono, nel bene e nel male, portatrici ed espressione della tradizione e portano inevitabilmente con sé una dimensione storica.
Ma non sono solo le circostanze religiose e politiche recenti che dovrebbero essere prese in considerazione, anche l’Impero romano influenza ancora – a nostra insaputa – pensieri e abitudini. Per molto tempo, per esempio, tutte le università importanti si trovavano nel territorio dell’ex Impero romano, solo durante il XIX secolo le cose iniziarono a cambiare. La linea Danubio-Reno è ancora in qualche modo visibile.

Malesia: premier Mahathir, governo sensibile verso tutte le religioni

da Agenzia Nova – Il primo ministro malese Mahathir Mohamad (nella foto) ha assicurato che il suo governo Pakatan Harapan (PH) sarà sensibile nei confronti di tutte le religioni del paese. Il premier ha rilasciato oggi le osservazioni dopo aver ricevuto una visita da parte di un’organizzazione non governativa, il Consiglio consultivo malaysiano di buddismo, cristianesimo, induismo, sikhismo e taoismo. “Stamattina ho ricevuto una visita di cortesia dai membri del Consiglio consultivo malese di buddismo, cristianesimo, induismo, sikhismo e taoismo nel mio ufficio a Kuala Lumpur”, ha scritto sulla sua pagina Facebook. “Nonostante le nostre differenze, questo paese è stato più pacifico di altri paesi in termini di armonia razziale e tolleranza religiosa. Questo governo sarà molto sensibile verso tutte le religioni e allo stesso tempo ognuno di noi deve obbedire allo stato di diritto”, ha aggiunto.