Category: Società e religione

Maria Goretti, il cielo sulla palude

(da metropolitanmagazine.it) – 6 luglio, anniversario della morte di Maria Goretti, la dodicenne uccisa dopo un tentato stupro e proclamata santa dalla Chiesa il 24 giugno 1950.
Maria Goretti nasce a Corinaldo, in provincia di Ancona, il 16 ottobre 1890, da Luigi Goretti e Assunta Carlini, contadini di umili origini e molto religiosi, che vivevano coltivando la terra. Terzogenita, viene battezzata nella chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo del paese. Col passare degli anni, le scarse risorse economiche della famiglia spingono i Goretti a trasferirsi, alla fine del 1896, a Paliano, in provincia di Frosinone e si stabiliscono a Colle Gianturco, diventando coloni di un podere.

Maria Goretti e l’incontro con i Serenelli
Rimangono qui tre anni, prima arrangiandosi da soli, poi entrando in società con Giovanni Serenelli. L’uomo ha due figli, Gaspare e Alessandro. Sarà quest’ultimo a maturare una ossessione patologica per lei. E alla fine la ucciderà in modo barbaro e truculento. Ma andiamo per ordine. Le due famiglie si dividono lavoro e raccolto.
Nel 1900 si spostano a Ferriere di Conca, al confine con la città di Nettuno, a lavorare per il Conte Attilio Mazzolenì, che assegna loro una abitazione.

La morte del padre
Il clima dell’Agro Pontino non è salubre e il padre, Luigi Goretti, prende prima la malaria, poi il tifo e la meningite. Muore il 6 giugno dello stesso anno. La moglie, Assunta, rimane sola a mandare avanti la famiglia di sei figli. Decide, malgrado le difficoltà, di rimanere a lavorare con i Serenelli per il conte. La bambina ha 10 anni, è docile e ha una fede incrollabile, tanto che è lei a far coraggio alla mamma, sempre più disperata per il duro lavoro e la mancanza cronica di denaro.

Maria Goretti, la fede precoce e il culto alla Madonna
Perfino il desiderio della bambina che dimostra un insolito senso religioso per la sua età, di poter ricevere l’eucaristia, è un lusso che non può permettersi. Dovrebbe fare la prima comunione, imparare dottrina, poi partecipare alla cerimonia per la quale quale serve un vestito nuovo. La ragazzina riesce comunque a prendere lezioni dalla guardarobiera dei conti e da un prete, don Don Alfredo Paliani, che va in paese solo la domenica. Impara rapidamente il catechismo e il 16 giugno 1901, insieme al fratello Angelo riceve per la prima volta l’Eucaristia da Padre Basilio dell’Addolorata, che si trova nell’Agro Pontino da un paio d’anni.

Alessandro Serenelli e la sua ossessione per Maria
Sviluppa una devozione intensa anche alla Madonna, con le recite quotidiane del rosario. Intanto inizia a crescere e attira l’attenzione di Alessandro Serenelli, otto anni più di lei, che inizia a corteggiarla. Si è già guastato, un po’ per le cattive compagnie, un po’ per inclinazione. In poco tempo diventa morboso.

Il rifiuto di Maria e il progetto criminale del Serenelli
Un giorno, a inizio estate, nel 1902, iniziano le avances che lei rifiuta andandosene via piangendo per la sua volgarità, lui allora la minaccia: “Se fiati, ti ammazzo”. Dopo qualche giorno ci riprova, viene di nuovo respinto. Inizia a salirgli dentro la rabbia e il desiderio di punirla, uccidendola. Così si prepara un punteruolo lungo 24 centimetri. Poi, nei giorni che seguono, non le dà tregua. La perseguita, rimbrottandola in continuazione per futili motivi e sovraccaricandola di lavoro. Lei si aggrappa alla fede, però chiede alla mamma di non lasciarla mai sola. La donna però non immagina quello che sta succedendo e forse non fa caso a questa richiesta.

Il brutale omicidio del 5 luglio
L’aggressione fatale avviene il 5 luglio, nelle prime ore del pomeriggio. Entrambe le famiglie sono impegnate nella trebbiature. Alessandro sta guidando uno dei due carri trinati dai buoi, mentre Maria cuce dei vestiti su ordine del ragazzo.
I fratelli della ragazzina si divertono a giocare sui carri mentre la madre sta lavorando nell’aia. Ad un certo punto il ragazzo va da lei e le chiede di sostituirlo perché deve entrare in casa a fare una cosa urgente. Entrato in cucina obbliga Maria, che è lì fuori, a seguirlo. Lei rifiuta e lui perde la testa, la prende con violenza acciuffandola per i capelli. Lei gli dice che se le fa quello che ha in mente andrà all’inferno, come lui stesso racconterà al processo:
“Vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai su tutte le furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco… Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: Dio, Dio, io muoio, Mamma, mamma! Io ricordo di aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre si dimenava ancora. Capivo bene che l’avevo ferita mortalmente. Gettai l’arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia camera. Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto”.
Malgrado la ragazzina sia ormai agonizzante, con ferite così profonde sul ventre da farle uscire le viscere, riesce a chiamare aiuto. Quando la portano in ospedale i medici contano quattordici colpi che le hanno lesionato il polmone sinistro, il diaframma, l’intestino. Rimane in vita altre 24 ore. Alessandro intanto, viene condotto dai Carabinieri alla caserma di Nettuno. Per Maria serve il ricovero all’ospedale Fatebenefratelli, che raggiunge sull’ambulanza, insieme alla madre. Una volta arrivate, alla mamma non è permesso passare la notte con lei e deve allontanarsi. La giovane viene assistita da una infermiera e due suore.

L’interrogatorio dei Carabinieri
Al mattino presto, quando Assunta ritorna, le sue condizioni sono peggiorate. Poi arrivano i Carabinieri a interrogarla sull’accaduto.
Le chiedono se Alessandro l’avesse infastidita anche altre volte prima di quel giorno. Lei risponde che sì, lo aveva già fatto due volte. La madre, turbata le chiede perché non le avesse detto niente e lei: “Mamma, giurò che se l’avessi detto, mi avrebbe ammazzata… intanto mi ha ammazzata lo stesso”.

Le ultime ore di vita: il perdono del suo assassino, poi il delirio
Quando arriva l’arciprete, di Nettuno, Monsignor Temistocle Signori, decide di confessarla e le chiede se vuole perdonare il suo aguzzino. Lei risponde di sì, anzi prega per lui, spera che lui la possa raggiungere in Paradiso. Le viene data l’estrema unzione. Poco dopo inizia a delirare. Alterna le scene della violenza subita a quelle in cui vede la bianca signora, piena di luci e di fiori. Spira alle 15.45 del 6 luglio 1902.

La morte, i funerali, il monumento, la biografia
La sua morte ha subito un’eco immediata nell’ambiente circostante. Era stata una ragazzina amabile, aveva avuto il dono di una fede autentica, semplice e profonda, che aveva messo in pratica con la sua stessa vita, ed era morta nel martirio. Quando celebrano i funerali arriva gente da ogni parte, oltre a prelati e autorità da Roma. Due anni dopo, a Nettuno, le viene dedicato un monumento di marmo, poi è la volta della biografia scritta dall’avocato Carlo Marini. Ispirato alla vicenda di Maria Goretti, anche un film, Cielo sulla palude, di Augusto Genina, uscito nel 1949, vincitore del nastro d’argento al miglior regista.

Il processo di beatificazione
La sua tomba, nel cimitero di Nettuno, diventa meta di pellegrinaggio. Poi i suoi resti vengono esumati nel 1929 e riposti nella cappella delle suore della Croce. Infine, traslate al santuario della Madonna delle Grazie, sempre a Nettuno, visitato da monsignor Achille Ratti, futuro papa Pio XI e papa Paolo VI nel settembre 1969.
Nel 1935 la diocesi di Albano, di cui faceva parte la località di Nettuno chiede di poter iniziare le pratiche per il processo di beatificazione. A cui si arriva, però, solo nel 1947, il 27 aprile, in piazza San Pietro a Roma, con papa Pio XII.

Maria Goretti proclamata santa nel 1950 da papa Pio XII
Dopo soli tre anni,invece, il 24 giugno 1950, è sempre papa Pio XII a proclamarla santa, dopo che diverse guarigioni ottenute con le preghiere a Maria Goretti sono state ritenute dall’ apposita commissione istituita, miracolose. La prima risale al 4 maggio 1947, è una guarigione istantanea di una donna da pleurite esudativa e liquido abbondante. La seconda, quattro giorni più tardi, la guarigione istantanea di un uomo con un grave ematoma al piede sul quale era caduto un masso pesante mentre era al lavoro.

Cosa ne è stato di Alessandro Serenelli?
Serenelli viene condannato a 30 anni di carcere, a Noto. In famiglia c’erano già stati casi di squilibrio mentale e di alcolismo.. Al processo Serenelli confessa di aver preparato il punteruolo se la ragazzina avesse opposto resistenza. Confessa anche il desiderio di fuggire dalla vita insopportabile nei campi, per cui uccidere e andare in carcere in fondo sarebbe sempre meglio che rimanere in quel posto, vivere in quelle condizioni, in estrema povertà.

Il pentimento e la conversione
Nel periodo dal 1902 al 1918, seguito dal vescovo Giovanni Blandini, si pente e si converte alla religione cattolica. Anni dopo racconta di aver visto Maria in sogno che gli offre dei fiori che diventano fiammelle. Nel 1929, scarcerato in anticipo per buona condotta, chiede il perdono dei familiari di Maria Goretti e la madre accetta. Dopodiché l’uomo trascorre il resto della sua vita come giardiniere e portinaio in diversi conventi, l’ultimo dei quali a Macerata, retto dai Cappuccini, dove muore il 6 maggio 1970, a 87 anni, per l’aggravarsi di una frattura del femore provocata da una caduta.

La premio Nobel Karman: “Il mio Yemen muore nel silenzio e con la complicità del mondo”

(da globalist.it – Umberto De Giovannangeli) – Lo Yemen, dopo oltre cinque anni di guerra, “è vittima del silenzio internazionale”. A denunciarlo, in questa intervista a Globalist,  è la premio Nobel per la Pace, Tawakkol Karman. L’attivista yemenita racconta una tragedia senza fine ma con tanti colpevoli. Racconta anche, con orgoglio, il ruolo delle donne in una rivoluzione che non si è arresa. “Non è un caso – rimarca con forza la Nobel per la Pace 2011 – che siano state proprio le donne e i giovani in prima fila in quelle rivoluzioni che hanno segnato tanti Paesi arabi, tra cui il mio, lo Yemen. Vecchi regimi corrotti e dispotici, così come un integralismo retrivo e oscurantista, temono e combattono le donne perché sanno che esse si battono contro una doppia oppressione, facendosi interpreti di una volontà di cambiamento che all’idealità sa unire una straordinaria concretezza”. Per il suo attivismo politico e in difesa dei diritti umani, Tawakkol Karman ha conosciuto le prigioni dell’allora padre-padrone dello Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh. Era il 2011, Tawakkol era presidente dell’associazione “Donne giornaliste senza catene”.

La Comunità internazionale appare nei fatti impotente di fronte ai massacri che segnano ormai da anni la quotidianità in Yemen. Un recente rapporto di Oxfamdà conto di una guerra devastante, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 12.366 vittime civili, tra il 26 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno e oltre 100 mila vittime totali. Oltre 4 milioni di sfollati interni sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo. Ed ancora: più di 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. 2 milioni di bambini e 1,4 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. 24,1 milioni di persone su 30,5 dipendono dagli aiuti umanitari. I prezzi dei beni alimentari sono saliti in media del 47%.Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Le scorte di medicine e materiali sanitari si stanno esaurendo e questo in piena pandemia Covid…
E’ una situazione terribile, un’apocalisse umanitaria. Stiamo parlando di esseri umani, non di numeri. Lei parla di “impotenza”. Io aggiungerei: colpevole. Perché la comunità internazionale, a cominciare da quanti siedono permanentemente al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno gli strumenti per fermare la mano del dittatore-carnefice siriano. Ciò che manca, colpevolmente è la volontà politica di intervenire. Nessuno può dire: non sapevo, non avevo contezza di questa apocalisse umanitaria. Non fermare questa mattanza, è un crimine contro l’umanità.

Lei ha recentemente accusato il governo yemenita riconosciuto dall’Onu di aver esiliato il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi e di essere uno strumento che legittima l’occupazione saudita del Paese. Al tempo stesso, ha usato parole durissime contro il tentativo di colpo di stato messo in atto dalla  minoranza Houthi, sostenuta dall’Iran…
Qualsiasi tentativo di pace che non tenga conto di questo non è altro che un tentativo di soggiogare gli yemeniti allo status quo dettato dal brutale colpo di stato degli Houthi e degli occupanti sauditi ed emiratini. Nel mio martoriato Paese c’’è un vuoto di potere, le decisioni sono scritte dall’ambasciatore saudita, la firma di Hadi e del suo primo ministro non ci rappresentano, non hanno alcuna legittimità. Hadi e i suoi sodali sono soddisfatti di essere semplici strumenti in questa guerra, agenti, non leader; seguaci, non partner alla pari. Dall’inizio della guerra scatenata dalla coalizione a guida saudita, tutti questi componenti, compreso l’Islah Party, sono solo strumenti nelle mani dell’Arabia Saudita, proprio come l’STC, le truppe di Tariq [Saleh] e le Forze d’Elite.

A proposito di Arabia Saudita. Lei ha usato parole durissime nel condannare il brutale assassinio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul nel 2018. Teme di fare la sua stessa fine?

Sono soggetto a una diffusa campagna d’odio e a terribili incitazioni alla volenza contro di me  da parte dei media sauditi e dei loro alleati. La cosa più importante è che sarò al sicuro dalla sega con cui è stato tagliato il corpo del defunto Jamal Khashoggi. Andrò in Turchia e lo considererò un messaggio all’opinione pubblica mondiale: questi seminatori di odio e di morte non l’avranno vinta. Mi lasci aggiungere una cosa: la comunità internazionale non è solo silente verso i crimini perpetrati in Yemen, ma una parte di essa è anche complice attiva in questa mattanza senza fine. E questa complicità riguarda anche l’Europa e quei Paesi che continuano a vendere armi all’Arabia saudita.

Nei suoi discorsi, lei insiste molto sulla “lezione” che i giovani protagonisti delle Primavere arabe hanno fatto propria e come su questa base abbiano condotto la loro battaglia di libertà. Qual è questa lezione che lei proietta anche nei rapporti tra Oriente e Occidente?
Vede, noi giovani della Primavera araba abbiamo capito che quello che impedisce di realizzare la fratellanza fra Oriente e Occidente sono i governanti dispotici, corrotti e fallimentari. Questi governanti sono causa di una guerra interna ai nostri popoli e rappresentano una minaccia per la stabilità internazionale.

Lei ha più volte fatto riferimento ad una “fase due” della rivoluzione yemenita. Di cosa si tratta?
La nostra rivoluzione comincia con la caduta del dittatore. Ora siamo entrati nella seconda fase, una fase di transizione. Occorre cambiare i vertici delle forze di sicurezza ed eliminare la corruzione. Non sarà facile, ma non ci interessa liberarci solo di un despota. Vogliamo giustizia e democrazia e la otterremo attraverso una rivoluzione pacifica.

Di questa rivoluzione le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste…
E’ vero e ne sono profondamente orgogliosa. In questa rivoluzione la donna ha assunto ruoli di guida. Donne sono state uccise per la strada… assassinate perché erano guide. Saleh diceva che dovevamo restare a casa. Ma la nostra risposta è stata: prepara la tua valigia perché le donne faranno cadere il tuo trono. Inizialmente eravamo solo tre donne giovani. Siamo state derise e arrestate. Temute. Gli uomini erano stupiti della nostra presenza e noi stesse della nostra forza. Le donne sono coraggiose e generose: non combattono mai solo per sé, lo fanno per tutta la comunità”.

Quale ruolo gioca, nelle vicende yemenite, la religione?
Nel mio Paese le tradizioni mettono in pericolo la libertà delle donne. Molti religiosi danno interpretazioni personali e sbagliate dell’Islam. I governi non fanno niente perché questo serve loro a mantenere lo status quo.

Come giornalista e attivista, nelle conferenze che tiene in tutto il mondo, lei si concentra principalmente sulla difesa dei diritti umani
Il mio obiettivo è molto chiaro: contribuire alla creazione di Stati democratici che rispettino le libertà e i diritti umani. Ciò può essere ottenuto solo combattendo contro le tirannie che violano tali diritti e a favore della costruzione di Stati le cui fondamenta sono la civiltà, lo stato di diritto e l’integrità delle istituzioni. Porto avanti questa lotta in diversi modi all’interno della società civile e per diffondere il mio messaggio approfitto di tutte le posizioni a mia disposizione: mezzi di informazione, forum sui diritti umani, dibattiti politici, ecc. Ovunque io vada, cerco di spiegare che le tirannie privano le società di pace e sviluppo. Ogni società privata delle libertà e dei diritti umani può solo vivere una pace apparente e precaria fatalmente destinata a crollare.

Per tornare al suo paese. Lo Yemen può sperare in un futuro migliore?
Non puoi pensare al futuro di un paese fino a quando la pace non verrà ripristinata. Ma la pace non sta solo mettendo fine alla guerra, ma anche all’oppressione e all’ingiustizia. La pace senza giustizia è precaria, come un cessate il fuoco o una tregua provvisoria che è solo il preludio a eventi ancora più terrificanti successivi. La peggiore di tutte le guerre è ciò che le dittature tiranniche hanno dichiarato ai propri popoli. Pertanto, rimango convinta che sia necessario lottare contro i regimi politici che non sono in grado di garantire i diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni e di minacciarli. Dobbiamo sostituirli con sistemi democratici. Oggi come ieri, combatto per la democrazia. Ciò, nel caso dello Yemen, significa porre fine alla situazione creata dal colpo di stato e organizzare il referendum sul progetto di Costituzione che era già stato concordato nel dialogo nazionale avviato durante il periodo di transizione. Quindi, le elezioni possono essere chiamate naturalmente. Quando la vita politica tornerà al suo corso normale, ho intenzione di fondare un partito che riunisca essenzialmente donne e giovani per realizzare il progetto civico promosso dalla rivoluzione del 2011.

Lo Yemen, la Siria, la Libia, la Palestina: il Vicino Oriente sembra un immenso campo di battaglia, le cui prime vittime sono le popolazioni civili
“Quelle a cui lei fa riferimento, e se ne potrebbero aggiungere anche altre, sono guerre per procura, condotte da potenze regionali che hanno in spregio la libertà dei popoli, a cui non interessa nulla infliggere sofferenze indicibili, privare milioni di esseri umani, in maggioranza giovani, di un futuro degno di essere vissuto. Lo Yemen, per la sua posizione geografica, è un vaso di coccio tra due grandi vasi di ferro, l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono la supremazia nel Golfo Persico e in tutto il Medio Oriente. Ma alla fine, ne sono convinta, il bisogno di pace che anima il mio popolo, al di là di ogni appartenenza etnica, avrà la meglio su quanti hanno tentato di annientarci.

Rajangam: “Vi racconto la tragedia dei nomadi tribali indiani”

(da interris.it) – Mi chiamo Rajangam. Vivo nella città di Madura, nel sud del Tamil Nadu, in India. Ci sono molte comunità tribali nomadi in Tamil Nadu e in India. Io sono tra questi: appartengo alla comunità tribale nomade dei cartomanti (in Tamil li chiamiamo GuduGuduppaikarargal), una delle più segregate dell’India”. Comincia così l’appello di Rajangam, insegnante e attivista sociale indiano di 48 anni. Rajangam è nato in una famiglia di nomadi poverissima. Unico dei suoi tanti fratelli, ha potuto studiare e liberarsi dal destino di diventare una specie di chiromante come tutti i membri della sua tribù nomade. In India vige infatti un sistema di caste ufficialmente abolito nel 1950. Ma in pratica è ancora molto presente nella società, anche tra le istituzioni, come ha raccontato a In Terris una volontaria italiana.

L’aiuto della Chiesa indiana
Rajangam ha potuto diventare un maestro di scuola elementare (troppo costosa per un soggetto appartenente alla casta dei nomadi, come lui) grazie all’aiuto donatogli dall’allora Arcivescovo di Madurai, mons. Arockiasamy e dal Vescovo ausiliare e attuale Arcivescovo di Madurai, Mons. Antony Pappusamy. “È stata davvero un’opportunità inviata da Dio che ho colto immediatamente”, racconta. Madurai è una città di quasi 1 milioni di abitanti nello Stato federato del Tamil Nadu, nell’estremo sud-est della penisola indiana. Grazie al finanziamento della Chiesa Cattolica Rajangam – che è cattolico come tutta la sua famiglia – ha preso il diploma di maestro elementare riscattandosi così dal sistema che l’obbligava allo stesso destino di suo padre e di suo nonno. Una volta divenuto maestro, non è scappato in città lasciando il campo nomadi, ma ha scelto di aiutare gli altri nella sua stessa situazione.

La creazione di Tent society
Ha così fondato nel 2003 un’organizzazione umanitaria denominata TENT society. L’obiettivo è “educare e responsabilizzare i nomadi per garantire i loro diritti umani”. Anche sua moglie – che appartiene alla sua stessa comunità nomade – ha studiato e si è unita a lui nel grande progetto di riscatto del popolo nomade. “La TENT Society ha iniziato ad aiutare le comunità tribali nomadi insieme ad alcuni volontari”, racconta a In Terris Rajangam. “In questi anni, sono entrato in contatto con altri attivisti o importanti personaggi dell’India grazie a seminari e conferenze organizzate nell’interesse delle tribù nomadi. Una di queste persone speciali è padre Renato Rosso, missionario nato ad Alba che da anni segue le popolazioni nomadi dell’India e del Bangladesh. Grazie a lui, Tent ha trovato appoggio e aiuti sia da Ruah onlus fondata da padre Rosso, sia dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (ApgXXIII) fondata da don Oreste Benzi.

La società delle disuguaglianze
Ancora oggi esistono molte forme di disuguaglianza in India a livello sociale, politico, economico, di accesso alla scuola e ai servizi essenziali quali la sanità. “Secondo la nostra costituzione – spiega Rajangam – siamo un paese secolare, ma in realtà le disuguaglianze sono ovunque e sono legate sia alla casta, sia alla religione di appartenenza. Ad esempio, tutto ciò con un indiano di religione indù ottiene dallo Stato, terreni, concessioni e così via, rischia di perderle se si converte al cristianesimo. Discriminazioni che vivono anche i musulmani e le altre minoranze religiose presenti nel Paese. Per tale motivo, come Tent society, abbiamo deciso di aiutare tutti, indipendentemente dal credo e dalla provenienza sociale, con una speciale attenzione alla popolazione delle tribù nomadi”.

La condizione delle tribù nomadi
Ma quali sono le reali condizioni di vita delle tribù nomadi in India, al di fuori dei proclami politici del premier indiano Nerenda Modi? “Sono davvero drammatiche“, spiega Rajangam. “Non godono di alcun diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Il British Act del 1871 che li ha criminalizzati durante il colonialismo è ancora valido. Spodestati dalle loro terre tradizionali in nome dello sviluppo, queste tribù antichissime sono state costrette a vagare pur di sopravvivere, divenendo così nomadi. Ma i nomadi in India sono considerati il gradino più basso della società e della gerarchia indiana perché non hanno neppure un pezzo di terra. A causa di questa discriminazione centenaria, le tribù nomadi indiane sono in ritardo in tutti gli indicatori di sviluppo. I nomadi sono considerati il gruppo più bassi della società e come tali vengono trattati. Non vengono neppure conteggiati nelle statistiche sulla povertà del Paese perché, essendo nomadi, non hanno residenza. Sono in definitiva invisibili anche allo Stato, che non se ne cura affatto”.

Coronavirus e povertà
In questo scenario già drammatico, la diffusione del COVID- 19 ha messo in ginocchio le comunità tribali, anche a livello economico. “Il lockdown – dice Rajangam – è durato più di 100 giorni impedendo ai poveri di guadagnare a giornata. Gli aiuti annunciati dal governo non li raggiungono poiché la maggior parte di loro non ha i documenti richiesti, essendo nomade. Al momento, migliaia di famiglie sono totalmente prive di cibo e sopravvivono solo grazie agli aiuti di alcune Ong e a qualche buon samaritano. Ma la maggior parte sta letteralmente morendo di fame!”. In queste circostanze drammatiche, la Tent society sta cercando di far pervenire degli aiuti dall’estero.

L’appello di Rajangam
Da qui, l’appello a donare da parte di Rajangam. “Il mio appello è per voi italiani – dice – affinché vogliate supportare economicamente circa 1000 famiglie, almeno 5000 persone. Le donazioni (qui il link al sito della Tent society) serviranno per acquistare e fornire loro razioni secche e altri beni di base necessari per la loro sopravvivenza almeno fino a novembre. Questo mitigherebbe immensamente le loro sofferenze. Una volta assicurata la sicurezza alimentare, infatti, i problemi sanitari possono essere risolti localmente. Abbiamo bisogno di tutti per risolvere questa situazione – conclude Rajangam – una vera e propria tragedia degli invisibili“.

La fecondazione assistita perde il guru

(da Il Giornale) – Carlo Flamigni, morto all’età di 87 anni, era più compiutamente uno scienziato da prima linea. Innovatore & divulgatore: studiava, firmava pubblicazioni su pubblicazioni affrontando questo o quel tema, poi distillava in una frase pillole di saggezza progressista, oggi si direbbe liberal, destinate a suscitare standing ovation da una parte e anatemi dall’altra.
Un giorno, nel 2014, osservando lo scontro davanti al Policlinico Sant’Orsola di Bologna fra un gruppetto di cattolici che pregavano contro l’aborto e le femministe che intonavano Bella ciao, il professore se ne uscì con un giudizio molto acuminato e offensivo per la sensibilità di chi non la pensava come lui: «Quelle preghiere sono espressione di una chiesa medioevale. Le femministe reagiscono a una provocazione cattiva che umilia le donne». Così. Tranchant. Come il profeta di un nuovo ordine imbevuto nel fonte battesimale di un neopositivismo tutto ottimismo. «Dietro a un aborto – aggiunse a Repubblica – c’è sofferenza. É una scelta complicata. Ricordo le donne a testa bassa che non vogliono essere viste. Chiedo a chi recita le preghiere dove è la loro compassione, di considerare queste donne, vittime di fidanzati imprudenti, di mancanza di educazione. Dietro c’è l’egoismo, l’ignoranza, l’indolenza degli uomini».
Questo era Flamigni: il bisturi era la bacchetta magica di una nuova era che faceva a pezzi millenni di tradizione, di morale, di religione. E prospettava un’epoca in cui le donne, affrancate dalla condizione subalterna, avrebbero potuto scegliere quale strada prendere ai confini della vita.
Esattamente come poi è avvenuto, nel nome del femminismo e della contemporaneità, anche se non è affatto detto che tutto sia andato per il meglio. Anzi. L’aborto è diventato nei fatti quasi uno strumento di contraccezione, la sofferenza si è mischiata ad altri stati d’animo, non sempre così drammatici, soprattutto la natalità, non più difesa come prima, è crollata aprendo un buco nella società e generando problemi giganteschi. Più grandi di quelli che dovevano essere risolti. Come è successo anche ad altri generosi pionieri, Flamigni ha coltivato il mito di un nuovo umanesimo, senza accorgersi che così, pur collezionando vittorie su vittorie, la società sarebbe andata a sbattere.
Ma lui è andato avanti imperterrito. Fino alla fine. «Che rabbia» esclamó davanti alle titubanze della Regione Emilia nell’imboccare la via dell’eterologa, suo cavallo di battaglia. Nessun dubbio etico scuoteva queste certezze: «Non conta la genetica, conta chi cresce il bambino». E ancora, convinto di vedere più in là, affermava con una certa temerarietà: «Le regole morali di oggi non sono uguali a quelle di ieri. E in futuro saranno ancora diverse. Non c’è una morale scritta. Ma è dettata dal senso comune. Che si modifica come la scienza. Oggi sta arrivando l’utero artificiale».
Insomma, per tutta la vita, Flamigni non ha mai perso quell’immagine di camice bianco militante, immerso nella sua missione e poi nei libri, nella docenza, nelle battaglie civili che hanno segnato più di una generazione. Il ginecologo, in realtà un intellettuale, lascia uno stuolo di ammiratori. Ma anche una serie di previsioni stonate. Perché il perimetro dell’uomo è più grande di quello che aveva identificato e circoscritto. Operando una riduzione, quella sì dalle conseguenze disastrose.

Meelis Friedenthal – Se le regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni

(da linkiesta.it – Nicola Baroni) – «Oggi l’Estonia è molto ansiosa di affermarsi come paese digitale e all’avanguardia per l’innovazione digitale: va bene, ma allo stesso tempo credo che un paese non dovrebbe mirare ad essere identificato con una sola semplice caratteristica. Una varietà di possibilità e identità è meglio di una singola definizione». Meelis Friedenthal non è lo scrittore estone che si aspetterebbe di trovarsi davanti chi conosce il paese baltico solo per come lo raccontano i media.
Dimenticate e-government e cittadinanza digitale, Friedenthal prima di diventare scrittore ha svolto un dottorato in teologia all’Università di Tartu: tema delle sue ricerche il “Tractatus moralis de oculo”, scritto morale-allegorico duecentesco di Petrus di Limoges conservato agli archivi di Tallinn. «Quel testo è, da un lato, un supporto per la predicazione, ma allo stesso tempo offre interpretazioni allegoriche che attingono alle conoscenze più all’avanguardia in materia di ottica e oftalmologia del tempo».
Molte delle idee, immagini e discussioni di quel trattato sono entrate ne “Le api”, il suo secondo romanzo, l’unico che possiamo leggere in italiano, tradotto da Daniele Monticelli per Iperborea, che nel 2013 gli è valso il premio per la letteratura dell’Unione europea. Prima aveva pubblicato il romanzo di fantascienza “Kuldne aeg” (Età dell’oro), sul ruolo della Storia nel modellare la nostra identità; “Inglite keel” (Il linguaggio degli angeli) è il suo ultimo romanzo e in autunno uscirà una raccolta di racconti.
“Le api” è un romanzo storico filosofico ambientato nel XVII secolo che segue le vicende e le speculazioni dello studente Laurentius Hylas: il giovane, in fuga da Leida, va a studiare a Tartu, piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia e sede di un’Università dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio. Teorie scientifiche e suggestioni magiche, filosofia, teologia, alchimia e medicina si riversano senza soluzione di continuità una nell’altra: il narratore racconta i malesseri e le visioni del protagonista, le cui malattie oniriche rendono i fantasmi indistinguibili dalla realtà, lasciando la sua stessa figura sempre avvolta nell’ombra.

Se non come paese digitale, come descriverebbe l’Estonia?
Di recente mi è stato chiesto di scrivere una storia per “La Lettura” del “Corriere della Sera iniziando con la parola che meglio descrivesse il paese. Scelsi “delicato”, ma a causa di problemi di comunicazione e di un piccolo incidente il traduttore spostò l’ordine delle parole per ottenere una migliore leggibilità e la storia iniziò con la parola pelle”. In un certo senso è interessante e forse anche più intrigante.

Cosa intendeva con “delicato”?
Volevo attirare l’attenzione sul fatto che l’Estonia è piuttosto paludosa, coperta di verdi foreste, morbido muschio, lenti fiumi, migliaia di laghi. Tutto il resto – si tratti di persone, villaggi o città – è costruito su queste basi. Ciò rende l’Estonia abbastanza diversa dai paesi montuosi o da quelli aridi. Ovviamente anche la latitudine gioca il suo ruolo: inverni lunghi e bui, estate in cui il sole tramonta a fatica, questo influenza le persone e il loro carattere.
Non intendo dire che esista un “carattere nazionale”, ma che la terra influenza le persone che la abitano allo stesso modo in cui una bicicletta influenza chi la guida. Ti dà alcuni vantaggi ma allo stesso tempo richiede un certo comportamento: devi mantenere l’equilibrio, tendi ad evitare certe strade. La terra è la nostra bicicletta. Inoltre l’Estonia è una terra di confine, ciò significa che abbiamo una storia complicata, che si riflette nella nostra attuale situazione. Oltre alla terra, penso che la Storia sia estremamente importante per comprendere una persona o un Paese, che sono quello che sono a causa della Storia.

Il fatto di essere ai confini d’Europa è più un vantaggio o un rischio?
Le regioni al confine si trovano sempre, in linea di principio, in una situazione in cui non sono né – né. Questo rende gli abitanti come dei senzatetto: non sono interamente compresi da nessuna delle due parti, vivono in una condizione estenuante che richiede un costante equilibrio. Lo scrittore estone Jaan Kross ha iniziato il suo libro “Kolme katku vahel” (Between Three Plagues) con la scena di un equilibrista che cammina su una corda tesa sopra la città. Doveva simboleggiare la situazione estone durante l’era sovietica, ma in un certo senso simboleggia ancora la nostra situazione. I confini sono anche un importante locus theologicus, per usare il linguaggio di Paul Tillich, poiché anche come esseri umani siamo sempre al confine, tra la vita e la morte.

A un certo punto de “Le api”, il protagonista ragiona sull’antico concetto di Unione iperborea e sul nazionalismo svedese. C’è ancora un sentimento di appartenenza che unisce i paesi del Nord Europa?
Ho trascorso l’anno scorso in Germania, al Max-Weber-Kolleg. Secondo la famosa teoria di Max Weber lo spirito del capitalismo sorse dal particolare tipo di protestantesimo prevalente nei paesi del Nord. A suo avviso fu la mescolanza riformata-luterana-pietistica che diede origine alla frugalità, a una rigorosa etica del lavoro, a una disciplina. Questa teoria è ormai caduta in disgrazia, ma in effetti ci sarebbe qualcosa da dire sulla mentalità e il background religiosi.
Se le diverse regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni, di questo tipo di background. È abbastanza determinante se una terra è prevalentemente cattolica, riformata o luterana, per non parlare degli ortodossi. Le chiese sono, nel bene e nel male, portatrici ed espressione della tradizione e portano inevitabilmente con sé una dimensione storica.
Ma non sono solo le circostanze religiose e politiche recenti che dovrebbero essere prese in considerazione, anche l’Impero romano influenza ancora – a nostra insaputa – pensieri e abitudini. Per molto tempo, per esempio, tutte le università importanti si trovavano nel territorio dell’ex Impero romano, solo durante il XIX secolo le cose iniziarono a cambiare. La linea Danubio-Reno è ancora in qualche modo visibile.

Malesia: premier Mahathir, governo sensibile verso tutte le religioni

da Agenzia Nova – Il primo ministro malese Mahathir Mohamad (nella foto) ha assicurato che il suo governo Pakatan Harapan (PH) sarà sensibile nei confronti di tutte le religioni del paese. Il premier ha rilasciato oggi le osservazioni dopo aver ricevuto una visita da parte di un’organizzazione non governativa, il Consiglio consultivo malaysiano di buddismo, cristianesimo, induismo, sikhismo e taoismo. “Stamattina ho ricevuto una visita di cortesia dai membri del Consiglio consultivo malese di buddismo, cristianesimo, induismo, sikhismo e taoismo nel mio ufficio a Kuala Lumpur”, ha scritto sulla sua pagina Facebook. “Nonostante le nostre differenze, questo paese è stato più pacifico di altri paesi in termini di armonia razziale e tolleranza religiosa. Questo governo sarà molto sensibile verso tutte le religioni e allo stesso tempo ognuno di noi deve obbedire allo stato di diritto”, ha aggiunto.

Vuole scrivere “Gesù” su targa dell’auto, ma governo svedese dice no

da Il Giornale (Gerry Freda) – Il governo svedese è stato in questi giorni accusato da diversi media locali di “rinnegare le radici cristiane del Paese”.
Le critiche a carico delle istituzioni sono state scatenate da una presunta “discriminazione su base religiosa” subita da un automobilista.
Quest’ultimo, Cesar Kisangani Makombe, aveva in questi giorni presentato all’autorità nazionale dei Trasporti un’istanza diretta a “personalizzare” la targa del proprio veicolo. Egli aveva chiesto ai funzionari dell’ente l’autorizzazione a incidere sulla placca, accanto ai numeri identificativi del mezzo, una scritta mirante a celebrare le proprie convinzioni religiose. Le parole che Kisangani Makombe intendeva aggiungere all’interno della targa d’immatricolazione erano “Gesù Cristo”. L’istanza del proprietario della vettura è stata però respinta dall’autorità dei Trasporti, la quale, a detta dell’agenzia di informazione TT News, non avrebbe accordato all’automobilista neanche il permesso di incidere sulla placca la sola parola “Cristo” o il solo nome “Gesù”.
Il rifiuto nei confronti di Kisangani Makombe, semplicemente desideroso di personalizzare la targa della sua macchina seguendo le proprie convinzioni religiose, è stato giustificato con queste parole dall’ente governativo: “L’autorizzazione a modificare la targa in questione”, ha dichiarato il portavoce dell’istituzione, “è stata negata in quanto l’istante aveva manifestato l’intenzione di apporre sulla placca parole dal contenuto palesemente offensivo. L’autorità nazionale dei Trasporti ritiene infatti che espressioni attinenti a una particolare religione siano suscettibili di urtare la sensibilità dei seguaci di altri culti e quella dei non-credenti.”
La motivazione fornita dai funzionari statali ha indotto Kisangani Makombe ad accusare pubblicamente le autorità di Stoccolma di “tradimento delle radici cristiane della nazione”. L’automobilista ha quindi rilasciato un’intervista al quotidiano locale Göteborg Direkt, nella quale ha dichiarato: “È paradossale che la Svezia, un Paese cristiano rappresentato da una bandiera nella quale campeggia una croce, consideri offensiva la figura di Gesù e, di conseguenza, neghi a un credente il diritto di manifestare la propria fede mediante una semplice targa automobilistica. È assurdo! Le nostre istituzioni stano conducendo una vera e propria guerra contro l’identità cristiana della Svezia.”
Nonostante il cristianesimo abbia influenzato in maniera profonda la storia della nazione scandinava, gli Svedesi sarebbero attualmente, a detta dei sondaggisti, “uno dei popoli meno religiosi d’Europa”. In occasione delle ultime indagini demoscopiche, infatti, “oltre il 75%” della popolazione si sarebbe dichiarato “non credente”.

Massoneria: Bonanno, “noi puliti, Papa Francesco potrebbe essere nostro capo”

da abruzzoweb.it – “La massoneria è pulita, composta da persone con una forte morale, tanto che potrebbe essere suo capo ideale Papa Francesco, in virtù del suo messaggio dell’universalità del Creatore ‘urbi et orbi’ , unico e comune per tutti gli esseri viventi, al di sopra delle religioni,  che è anche un principio cardine della massoneria”.
Parola di Vincenzo Bonanno, delegato magistrale Abruzzo Molise della Gran Loggia di rito scozzese, volto noto aquilano, in quanto storico docente di lingua inglese del liceo classico “Cotugno” e presso la facoltà di Scienze motorie.
Nell’intervista ad Abruzzoweb, Bonanno tiene a sfatare quelli che per lui sono solo pregiudizi intorno alla Massoneria, consolidatisi dopo vari scandali e vicende giudiziarie che hanno segnato la recente storia italiana, a cominciare quelle che hanno riguardato la loggia P2 di Licio Gelli.
“Non ci sono preclusioni per essere ammessi alla massoneria – spiega innanzitutto Bonanno – ci sono persone di ogni nazionalità, cultura, senza distinzioni di ceto, orientamento sessuale o politico. Non accettiamo atei o agnostici, per un motivo molto semplice. Noi crediamo che ci sia un Dio, unico e comune a tutti”.
Le grandi famiglie italiane sono due, il Grand’Oriente d’Italia riservata solo agli uomini e la Gran Loggia di rito scozzese, a cui possono accedere anche le donne.
Bonanno è affiliato alla Gran Loggia di rito scozzese da oltre 40 anni, gli iscritti in tutta la regione sono circa un centinaio, divisi in gruppi provinciali.
Il gran maestro è l’avvocato Sergio Ciannella, che presiede il Supremo Consiglio.
Per quanto riguarda l’Abruzzo, la Gran loggia ha una sede nel centro storico dell’Aquila in un palazzo prestigioso ritenuto “tra i più antichi d’Italia”. Massimo riserbo sulla sua ubicazione, perchè, spiega il professore, “rispettiamo un principio di grande riservatezza e proteggiamo la privacy di chi ne fa parte”.
La massoneria, nella sua presentazione pubblica, dichiara di essere “un ordine universale iniziatico di carattere tradizionale e simbolico che tende al perfezionamento e all’elevazione dell’uomo e dell’umana famiglia”.
“In Abruzzo – ricorda il delegato – la massoneria è arrivata nell’800 con Napoleone Bonapartee da lì si è radicata anche con piccole logge tutt’ora presenti di minore importanza. Ci muoviamo all’interno di una cornice di grande correttezza seguendo e promuovendo principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, facendo incontrare persone oneste e di buoni costumi. Durante gli incontri si parla e si discute di problematiche di varia natura tendenti a preservare quello che di buono c’è stato nella tradizione e nel passato, tra uomini liberi che non siano collegati con problemi con la giustizia”.
La storia italiana ha associato la massoneria in alcune occasioni a fenomeni mafiosi e legati alla corruzione, o anche ad episodi di cronaca nera mai risolti, come per esempio accaduto con la sparizione della giovane Emanuela Orlandi, o con il misterioso suicidio di Roberto Calvi, gli scandali e le ombre del Vaticano, Licio Gelli e la P2, Michele Sindona.
L’anno scorso la Commissione parlamentare antimafia presieduta dalla senatrice Rosy Bindi, pose l’attenzione su una relazione su Mafia e Massoneria nella quale si sospettava la presenza di pregiudicati in varie logge in Italia.
Sono stati convocati i gran maestri delle principali obbedienze italiane e sono stati forniti gli elenchi degli appartenenti e per quanto riguarda l’Abruzzo la relazione ha dato esito positivo.
“Degli appartenenti alla Gran Loggia di rito scozzese – ribadisce Bonanno – nessuno di noi risulta coinvolto in affari poco puliti o appartenente ad associazioni criminali. Non abbiamo associati non identificabili, coloro che sono eventualmente coinvolti in attività illecite, appartengono a logge spurie, non riconosciute”.
Il professore in questi ultimi anni ha lavorato molto per abbattere tutti i pregiudizi intorno alla massoneria, avvicinare i ‘profani’ a questo movimento a base etico e morale, affinchè venga accettata e finalmente percepita come “un semplice circolo culturale in cui si discute, ci si confronta e si evitano discorsi partitici che potrebbero accendere gli animi”.
“Purtroppo – chiarisce il delegato – non abbiamo una legge che protegga la massoneria ufficiale. Ciò che viene associato al periodo buio degli anni ’70 e ’80 è da ascrivere al fatto che chiunque può fregiarsi del titolo di massone, anche i disonesti. Oppure ancora è possibile creare piccole logge, non riconosciute, tramite le quali compiere azioni illecite”.
E come chiarisce ulteriormente il delegato, “affermare ancora oggi che tutti gli appartenenti alle logge siano coinvolti in faccende giudiziarie e illegali, equivale a sostenere che tutti i cristiani sbagliano o che tutti gli iscritti a un sindacato o un partito politico sono corrotti nel caso che qualche aderente non rispetti le regole del vivere civile”.
Già nel ‘700 la Chiesa cattolica aveva scomunicato la massoneria in quanto riteneva che l’unico vero dio fosse quello riconosciuto dalla religione cristiana, mentre gli appartenenti alle logge asseriscono che ci sia un grande architetto dell’universo, ossia un unico dio comune a tutte le religioni.
E questa posizione della Chiesa ha creato delle differenze tra la massoneria italiana e quella di stampo anglosassone.
“Con il mio lavoro di docente di lingua ho potuto approfondire gli studi massonici in Gran Bretagna. E ho notato le differenze. Le logge anglosassoni sono prevalentemente maschili, e soprattutto criticano le nostre posizioni perché ci reputano troppo asserviti al papato”.
“Noi crediamo – aggiunge – che ci sia parità intellettuale e anche di diritti. Oggi la donna ha un ruolo centrale nella società e ha tutti i mezzi intellettuali per partecipare a qualunque tipo di discussione”.
Sono stati tanti nella storia a far parte delle logge massoniche, da Albert Einstein, a Winston Churchill, Giuseppe Mazzini, Abraham Lincoln, George Washington, Gianni Agnelli, ma anche moltissimi nomi dello spettacolo, come Walt Disney, Louis Armstrong e in Italia, il principe Antonio De Curtis, “Totò”, l’attore Paolo Stoppa, il cantante Claudio Villa.
E tanti sono stati gli abruzzesi illustri a far parte del Goi e della Gran Loggia di rito scozzese, come il pittore Teofilo Patini, al quale era dedicato un monumento che oggi non c’è più in piazza del teatro all’Aquila, il giurista e patriota mazziniano Pietro Marrelli originario di Lucoli (L’Aquila), a cui è stata intitolata una via nel centro storico del capoluogo e ancora Gabriele D’Annunzio, nell’aquilano e in tempi più recenti, Carlo Chiarizia e Emidio Lopardi.
In tanti paesi di tutto l’Abruzzo ci sono ancora segni massonici visibili, come ad esempio sui davanzali delle porte di alcuni antichi palazzi ad Ofena o nelle chiese.
“I primi massoni – ricorda il delegato – erano costruttori di cattedrali, manovali, ingegneri, architetti, che hanno lasciato a futura memoria questi simboli scolpiti”.
“La massoneria moderna – chiarisce – è il risultato di quella speculativa del ‘700 a livello ideologico e si basa su una simbologia che rappresenta il cielo, la terra, i segni zodiacali, il giorno e la vecchia concezioni la notte”.
Immagini tipiche legate alla massoneria sono il compasso e la squadra, “strumenti usati dai muratori e architetti del passato. La leggenda che sta alla base vede protagonista Hiram, personaggio immaginario preso ad esempio di figura allegorica. Era il capomastro della costruzione del tempio di Re Salomone, il prediletto e più stimato”.
Nella costruzione del personaggio i massoni hanno utilizzato il versetto della Bibbia del Primo Libro dei Re, 7:13-14, nel quale Hiram viene descritto come il figlio di una vedova di Tiro, assunto da Salomone per eseguire gli ornamenti bronzei del nuovo tempio. Rifacendosi a questo passo biblico, i massoni spesso si definiscono come “figli della vedova”.
Poi c’è il Triangolo, ritenuto “il simbolo geometrico perfetto. Quando ci si riunisce siamo minimo 7 e c’è il maestro venerabile che presiede, coadiuvato da due sorveglianti che formano un triangolo rivolto a occidente o a Oriente”, spiega Bonanno.
E ancora l’Occhio, “il grande architetto dell’universo: Dio, unico per ogni religione, dato che all’interno delle logge, come anche in Abruzzo ci sono appartenenti a varie religioni, non solo di matrice cattolico cristiana”.
“Si muore massoni, e lo si è per sempre come per chi ha ricevuto il battesimo. Per lo scrittore inglese George Orwell nel romanzo 1984 il protagonista principale è costretto ad ammettere che la somma di 4 più 4 talvolta fa anche 5, per i massoni che sono alla continua ricerca della verità la somma di 2 più 2 non può essere che 4 e solo 4”, conclude.

60 anni fa moriva il Papa della Seconda Guerra Mondiale

da La Voce e il Tempo – «Forse la mia protesta solenne avrebbe procurato a me una lode del mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile». Confida Pio XII a un collaboratore nel 1942. Sessant’anni fa, il 9 ottobre 1958, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, moriva Eugenio Pacelli (1874-1958), Papa (1939-1958) nei tempi tribolatissimi della seconda guerra mondiale.
Per vent’anni (1945-1963) Pacelli è osannato da esponenti politici e religiosi ebraici perché ha salvato migliaia di persone. Pinchas Lapide, ex console israeliano a Milano: «Non c’è Papa che sia stato ringraziato tanto calorosamente dagli ebrei per l’aiuto e la salvezza offerti ai loro fratelli in momenti di grave pericolo». All’elezione nel 1939 il «Palestine Post» lo saluta «una guida per la pace». Isaac Herzog, gran rabbino di Gerusalemme, il 28 febbraio 1944 scrive a mons. Angelo Giuseppe Roncalli, nunzio in Turchia e Grecia: «Il popolo d’Israele non dimenticherà mai i soccorsi apportati ai suoi sfortunati fratelli e sorelle da parte di Sua Santità e i suoi  delegati, in uno dei momenti più tristi della nostra storia». La stampa nazista lo bolla «servo dell’internazionale ebraica e massonica».
Alla morte, 60 anni fa, il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir, futuro primo ministro, scrive in Vaticano: «Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime». Elio Toaff, rabbino capo di Roma, scampato al lager con l’aiuto del prete marchigiano Bernardino Piccinelli, testimonia: «Più di chiunque altro abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del Pontefice, durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava morta». E il rabbino Israel Zolli dopo la guerra si converte e si fa battezzare con il nome di Eugenio.
Improvvisamente il «Pastor angelicus» e il «Defensor civitatis» diventa il «Papa di Hitler e dell’Olocausto, il Vicario dei silenzi». Il 20 febbraio 1963, al teatro Kurfürstendamm di Berlino, va in scena «Der Stellvertreter. Il Vicario», cinque atti del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che accusa Pacelli di non aver protestato contro il genocidio. Robert Kempner, giurista ebreo americano, accusatore dei nazisti al processo di Norimberga, ipotizza che lo scopo di Hochhuth sia «distrarre l’attenzione dalla cattura dei nazisti clandestini».
La tesi sulla reticenza pacelliana diventa dogmatismo acritico e ubriacatura propagandistica che provoca clamorosi scivoloni, come quello del rabbino Meir Lau che nel 1998 a Berlino, per i 50 anni della «Notte dei cristalli», spara a zero: «Dov’era il Papa quel giorno? Dov’era Pio XII il 9 novembre 1938, quando i nazisti distruggevano sinagoghe e negozi degli ebrei? Perché non condannò la “Kristallnacht”?». Non la condannò semplicemente perché non era ancora Papa: lo diventerà quattro mesi dopo, il 2 marzo 1939. È un’offesa alla verità l’effige e la didascalia di Pio XII esposte a Gerusalemme nel Museo dedicato ai capi di Stato antisemiti e non nel «Giardino dei Giusti fra le Nazioni» nello «Yad Vashem, Museo dell’Olocausto».
Pacelli si muove su un duplice piano: salva il più alto numero possibile di ebrei e perseguitati; condanna le nefandezze dei dittatori. «Opus iustitiae pax» il suo motto. Nell’impossibilità di arginare il conflitto, cerca di salvare più persone che può. Migliaia di ebrei, perseguitati, comunisti, socialisti, popolari, azionisti, zingari, omosessuali, handicappati, uomini e donne della Resistenza trovano rifugio nei conventi, negli edifici extraterritoriali, nei palazzi del Laterano e di Castel Gandolfo, nelle canoniche e nelle parrocchie di tutta Italia. Vive un lacerante dilemma: parlare e condannare a morte migliaia di persone; o tacere e agire per la loro salvezza? Il 20 febbraio 1941 esclama: «Quando il Papa vorrebbe gridare forte, è costretto al silenzio dilatorio; quando vorrebbe agire e soccorrere è costretto alla paziente attesa». Una moltitudine di testimoni e montagne di documenti smentiscono la sciagurata «leggenda nera» di Pio XII.
«Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio» è il suo atteggiamento in tutta la vita: nunzio a Monaco di Baviera e poi a Berlino fino al 1929; collaboratore di Benedetto XV nel tentativo di fermare «l’inutile strage» della Grande Guerra; intuisce il pericolo dell’ideologia nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e anticattolica; cardinale segretario di Stato dal dicembre 1929, collabora ai documenti contro i totalitarismi. Pacelli prepara le encicliche, Pio XI le promulga: «Non abbiamo bisogno» (1931) contro il fascismo; «Divini Redemptoris» (1937) contro il comunismo ateo; «Firmissimam constantiam» (1937) sul totalitarismo messicano; «Mit brennender Sorge, con bruciante preoccupazione» (1937) contro il nazismo. Mons. Quirino Paganuzzi ricorda: «Pio XI ricevette, insieme a Pacelli, due cardinali tedeschi: Michael Faulhaber di Monaco e, non ricordo se Karl Joseph Schulte di Colonia o Johannes Adolf Bertram di Breslavia. Diede loro da leggere il testo pregandoli di esprimere pareri e osservazioni. Indicando Pacelli, scandì: “Ringraziate lui; ha fatto tutto lui; ormai è lui che fa tutto. È a lui che dovete pensare”».
Eletto Pontefice il 2 marzo 1939, nel radiomessaggio del 24 agosto 1939 esclama: «Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Difende i perseguitati senza distinzione di religione, etnia, nazionalità, appartenenza politica. Invitato a mettersi in salvo, risponde: «Non lascerò il mio posto, anche dovessi morire». Si priva di cibo, stufa, comodità, vacanze per condividere la vita della gente provata da bombardamenti e guerra.
Hochhuth lo attacca a testa bassa e nel secondo atto afferma: «Un vicario di Cristo che ha tutte queste crudeltà dinanzi agli occhi e per ragion di Stato aspetta anche solo un giorno, anche una sola ora per elevare la voce del suo cuore in maledizione… un Papa simile è un assassino». La tesi del silenzio è smentita dai discorsi con chiari riferimenti agli ebrei. Nel radiomessaggio di Pasqua 1941 afferma: «Nulla può impedirci di adoperare le armi della preghiera e della carità a servizio del diritto, dell’umanità e della pace. Nulla può impedirci dal richiamare al precetto dell’amore i figli della Chiesa, coloro che ci sono vicini con la fede nel Salvatore, o almeno nel Padre che è nei cieli (l’allusione agli ebrei è evidente, n.d.r.). Scendano le benedizioni divine sulle vittime della guerra: su voi, prigionieri; sulle vostre famiglie; su voi, profughi che avete perduto case e campi. Sentiamo la vostra ambascia e soffriamo con voi».
Nel radiomessaggio natalizio 1941aggiunge: «La forza soffoca e perverte il diritto e le nozioni di bene e di male, diritto e ingiustizia perdono senso fino a scomparire. La maestà e la dignità della persona e delle società è mortificata, avvilita e soppressa dall’idea che la forza crea il diritto. In alcuni Paesi una concezione dello Stato atea o anticristiana avvinse  gli individui. Nell’ordinamento fondato sui principi morali non vi è posto per la guerra, la corsa agli armamenti, la persecuzione religiosa. In alcune regioni le leggi attraversano la via alla fede cristiana ma concedono ampio e libero passaggio a una propaganda anticristiana; sottraggono la gioventù all’influenza della famiglia e la estraniano alla Chiesa; la educano in uno spirito avverso a Cristo instillando concezioni e pratiche anticristiane; rendono ardua l’opera della Chiesa nella cura delle anime e nella beneficenza; disconoscono e rigettano il suo influsso sull’individuo e sulla società».
Nel radiomessaggio natalizio del 1942 asserisce: «La dottrina che rinnega  l’essenziale connessione con Dio, segue un falso cammino: costruisce con una mano, prepara con l’altra i mezzi che distruggeranno l’opera. Il rapporto dell’uomo verso l’uomo, dell’individuo verso la società, dell’autorità verso i doveri civili, della società e dell’autorità verso i singoli debbono essere posti su un fondamento giuridico e tutelati dall’autorità giudiziaria. Ciò suppone norme giuridiche che non siano stravolte con abusivi richiami a un supposto sentimento popolare e il riconoscimento del principio che lo Stato è obbligato a ritirare le misure lesive della libertà, della proprietà, dell’onore, dell’avanzamento e della salute dei singoli. Occorre costruire un ordine in cui il rispetto delle leggi umane e divine assicuri a tutti dignità e libertà: questo l’umanità lo deve alle migliaia di persone che, per ragione di nazionalità e di stirpe, sono destinate alla morte. Bisogna evitare la concezione che rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi l’istinto giuridico, quale inappellabile norma».
Il 27 dicembre 1942 il «New York Times» commenta: «La condanna del Papa al massacro degli ebrei è perentoria come quella di  un’Alta Corte di giustizia e il forte stigma impresso sull’ingiustizia è pari se non superiore a quello manifestato dai responsabili delle Nazioni alleate».
Il 30 aprile 1943 Pio XII scrive a mons. Konrad Von Preysing, vescovo di Berlino: «Ci ha recato grande consolazione sentire che i cattolici berlinesi hanno recato soccorso ai cosiddetti non-ariani nella loro afflizione. Esprimiamo un sentimento di paterno riconoscimento e di intima compassione per il prelato Bernhard Lichtenberg, che è in prigione». Parroco della Cattedrale, protesta contro la persecuzione degli ebrei e l’assassinio dei malati mentali. Avviato al campo di concentramento di Dachau, muore di stenti il 5 novembre 1943.
Il 2 giugno 1943 il Papa denuncia il razzismo nazista e lo sterminio degli ebrei: «In un tempo in cui maturano gli amari frutti di false teorie, riteniamo nostra alta e precipua cura denunziare gli errori che sono alla radice di tanti mali, affinché gli uomini tornino sulla via della salvezza».
Nel 1944 il rabbinio André Zaoui, cappellano del Corpo di spedizione francese, gli scrive «i sentimenti di profonda riconoscenza e rispettosa ammirazione dei miei fratelli israeliti per il bene immenso e la carità incomparabile che Vostra Santità ha prodigato agli ebrei. A Roma l’”Istituto Pio XI” ha protetto per più di sei mesi una sessantina di bambini ebrei. Sono rimasto ammirato per la sollecitudine paterna che i responsabili avevano per queste giovani anime».
Il 29 novembre 1945 agli 80 ebrei scampati ai campi – che ringraziano «per la generosità dimostrata verso di noi perseguitati» – Pacelli spiega: «La Chiesa, consapevole della sua missione religiosa, mantiene un saggio riserbo di fronte alle singole questioni. Ciò non le impedisce di proclamare i grandi principi di umanità e fraternità. Avete provato i danni e i morsi dell’odio ma avete sentito anche i benefici e le delicatezze dell’amore».
Il 3 agosto 1946 al Supremo Comitato arabo della Palestina e nel 1948 all’United Jewish Appeal del «tribolatissimo popolo ebraico» condanna «il ricorso alla forza e alla violenza, come abbiamo condannato a più riprese le persecuzioni che un fanatico antisemitismo scatenava contro il popolo ebraico».

Senza cultura l’Italia sarebbe finita in mano ai cretini, ci disse Flaiano

da thevision.com – Nel 1954 Ennio Flaiano, scrisse il racconto breve “Un marziano a Roma”. Il racconto, inserito nell’antologia di aforismi Diario notturno, è un ironico avvertimento rivolto ai suoi contemporanei e alle generazioni future: ci annunciò la fragilità della modernità e il cinismo della società dei consumi. Flaiano nacque a Pescara nel 1910 ma, per sua stessa ammissione come scrisse nel libro postumo La solitudine del satiro, fu un italiano atipico. Non si sentiva legato alla città in cui era nato, aveva scelto Roma per vivere: la raggiunse nel 1922 e lì morì nel 1972. Non si sentiva né fascista né comunista né democristiano.
Odiava il gioco del calcio, la cronaca nera e la vita mondana. Considerava quella italiana “Più una professione che una nazionalità.” Flaiano fu sui generis anche se paragonato alle mode letterarie dell’epoca: in totale antitesi con il romanzo-fiume novecentesco e con il neorealismo imperante, si esprimeva in elzeviri, aforismi e racconti brevi perché meglio si adattavano alla sua visione acre della vita. Ma come ogni grande artista anche lui viveva di eccezioni, e il suo unicum fu il romanzo È tempo di uccidere, vincitore della prima edizione del Premio Strega nel 1947. Era maestro della satira soprattutto quando era rivolta nei confronti degli ambienti borghesi che frequentava abitualmente. Un tema preminente della sua poetica fu infatti la discussione sul ruolo dell’intellettuale nella società di massa, un disagio che viveva quotidianamente sulla sua pelle. È indimenticabile la risposta tranchant che diede a chi gli chiedeva se secondo lui radio e televisione abbassassero il livello culturale degli spettatori: “No, penso che se mai abbassano il livello culturale degli intellettuali.” La sua grande forza è sempre stata il lucido e onesto distacco con il quale riusciva a descrivere il mondo in cui viveva, senza snobismo ma con serena analisi critica. Il club di intellettuali di cui Flaiano era un illustre esponente poteva contare al suo interno nomi del calibro di Fellini, con il quale scrisse le sceneggiature de La Dolce vita, La strada e 8½ , ma anche Monicelli, Petri, Antonioni, Pietrangeli, Rossellini, Germi e De Filippo. Diario notturno è la sintesi più completa del suo pensiero e “Un marziano a Roma”, di cui successivamente venne elaborata una trasposizione teatrale e una cinematografica, è la sua presa in giro definitiva sulla società di massa, sulle sue contraddizioni e la sua ostile indifferenza.
Il racconto è scritto in forma di diario. Il 12 ottobre un’astronave atterra sul prato del galoppatoio di Villa Borghese e ne discende un marziano dai modi gentili e dalle sembianze umane, suscitando il visibilio in tutta la città di Roma. Il diario è così verosimile che l’autore racconta le reazioni dei suoi illustri amici. Incontra Fellini che, “Sconvolto dall’emozione”, lo abbraccia piangendo. “Le prospettive sono immense e imperscrutabili”, dice il regista. “Forse tutto: la religione e le leggi, l’arte e la nostra vita stessa, ci apparirà tra qualche tempo illogico e povero”. La città eterna applaude commossa all’avvento di una nuova epoca. La tecnologia che ha condotto il marziano sulla terra è la prova che l’universo è differente da come lo abbiamo sempre immaginato, che i limiti che pensavamo di avere non sono che una condivisa finzione, anche un po’ grottesca: “Tornando a casa mi sono fermato a leggere un manifesto di un partito, pieno di offese per un altro. Tutto mi è sembrato di colpo ridicolo. Ho sentito il bisogno di urlare”, confessa Flaiano nel racconto. Lo scrittore racconta della deferenza che la città riserva al marziano Kunt: il Presidente della Repubblica lo accoglie al Quirinale, il Papa lo aspetta in Vaticano. Tutti, dalla persona più umile alla più colta, sentono finalmente di appartenersi. “Ogni cosa ci appare in una nuova dimensione,” scrive, “Quale il nostro futuro? Potremo allungare la nostra vita, combattere le malattie, evitare le guerre, dare pane a tutti? Non si parla d’altro”. Il popolo ritrova il vero significato delle parole democrazia, libertà e fratellanza grazie al pacifico confronto con lo straniero. Fine modulo
I giorni passano e un impensabile meccanismo si innesca. Il marziano è gentile, disponibile a presenziare a tutti gli eventi più importanti, permette addirittura che si visiti la sua astronave e che venga pagato un biglietto il cui incasso è devoluto in beneficenza. Ma è Roma a cambiare il marziano e non viceversa. La città lo assorbe nella sua melliflua indolenza. Anzi, la purezza di Kunt diventa una caratteristica stucchevole agli occhi degli umani e Flaiano stesso non si sottrae al gioco, scrivendo di aver pensato che gli sembrava un placido anziano, uno di quelli: “Che nel loro fanciullesco sorriso svelano una esistenza trascorsa senza grandi dolori e lontana dal peccato, cioè totalmente priva di interesse ai miei occhi”. Dopo neanche tre mesi dall’arrivo dell’astronave, tutto è cambiato. Il marziano non è più la novità, Roma ha masticato e digerito questo straniero ed è tornata al suo conformismo, prendendosi addirittura gioco di un povero esule senza più patria né amici. La colpa più grave Flaiano l’addossa agli intellettuali e quindi, scevro di ogni moralismo, anche a se stesso. Le persone di cultura hanno, tra gli altri, il compito di interpretare gli accadimenti della vita: attraverso il processo artistico e l’analisi critica i sentimenti, le emozioni, le passioni vengono rese fruibili passando dalla sfera strettamente individuale a quella sociale, cioè comprensibili a tutti. Quando, però, anche gli intellettuali non riescono a esimersi dal seguire le mode del momento riguardo, ad esempio, il tipo di linguaggio da usare per avere maggior seguito oppure i temi da trattare per accattivarsi l’attenzione del grande pubblico, l’intera società diviene insensibile persino al progresso, perché sarà continuamente distratta da altri argomenti, spesso dal contenuto più frivolo e effimero. Di lì a poco Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale dissidente friulano, avrebbe descritto nella sua raccolta di articoli Scritti corsari la differenza tra sviluppo e progresso: il primo, è appannaggio degli industriali che producono beni superflui e si configura come apripista di un’industrializzazione selvaggia e illimitata votata solo al profitto; il secondo, è un concetto ideale: “Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare.” Pasolini contestava alla società italiana di essere progredita sulla via dello sviluppo e non del progresso e questo aveva generato un’ideologia da lui definita “edonismo consumistico” che non aveva risparmiato nessuno, intellettuali compresi. Pasolini e Flaiano erano certamente diversi sia per esperienza politica sia per produzione artistica e, a detta dei commentatori dell’epoca, non si stavano neanche molto simpatici, ma la loro laicità in contrapposizione alla religione del consumismo ha consegnato ai posteri immagini tra loro speculari e allarmanti sulla tanto osannata modernità.
Pasolini la criticava dall’esterno della società, da dove aveva dichiarato guerra alla borghesia, mentre Flaiano la indagava dall’interno. Gli intellettuali, oggigiorno, sono schiacciati dalla mercificazione delle proprie opere, e quindi tralasciano di adempiere il loro ruolo nella società per intercettare i gusti di una platea perlopiù distratta e ingorda, e i social network hanno amplificato questa gara al ribasso. Un esempio drammatico della mancanza di intellettuali capaci di condurre riflessioni utili ad evolvere come comunità, sono le strazianti tragedie che avvengono nel Mar mediterraneo. Ognuno di questi dolorosi avvenimenti è contraddistinto dall’indifferenza dell’opinione pubblica, dovuta alla diffusa assenza di empatia. L’empatia è la capacità di comprendere pienamente lo stato d’animo dell’altro ed è l’arte che, spesso, fornisce gli strumenti per rafforzarla. Un naufragio in particolare è stato emblematico, quello del 3 ottobre 2013 al largo delle coste di Lampedusa dove morirono 368 persone. Quella tragedia commosse tutti: l’allora presidente della Commissione europea Manuel Barroso si recò a Lampedusa per portare le sue condoglianze, il Consiglio dei ministri proclamò una giornata di lutto nazionale e un anno dopo l’Unione europea diede il via all’operazione Mare nostrum, una missione umanitaria che aveva il fine di prestare soccorso ai migranti prima che potessero ripetersi altri tragici eventi. Solo cinque anni dopo, l’Italia chiude i porti alle navi che soccorrono i naufraghi e Mare nostrum non esiste più. Una grande emozione svanita nel nulla, come in “Un marziano a Roma”. Poteva essere l’inizio di una nuova stagione all’insegna dell’integrazione e dell’arricchimento reciproco, un momento di riflessione che, se guidato adeguatamente da uomini dal pensiero libero, sia nella politica sia nel dibattito pubblico, si sarebbe rivelato un’opportunità. E invece è stata un’altra occasione persa. La società di massa è sempre pronta a creare miti per poi avere il gusto di abbatterli. È un gioco perverso le cui regole, però, sono considerate indiscutibili. Ed è qui che emerge la forza di tutti i liberi pensatori che si ribellano quotidianamente a questo ricatto. Flaiano utilizzò l’umorismo per distruggere i luoghi comuni del consumismo e infondere nei suoi lettori uno spirito critico che, oggi più che mai, deve essere alimentato per combattere il servilismo verso la macchina culturale. Se molti intellettuali hanno abdicato alla guida dell’evoluzione sociale, le persone comuni, che a differenza del passato appartengono ad una società con più informazioni a disposizione, devono essere d’impulso per invertire la tendenza. Bisogna porsi continuamente domande e avere la pazienza di soffermarsi sui ragionamenti, perché è impensabile che si rimanga indifferenti a tantissimi contenuti di importanza fondamentale per il nostro progresso, del quale abbiamo un disperato bisogno.