Category: Società e religione

Massoneria: Bonanno, “noi puliti, Papa Francesco potrebbe essere nostro capo”

da abruzzoweb.it – “La massoneria è pulita, composta da persone con una forte morale, tanto che potrebbe essere suo capo ideale Papa Francesco, in virtù del suo messaggio dell’universalità del Creatore ‘urbi et orbi’ , unico e comune per tutti gli esseri viventi, al di sopra delle religioni,  che è anche un principio cardine della massoneria”.
Parola di Vincenzo Bonanno, delegato magistrale Abruzzo Molise della Gran Loggia di rito scozzese, volto noto aquilano, in quanto storico docente di lingua inglese del liceo classico “Cotugno” e presso la facoltà di Scienze motorie.
Nell’intervista ad Abruzzoweb, Bonanno tiene a sfatare quelli che per lui sono solo pregiudizi intorno alla Massoneria, consolidatisi dopo vari scandali e vicende giudiziarie che hanno segnato la recente storia italiana, a cominciare quelle che hanno riguardato la loggia P2 di Licio Gelli.
“Non ci sono preclusioni per essere ammessi alla massoneria – spiega innanzitutto Bonanno – ci sono persone di ogni nazionalità, cultura, senza distinzioni di ceto, orientamento sessuale o politico. Non accettiamo atei o agnostici, per un motivo molto semplice. Noi crediamo che ci sia un Dio, unico e comune a tutti”.
Le grandi famiglie italiane sono due, il Grand’Oriente d’Italia riservata solo agli uomini e la Gran Loggia di rito scozzese, a cui possono accedere anche le donne.
Bonanno è affiliato alla Gran Loggia di rito scozzese da oltre 40 anni, gli iscritti in tutta la regione sono circa un centinaio, divisi in gruppi provinciali.
Il gran maestro è l’avvocato Sergio Ciannella, che presiede il Supremo Consiglio.
Per quanto riguarda l’Abruzzo, la Gran loggia ha una sede nel centro storico dell’Aquila in un palazzo prestigioso ritenuto “tra i più antichi d’Italia”. Massimo riserbo sulla sua ubicazione, perchè, spiega il professore, “rispettiamo un principio di grande riservatezza e proteggiamo la privacy di chi ne fa parte”.
La massoneria, nella sua presentazione pubblica, dichiara di essere “un ordine universale iniziatico di carattere tradizionale e simbolico che tende al perfezionamento e all’elevazione dell’uomo e dell’umana famiglia”.
“In Abruzzo – ricorda il delegato – la massoneria è arrivata nell’800 con Napoleone Bonapartee da lì si è radicata anche con piccole logge tutt’ora presenti di minore importanza. Ci muoviamo all’interno di una cornice di grande correttezza seguendo e promuovendo principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, facendo incontrare persone oneste e di buoni costumi. Durante gli incontri si parla e si discute di problematiche di varia natura tendenti a preservare quello che di buono c’è stato nella tradizione e nel passato, tra uomini liberi che non siano collegati con problemi con la giustizia”.
La storia italiana ha associato la massoneria in alcune occasioni a fenomeni mafiosi e legati alla corruzione, o anche ad episodi di cronaca nera mai risolti, come per esempio accaduto con la sparizione della giovane Emanuela Orlandi, o con il misterioso suicidio di Roberto Calvi, gli scandali e le ombre del Vaticano, Licio Gelli e la P2, Michele Sindona.
L’anno scorso la Commissione parlamentare antimafia presieduta dalla senatrice Rosy Bindi, pose l’attenzione su una relazione su Mafia e Massoneria nella quale si sospettava la presenza di pregiudicati in varie logge in Italia.
Sono stati convocati i gran maestri delle principali obbedienze italiane e sono stati forniti gli elenchi degli appartenenti e per quanto riguarda l’Abruzzo la relazione ha dato esito positivo.
“Degli appartenenti alla Gran Loggia di rito scozzese – ribadisce Bonanno – nessuno di noi risulta coinvolto in affari poco puliti o appartenente ad associazioni criminali. Non abbiamo associati non identificabili, coloro che sono eventualmente coinvolti in attività illecite, appartengono a logge spurie, non riconosciute”.
Il professore in questi ultimi anni ha lavorato molto per abbattere tutti i pregiudizi intorno alla massoneria, avvicinare i ‘profani’ a questo movimento a base etico e morale, affinchè venga accettata e finalmente percepita come “un semplice circolo culturale in cui si discute, ci si confronta e si evitano discorsi partitici che potrebbero accendere gli animi”.
“Purtroppo – chiarisce il delegato – non abbiamo una legge che protegga la massoneria ufficiale. Ciò che viene associato al periodo buio degli anni ’70 e ’80 è da ascrivere al fatto che chiunque può fregiarsi del titolo di massone, anche i disonesti. Oppure ancora è possibile creare piccole logge, non riconosciute, tramite le quali compiere azioni illecite”.
E come chiarisce ulteriormente il delegato, “affermare ancora oggi che tutti gli appartenenti alle logge siano coinvolti in faccende giudiziarie e illegali, equivale a sostenere che tutti i cristiani sbagliano o che tutti gli iscritti a un sindacato o un partito politico sono corrotti nel caso che qualche aderente non rispetti le regole del vivere civile”.
Già nel ‘700 la Chiesa cattolica aveva scomunicato la massoneria in quanto riteneva che l’unico vero dio fosse quello riconosciuto dalla religione cristiana, mentre gli appartenenti alle logge asseriscono che ci sia un grande architetto dell’universo, ossia un unico dio comune a tutte le religioni.
E questa posizione della Chiesa ha creato delle differenze tra la massoneria italiana e quella di stampo anglosassone.
“Con il mio lavoro di docente di lingua ho potuto approfondire gli studi massonici in Gran Bretagna. E ho notato le differenze. Le logge anglosassoni sono prevalentemente maschili, e soprattutto criticano le nostre posizioni perché ci reputano troppo asserviti al papato”.
“Noi crediamo – aggiunge – che ci sia parità intellettuale e anche di diritti. Oggi la donna ha un ruolo centrale nella società e ha tutti i mezzi intellettuali per partecipare a qualunque tipo di discussione”.
Sono stati tanti nella storia a far parte delle logge massoniche, da Albert Einstein, a Winston Churchill, Giuseppe Mazzini, Abraham Lincoln, George Washington, Gianni Agnelli, ma anche moltissimi nomi dello spettacolo, come Walt Disney, Louis Armstrong e in Italia, il principe Antonio De Curtis, “Totò”, l’attore Paolo Stoppa, il cantante Claudio Villa.
E tanti sono stati gli abruzzesi illustri a far parte del Goi e della Gran Loggia di rito scozzese, come il pittore Teofilo Patini, al quale era dedicato un monumento che oggi non c’è più in piazza del teatro all’Aquila, il giurista e patriota mazziniano Pietro Marrelli originario di Lucoli (L’Aquila), a cui è stata intitolata una via nel centro storico del capoluogo e ancora Gabriele D’Annunzio, nell’aquilano e in tempi più recenti, Carlo Chiarizia e Emidio Lopardi.
In tanti paesi di tutto l’Abruzzo ci sono ancora segni massonici visibili, come ad esempio sui davanzali delle porte di alcuni antichi palazzi ad Ofena o nelle chiese.
“I primi massoni – ricorda il delegato – erano costruttori di cattedrali, manovali, ingegneri, architetti, che hanno lasciato a futura memoria questi simboli scolpiti”.
“La massoneria moderna – chiarisce – è il risultato di quella speculativa del ‘700 a livello ideologico e si basa su una simbologia che rappresenta il cielo, la terra, i segni zodiacali, il giorno e la vecchia concezioni la notte”.
Immagini tipiche legate alla massoneria sono il compasso e la squadra, “strumenti usati dai muratori e architetti del passato. La leggenda che sta alla base vede protagonista Hiram, personaggio immaginario preso ad esempio di figura allegorica. Era il capomastro della costruzione del tempio di Re Salomone, il prediletto e più stimato”.
Nella costruzione del personaggio i massoni hanno utilizzato il versetto della Bibbia del Primo Libro dei Re, 7:13-14, nel quale Hiram viene descritto come il figlio di una vedova di Tiro, assunto da Salomone per eseguire gli ornamenti bronzei del nuovo tempio. Rifacendosi a questo passo biblico, i massoni spesso si definiscono come “figli della vedova”.
Poi c’è il Triangolo, ritenuto “il simbolo geometrico perfetto. Quando ci si riunisce siamo minimo 7 e c’è il maestro venerabile che presiede, coadiuvato da due sorveglianti che formano un triangolo rivolto a occidente o a Oriente”, spiega Bonanno.
E ancora l’Occhio, “il grande architetto dell’universo: Dio, unico per ogni religione, dato che all’interno delle logge, come anche in Abruzzo ci sono appartenenti a varie religioni, non solo di matrice cattolico cristiana”.
“Si muore massoni, e lo si è per sempre come per chi ha ricevuto il battesimo. Per lo scrittore inglese George Orwell nel romanzo 1984 il protagonista principale è costretto ad ammettere che la somma di 4 più 4 talvolta fa anche 5, per i massoni che sono alla continua ricerca della verità la somma di 2 più 2 non può essere che 4 e solo 4”, conclude.

60 anni fa moriva il Papa della Seconda Guerra Mondiale

da La Voce e il Tempo – «Forse la mia protesta solenne avrebbe procurato a me una lode del mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile». Confida Pio XII a un collaboratore nel 1942. Sessant’anni fa, il 9 ottobre 1958, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, moriva Eugenio Pacelli (1874-1958), Papa (1939-1958) nei tempi tribolatissimi della seconda guerra mondiale.
Per vent’anni (1945-1963) Pacelli è osannato da esponenti politici e religiosi ebraici perché ha salvato migliaia di persone. Pinchas Lapide, ex console israeliano a Milano: «Non c’è Papa che sia stato ringraziato tanto calorosamente dagli ebrei per l’aiuto e la salvezza offerti ai loro fratelli in momenti di grave pericolo». All’elezione nel 1939 il «Palestine Post» lo saluta «una guida per la pace». Isaac Herzog, gran rabbino di Gerusalemme, il 28 febbraio 1944 scrive a mons. Angelo Giuseppe Roncalli, nunzio in Turchia e Grecia: «Il popolo d’Israele non dimenticherà mai i soccorsi apportati ai suoi sfortunati fratelli e sorelle da parte di Sua Santità e i suoi  delegati, in uno dei momenti più tristi della nostra storia». La stampa nazista lo bolla «servo dell’internazionale ebraica e massonica».
Alla morte, 60 anni fa, il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir, futuro primo ministro, scrive in Vaticano: «Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime». Elio Toaff, rabbino capo di Roma, scampato al lager con l’aiuto del prete marchigiano Bernardino Piccinelli, testimonia: «Più di chiunque altro abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del Pontefice, durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava morta». E il rabbino Israel Zolli dopo la guerra si converte e si fa battezzare con il nome di Eugenio.
Improvvisamente il «Pastor angelicus» e il «Defensor civitatis» diventa il «Papa di Hitler e dell’Olocausto, il Vicario dei silenzi». Il 20 febbraio 1963, al teatro Kurfürstendamm di Berlino, va in scena «Der Stellvertreter. Il Vicario», cinque atti del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che accusa Pacelli di non aver protestato contro il genocidio. Robert Kempner, giurista ebreo americano, accusatore dei nazisti al processo di Norimberga, ipotizza che lo scopo di Hochhuth sia «distrarre l’attenzione dalla cattura dei nazisti clandestini».
La tesi sulla reticenza pacelliana diventa dogmatismo acritico e ubriacatura propagandistica che provoca clamorosi scivoloni, come quello del rabbino Meir Lau che nel 1998 a Berlino, per i 50 anni della «Notte dei cristalli», spara a zero: «Dov’era il Papa quel giorno? Dov’era Pio XII il 9 novembre 1938, quando i nazisti distruggevano sinagoghe e negozi degli ebrei? Perché non condannò la “Kristallnacht”?». Non la condannò semplicemente perché non era ancora Papa: lo diventerà quattro mesi dopo, il 2 marzo 1939. È un’offesa alla verità l’effige e la didascalia di Pio XII esposte a Gerusalemme nel Museo dedicato ai capi di Stato antisemiti e non nel «Giardino dei Giusti fra le Nazioni» nello «Yad Vashem, Museo dell’Olocausto».
Pacelli si muove su un duplice piano: salva il più alto numero possibile di ebrei e perseguitati; condanna le nefandezze dei dittatori. «Opus iustitiae pax» il suo motto. Nell’impossibilità di arginare il conflitto, cerca di salvare più persone che può. Migliaia di ebrei, perseguitati, comunisti, socialisti, popolari, azionisti, zingari, omosessuali, handicappati, uomini e donne della Resistenza trovano rifugio nei conventi, negli edifici extraterritoriali, nei palazzi del Laterano e di Castel Gandolfo, nelle canoniche e nelle parrocchie di tutta Italia. Vive un lacerante dilemma: parlare e condannare a morte migliaia di persone; o tacere e agire per la loro salvezza? Il 20 febbraio 1941 esclama: «Quando il Papa vorrebbe gridare forte, è costretto al silenzio dilatorio; quando vorrebbe agire e soccorrere è costretto alla paziente attesa». Una moltitudine di testimoni e montagne di documenti smentiscono la sciagurata «leggenda nera» di Pio XII.
«Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio» è il suo atteggiamento in tutta la vita: nunzio a Monaco di Baviera e poi a Berlino fino al 1929; collaboratore di Benedetto XV nel tentativo di fermare «l’inutile strage» della Grande Guerra; intuisce il pericolo dell’ideologia nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e anticattolica; cardinale segretario di Stato dal dicembre 1929, collabora ai documenti contro i totalitarismi. Pacelli prepara le encicliche, Pio XI le promulga: «Non abbiamo bisogno» (1931) contro il fascismo; «Divini Redemptoris» (1937) contro il comunismo ateo; «Firmissimam constantiam» (1937) sul totalitarismo messicano; «Mit brennender Sorge, con bruciante preoccupazione» (1937) contro il nazismo. Mons. Quirino Paganuzzi ricorda: «Pio XI ricevette, insieme a Pacelli, due cardinali tedeschi: Michael Faulhaber di Monaco e, non ricordo se Karl Joseph Schulte di Colonia o Johannes Adolf Bertram di Breslavia. Diede loro da leggere il testo pregandoli di esprimere pareri e osservazioni. Indicando Pacelli, scandì: “Ringraziate lui; ha fatto tutto lui; ormai è lui che fa tutto. È a lui che dovete pensare”».
Eletto Pontefice il 2 marzo 1939, nel radiomessaggio del 24 agosto 1939 esclama: «Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Difende i perseguitati senza distinzione di religione, etnia, nazionalità, appartenenza politica. Invitato a mettersi in salvo, risponde: «Non lascerò il mio posto, anche dovessi morire». Si priva di cibo, stufa, comodità, vacanze per condividere la vita della gente provata da bombardamenti e guerra.
Hochhuth lo attacca a testa bassa e nel secondo atto afferma: «Un vicario di Cristo che ha tutte queste crudeltà dinanzi agli occhi e per ragion di Stato aspetta anche solo un giorno, anche una sola ora per elevare la voce del suo cuore in maledizione… un Papa simile è un assassino». La tesi del silenzio è smentita dai discorsi con chiari riferimenti agli ebrei. Nel radiomessaggio di Pasqua 1941 afferma: «Nulla può impedirci di adoperare le armi della preghiera e della carità a servizio del diritto, dell’umanità e della pace. Nulla può impedirci dal richiamare al precetto dell’amore i figli della Chiesa, coloro che ci sono vicini con la fede nel Salvatore, o almeno nel Padre che è nei cieli (l’allusione agli ebrei è evidente, n.d.r.). Scendano le benedizioni divine sulle vittime della guerra: su voi, prigionieri; sulle vostre famiglie; su voi, profughi che avete perduto case e campi. Sentiamo la vostra ambascia e soffriamo con voi».
Nel radiomessaggio natalizio 1941aggiunge: «La forza soffoca e perverte il diritto e le nozioni di bene e di male, diritto e ingiustizia perdono senso fino a scomparire. La maestà e la dignità della persona e delle società è mortificata, avvilita e soppressa dall’idea che la forza crea il diritto. In alcuni Paesi una concezione dello Stato atea o anticristiana avvinse  gli individui. Nell’ordinamento fondato sui principi morali non vi è posto per la guerra, la corsa agli armamenti, la persecuzione religiosa. In alcune regioni le leggi attraversano la via alla fede cristiana ma concedono ampio e libero passaggio a una propaganda anticristiana; sottraggono la gioventù all’influenza della famiglia e la estraniano alla Chiesa; la educano in uno spirito avverso a Cristo instillando concezioni e pratiche anticristiane; rendono ardua l’opera della Chiesa nella cura delle anime e nella beneficenza; disconoscono e rigettano il suo influsso sull’individuo e sulla società».
Nel radiomessaggio natalizio del 1942 asserisce: «La dottrina che rinnega  l’essenziale connessione con Dio, segue un falso cammino: costruisce con una mano, prepara con l’altra i mezzi che distruggeranno l’opera. Il rapporto dell’uomo verso l’uomo, dell’individuo verso la società, dell’autorità verso i doveri civili, della società e dell’autorità verso i singoli debbono essere posti su un fondamento giuridico e tutelati dall’autorità giudiziaria. Ciò suppone norme giuridiche che non siano stravolte con abusivi richiami a un supposto sentimento popolare e il riconoscimento del principio che lo Stato è obbligato a ritirare le misure lesive della libertà, della proprietà, dell’onore, dell’avanzamento e della salute dei singoli. Occorre costruire un ordine in cui il rispetto delle leggi umane e divine assicuri a tutti dignità e libertà: questo l’umanità lo deve alle migliaia di persone che, per ragione di nazionalità e di stirpe, sono destinate alla morte. Bisogna evitare la concezione che rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi l’istinto giuridico, quale inappellabile norma».
Il 27 dicembre 1942 il «New York Times» commenta: «La condanna del Papa al massacro degli ebrei è perentoria come quella di  un’Alta Corte di giustizia e il forte stigma impresso sull’ingiustizia è pari se non superiore a quello manifestato dai responsabili delle Nazioni alleate».
Il 30 aprile 1943 Pio XII scrive a mons. Konrad Von Preysing, vescovo di Berlino: «Ci ha recato grande consolazione sentire che i cattolici berlinesi hanno recato soccorso ai cosiddetti non-ariani nella loro afflizione. Esprimiamo un sentimento di paterno riconoscimento e di intima compassione per il prelato Bernhard Lichtenberg, che è in prigione». Parroco della Cattedrale, protesta contro la persecuzione degli ebrei e l’assassinio dei malati mentali. Avviato al campo di concentramento di Dachau, muore di stenti il 5 novembre 1943.
Il 2 giugno 1943 il Papa denuncia il razzismo nazista e lo sterminio degli ebrei: «In un tempo in cui maturano gli amari frutti di false teorie, riteniamo nostra alta e precipua cura denunziare gli errori che sono alla radice di tanti mali, affinché gli uomini tornino sulla via della salvezza».
Nel 1944 il rabbinio André Zaoui, cappellano del Corpo di spedizione francese, gli scrive «i sentimenti di profonda riconoscenza e rispettosa ammirazione dei miei fratelli israeliti per il bene immenso e la carità incomparabile che Vostra Santità ha prodigato agli ebrei. A Roma l’”Istituto Pio XI” ha protetto per più di sei mesi una sessantina di bambini ebrei. Sono rimasto ammirato per la sollecitudine paterna che i responsabili avevano per queste giovani anime».
Il 29 novembre 1945 agli 80 ebrei scampati ai campi – che ringraziano «per la generosità dimostrata verso di noi perseguitati» – Pacelli spiega: «La Chiesa, consapevole della sua missione religiosa, mantiene un saggio riserbo di fronte alle singole questioni. Ciò non le impedisce di proclamare i grandi principi di umanità e fraternità. Avete provato i danni e i morsi dell’odio ma avete sentito anche i benefici e le delicatezze dell’amore».
Il 3 agosto 1946 al Supremo Comitato arabo della Palestina e nel 1948 all’United Jewish Appeal del «tribolatissimo popolo ebraico» condanna «il ricorso alla forza e alla violenza, come abbiamo condannato a più riprese le persecuzioni che un fanatico antisemitismo scatenava contro il popolo ebraico».

Senza cultura l’Italia sarebbe finita in mano ai cretini, ci disse Flaiano

da thevision.com – Nel 1954 Ennio Flaiano, scrisse il racconto breve “Un marziano a Roma”. Il racconto, inserito nell’antologia di aforismi Diario notturno, è un ironico avvertimento rivolto ai suoi contemporanei e alle generazioni future: ci annunciò la fragilità della modernità e il cinismo della società dei consumi. Flaiano nacque a Pescara nel 1910 ma, per sua stessa ammissione come scrisse nel libro postumo La solitudine del satiro, fu un italiano atipico. Non si sentiva legato alla città in cui era nato, aveva scelto Roma per vivere: la raggiunse nel 1922 e lì morì nel 1972. Non si sentiva né fascista né comunista né democristiano.
Odiava il gioco del calcio, la cronaca nera e la vita mondana. Considerava quella italiana “Più una professione che una nazionalità.” Flaiano fu sui generis anche se paragonato alle mode letterarie dell’epoca: in totale antitesi con il romanzo-fiume novecentesco e con il neorealismo imperante, si esprimeva in elzeviri, aforismi e racconti brevi perché meglio si adattavano alla sua visione acre della vita. Ma come ogni grande artista anche lui viveva di eccezioni, e il suo unicum fu il romanzo È tempo di uccidere, vincitore della prima edizione del Premio Strega nel 1947. Era maestro della satira soprattutto quando era rivolta nei confronti degli ambienti borghesi che frequentava abitualmente. Un tema preminente della sua poetica fu infatti la discussione sul ruolo dell’intellettuale nella società di massa, un disagio che viveva quotidianamente sulla sua pelle. È indimenticabile la risposta tranchant che diede a chi gli chiedeva se secondo lui radio e televisione abbassassero il livello culturale degli spettatori: “No, penso che se mai abbassano il livello culturale degli intellettuali.” La sua grande forza è sempre stata il lucido e onesto distacco con il quale riusciva a descrivere il mondo in cui viveva, senza snobismo ma con serena analisi critica. Il club di intellettuali di cui Flaiano era un illustre esponente poteva contare al suo interno nomi del calibro di Fellini, con il quale scrisse le sceneggiature de La Dolce vita, La strada e 8½ , ma anche Monicelli, Petri, Antonioni, Pietrangeli, Rossellini, Germi e De Filippo. Diario notturno è la sintesi più completa del suo pensiero e “Un marziano a Roma”, di cui successivamente venne elaborata una trasposizione teatrale e una cinematografica, è la sua presa in giro definitiva sulla società di massa, sulle sue contraddizioni e la sua ostile indifferenza.
Il racconto è scritto in forma di diario. Il 12 ottobre un’astronave atterra sul prato del galoppatoio di Villa Borghese e ne discende un marziano dai modi gentili e dalle sembianze umane, suscitando il visibilio in tutta la città di Roma. Il diario è così verosimile che l’autore racconta le reazioni dei suoi illustri amici. Incontra Fellini che, “Sconvolto dall’emozione”, lo abbraccia piangendo. “Le prospettive sono immense e imperscrutabili”, dice il regista. “Forse tutto: la religione e le leggi, l’arte e la nostra vita stessa, ci apparirà tra qualche tempo illogico e povero”. La città eterna applaude commossa all’avvento di una nuova epoca. La tecnologia che ha condotto il marziano sulla terra è la prova che l’universo è differente da come lo abbiamo sempre immaginato, che i limiti che pensavamo di avere non sono che una condivisa finzione, anche un po’ grottesca: “Tornando a casa mi sono fermato a leggere un manifesto di un partito, pieno di offese per un altro. Tutto mi è sembrato di colpo ridicolo. Ho sentito il bisogno di urlare”, confessa Flaiano nel racconto. Lo scrittore racconta della deferenza che la città riserva al marziano Kunt: il Presidente della Repubblica lo accoglie al Quirinale, il Papa lo aspetta in Vaticano. Tutti, dalla persona più umile alla più colta, sentono finalmente di appartenersi. “Ogni cosa ci appare in una nuova dimensione,” scrive, “Quale il nostro futuro? Potremo allungare la nostra vita, combattere le malattie, evitare le guerre, dare pane a tutti? Non si parla d’altro”. Il popolo ritrova il vero significato delle parole democrazia, libertà e fratellanza grazie al pacifico confronto con lo straniero. Fine modulo
I giorni passano e un impensabile meccanismo si innesca. Il marziano è gentile, disponibile a presenziare a tutti gli eventi più importanti, permette addirittura che si visiti la sua astronave e che venga pagato un biglietto il cui incasso è devoluto in beneficenza. Ma è Roma a cambiare il marziano e non viceversa. La città lo assorbe nella sua melliflua indolenza. Anzi, la purezza di Kunt diventa una caratteristica stucchevole agli occhi degli umani e Flaiano stesso non si sottrae al gioco, scrivendo di aver pensato che gli sembrava un placido anziano, uno di quelli: “Che nel loro fanciullesco sorriso svelano una esistenza trascorsa senza grandi dolori e lontana dal peccato, cioè totalmente priva di interesse ai miei occhi”. Dopo neanche tre mesi dall’arrivo dell’astronave, tutto è cambiato. Il marziano non è più la novità, Roma ha masticato e digerito questo straniero ed è tornata al suo conformismo, prendendosi addirittura gioco di un povero esule senza più patria né amici. La colpa più grave Flaiano l’addossa agli intellettuali e quindi, scevro di ogni moralismo, anche a se stesso. Le persone di cultura hanno, tra gli altri, il compito di interpretare gli accadimenti della vita: attraverso il processo artistico e l’analisi critica i sentimenti, le emozioni, le passioni vengono rese fruibili passando dalla sfera strettamente individuale a quella sociale, cioè comprensibili a tutti. Quando, però, anche gli intellettuali non riescono a esimersi dal seguire le mode del momento riguardo, ad esempio, il tipo di linguaggio da usare per avere maggior seguito oppure i temi da trattare per accattivarsi l’attenzione del grande pubblico, l’intera società diviene insensibile persino al progresso, perché sarà continuamente distratta da altri argomenti, spesso dal contenuto più frivolo e effimero. Di lì a poco Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale dissidente friulano, avrebbe descritto nella sua raccolta di articoli Scritti corsari la differenza tra sviluppo e progresso: il primo, è appannaggio degli industriali che producono beni superflui e si configura come apripista di un’industrializzazione selvaggia e illimitata votata solo al profitto; il secondo, è un concetto ideale: “Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare.” Pasolini contestava alla società italiana di essere progredita sulla via dello sviluppo e non del progresso e questo aveva generato un’ideologia da lui definita “edonismo consumistico” che non aveva risparmiato nessuno, intellettuali compresi. Pasolini e Flaiano erano certamente diversi sia per esperienza politica sia per produzione artistica e, a detta dei commentatori dell’epoca, non si stavano neanche molto simpatici, ma la loro laicità in contrapposizione alla religione del consumismo ha consegnato ai posteri immagini tra loro speculari e allarmanti sulla tanto osannata modernità.
Pasolini la criticava dall’esterno della società, da dove aveva dichiarato guerra alla borghesia, mentre Flaiano la indagava dall’interno. Gli intellettuali, oggigiorno, sono schiacciati dalla mercificazione delle proprie opere, e quindi tralasciano di adempiere il loro ruolo nella società per intercettare i gusti di una platea perlopiù distratta e ingorda, e i social network hanno amplificato questa gara al ribasso. Un esempio drammatico della mancanza di intellettuali capaci di condurre riflessioni utili ad evolvere come comunità, sono le strazianti tragedie che avvengono nel Mar mediterraneo. Ognuno di questi dolorosi avvenimenti è contraddistinto dall’indifferenza dell’opinione pubblica, dovuta alla diffusa assenza di empatia. L’empatia è la capacità di comprendere pienamente lo stato d’animo dell’altro ed è l’arte che, spesso, fornisce gli strumenti per rafforzarla. Un naufragio in particolare è stato emblematico, quello del 3 ottobre 2013 al largo delle coste di Lampedusa dove morirono 368 persone. Quella tragedia commosse tutti: l’allora presidente della Commissione europea Manuel Barroso si recò a Lampedusa per portare le sue condoglianze, il Consiglio dei ministri proclamò una giornata di lutto nazionale e un anno dopo l’Unione europea diede il via all’operazione Mare nostrum, una missione umanitaria che aveva il fine di prestare soccorso ai migranti prima che potessero ripetersi altri tragici eventi. Solo cinque anni dopo, l’Italia chiude i porti alle navi che soccorrono i naufraghi e Mare nostrum non esiste più. Una grande emozione svanita nel nulla, come in “Un marziano a Roma”. Poteva essere l’inizio di una nuova stagione all’insegna dell’integrazione e dell’arricchimento reciproco, un momento di riflessione che, se guidato adeguatamente da uomini dal pensiero libero, sia nella politica sia nel dibattito pubblico, si sarebbe rivelato un’opportunità. E invece è stata un’altra occasione persa. La società di massa è sempre pronta a creare miti per poi avere il gusto di abbatterli. È un gioco perverso le cui regole, però, sono considerate indiscutibili. Ed è qui che emerge la forza di tutti i liberi pensatori che si ribellano quotidianamente a questo ricatto. Flaiano utilizzò l’umorismo per distruggere i luoghi comuni del consumismo e infondere nei suoi lettori uno spirito critico che, oggi più che mai, deve essere alimentato per combattere il servilismo verso la macchina culturale. Se molti intellettuali hanno abdicato alla guida dell’evoluzione sociale, le persone comuni, che a differenza del passato appartengono ad una società con più informazioni a disposizione, devono essere d’impulso per invertire la tendenza. Bisogna porsi continuamente domande e avere la pazienza di soffermarsi sui ragionamenti, perché è impensabile che si rimanga indifferenti a tantissimi contenuti di importanza fondamentale per il nostro progresso, del quale abbiamo un disperato bisogno.

“Uliveto censura le atlete nere”. Ma la verità è un’altra

da Il Giornale (Chiara Sarra) – Voleva essere un post come tanti, un modo di inserirsi nel dibattito social e promuoversi. E nel dibattito il marchio Uliveto ci è finito, ma certo non per i motivi previsti.
Un post su Facebook in cui la nota acqua celebrava l’arrivo dell’Italvolley – di cui tra l’altro è sponsor – in finale dei Mondiali si è trasformata infatti in un boomerang. Tutta colpa della bottiglia che “censura” due atlete. Non due qualsiasi: secondo gli utenti di Twitter e Facebook erano state nascoste (di proposito) Miriam Sylla e Paola Enogu, le due componenti di colore della Nazionale azzurra.
Ne è nata una vera e propria bufera – una “shitstorm” (letteralmente, tempesta di escrementi), la chiamano in gergo – contro il marchio del gruppo Cogedi.
Peccato che non sia andata proprio così. Innanzitutto, a scorrere i profili social di Uliveto, le due atlete nere compaiono spesso (in realtà prevalentamente su Instagram dove i post sono più numerosi). Così come appaiono sulla paginata pubblicitaria apparsa ieri sui quotidiani.
Ma soprattutto – come fa notare il Corriere – le atlete nascoste dalla bottiglia non sono quelle che si pensava. La foto originale, infatti, mostra schierate tutte le pallavoliste ma non Miriam Sylla. Le due “censurate” sono Paola Enogu e Serena Ortolani. Difficile quindi pensare a un movente “razzista” nel piazzare la bottiglia proprio su di loro.
Più probabile che – come fa notare l’illustratore Gipi su Twitter – chi ha composto l’immagine ne abbia cercata una in cui l’immagine della bottiglia e del marchio ben in vista non cozzasse con il resto dello scatto. E che anzi venisse valorizzato da quel bel tricolore sbandierato davanti alla Nazionale.
“Uliveto ha seguito con entusiasmo l’avventura di tutte le nostre atlete pallavoliste, TUTTE senza alcuna distinzione”, deve alla fine scusarsi il marchio, “Nessuna forma di discriminazione ci appartiene e la vicinanza alla squadra ed alle sue componenti è dimostrata dalle tante foto pubblicate sui social. Contrastiamo pertanto fermamente qualsiasi insinuazione circa un atteggiamento diverso nei confronti di giocatrici che per noi hanno tutte lo stesso grande merito: quello di aver composto una fantastica squadra”. Ma ormai il polverone è stato sollevato…

La pistola contro la prof. E in Francia è caos scuola

da Il Giornale – Parigi È solo l’ultimo episodio di violenza contro i professori nelle scuole francesi.
Ma il video sui social che inchioda un adolescente alle sue azioni riaccende i riflettori sulla difficile quotidianità in cui i docenti si trovano a insegnare. «Scrivi presente e non assente», grida il 16enne all’insegnante in cattedra. Impugna una pistola ad aria compressa in classe. In stato di fermo, minimizza: «Non sono un delinquente». Per il presidente Emmanuel Macron tutto ciò è «inaccettabile». Ma quel che è successo nei giorni scorsi in una scuola di Créteil, banlieue sud-est di Parigi, è solo l’esempio più eclatante di come molti studenti, come raccontano i professori, rivendicano un legame col proprio Paese d’origine, anche se non ci hanno mai messo piede, e non hanno il minimo rispetto per l’insegnante, specie se donna.
La laicità è spesso sacrificata sull’altare del rispetto di culture diverse, in una Francia che è l’avamposto delle problematiche che si potrebbero presentare anche in altri Paesi europei. Due rapporti allarmanti lo dimostrano: il primo, presentato dai sociologi Anne Muxel e Olivier Galland a marzo dell’anno scorso, ha sondato 7.000 allievi di 21 licei francesi. È emerso che i giovani musulmani «sono tre volte più numerosi degli altri nel difendere una visione assolutista della religione, sostenendo che spieghi la creazione del mondo meglio della scienza». Tra insulti sessisti e soggetti tabù (scienze e storia, materie sempre meno affrontate per non urtare le loro sensibilità), l’educazione nazionale sembra impotente alla prova del comunitarismo.
Nel suo numero speciale di maggio, Charlie Hebdo ha raccolto 60 testimonianze choc di insegnanti che mostrano le difficoltà quotidiane di chi prova a ricordare che la laicità in Francia è l’unica cosa sacra. L’album delle criticità chiama in causa l’educazione che i ragazzi ricevono in famiglia, i quartieri dove vivono, ma anche la politica: il rapporto «Segni e manifestazioni di appartenenza religiosa nei plessi scolastici», datato 2004, è infatti sepolto nei cassetti dell’Eliseo dall’epoca Chirac.
La scuola è lo specchio della società francese. Un multiculturalismo «islamizzato» in cui il 68 per cento degli studenti piazza la religione al di sopra delle leggi della Repubblica, indica un altro rapporto più recente di Sciences-Po Grenoble redatto da Sebastien Roché, direttore del Centro nazionale di ricerche scientifiche sulla base delle risposte di 9mila ragazzi delle scuole di Marsiglia e Aix-en-Provence.
Charlie Hebdo ha anche parlato con i professori per capire cosa resta della pedagogia classica. «Spesso preferiamo non affrontare certe tematiche per non essere poi obbligati a giustificarci davanti agli allievi o ai genitori, finanche con le gerarchie interne agli istituti», ammette B., insegnante di francese. Agghiacciante il racconto di P., professore in un liceo del Gard, Francia meridionale. Dopo gli attacchi del 2015, «alcuni studenti musulmani hanno rifiutato di alzarsi e onorare il minuto di silenzio, uno di loro poi ha mormorato: Sul Corano, è giusto così».

Nigeria, scontri fra cristiani e musulmani: 55 morti in un mercato

da Il Giornale – Tutto è iniziato con un diverbio fra alcuni addetti al trasporto delle merci nel mercato di Sauwan Magani. Dopo le violenze, la polizia ha imposto il coprifuoco
In Nigeria esplode di nuovo la violenza religiosa. Nello Stato di Kaduna, la polizia nigeriana ha dichiarato che ci sono stati 55 morti a seguito degli scontri nel villaggio di Sauwan Magani.
Tutto ha avuto inizio con uno scontro verbale fra alcune persone che lavoravano come addetti al trasporto delle merci nel mercato.
Come scrive La Stampa, la polizia è riuscita ad arrestare 22 persone, ma la caccia ai responsabili delle violenze non è finita. Il governo dello Stato federato di Kaduna ha ordinato l’imposizione di un coprifuoco di 24 ore nel villaggio per prevenire ulteriori violenze e rendere più facile l’arresto delle persone coinvolte negli scontri.
Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha condannato le violenze avvenute a Sauwan Magani: “Nessuna cultura e religione sostiene il disprezzo per la santità della vita. La coesistenza pacifica è necessaria per il progresso di ogni società e per il suo benessere. La violenza non può essere un’alternativa alla pace, al contrario, fare affidamento sulla violenza porta alla massima autodistruzione: la violenza è un vento malato che non fa bene a nessuno, l’adozione della pace è una necessità”.

da Il Foglio – Luigi Manconi pensa di essersi preso una rivincita intellettuale su di noi, che lo ospitammo per anni in una rubrica settimanale intitolata “Politicamente correttissimo”, perché alcuni tra i foglianti, spero la maggioranza ma ciascuno è libero di azzeccarla o di sbagliare in proprio, non sono del tutto convinti che Trump sia una buona innovazione ideologica politica istituzionale nell’American Republic né che l’asse Salvini-Seehofer-Putin-Di Maio sia la più auspicabile delle soluzioni per l’Europa e l’Italia. Saremmo diventati, a forza di cattiverio destrorso, politicamente corretti de sinistra. Così la pensa Manconi. Ma le cose non stanno propriamente così, è “politicamente e storicamente scorretto” sostenerlo, e questo da un Manconi non c’era da aspettarselo.
Un quarto di secolo fa Berlusconi, nostro vecchio amico e tutore che a nostra volta tutelavamo come ci piaceva, da servi liberi, conquistò il voto dei forgotten man, nella specie gli operai di Mirafiori, lasciando i liberal di casa nostra, la carovana progressista aggiogata al carro di magistrati d’assalto ed establishment, a brancolare nel buio; chiese e ottenne il consenso come figura eminentemente ricca e televisiva; agì per vent’anni da grande attore caratterista imponendo un paio di cosette: la questione della libertà dagli impacci, quelli sì politicamente correttissimi, dello stato fiscale socialdemocratico al suo declino e l’alternanza di forze diverse alla guida del governo (dello stato, direbbero gli attuali tagliagole metaforici che hanno conquistato Palazzo Chigi e i ministeri). Anticipò Trump di un quarto di secolo circa, e lo supererà di gran lunga nel ricordo degli storici, con un modello di leadership personale calcisticamente vincente che andò dalla lingua scioltissima alle cene eleganti, gli è mancata solo la pratica del gioco del golf, ma quello fino agli ultimi accadimenti era uno sport sopra tutto americano, da noi furoreggiava il Milan.
La reazione de sinistra e politicamente corretta a Berlusconi fu la delegittimazione delle maggioranze parlamentari (e mi spiace che su Repubblica Sebastiano Messina non se ne sia accorto, altro che Craxi, che fu un parlamentarista convinto fino al suo ultimo discorso a Montecitorio), e un attacco personale spietato, che rovesciava i valori costituzionali ai quali si appellava ipocritamente, contro la persona che aveva dato al paese in cui viviamo, incarnandola, la possibilità di scegliere chi ci governa in modo chiaro e dunque alla sinistra dell’Ulivo o vecchia sinistra il diritto di governare serenamente quando vinceva nelle urne, fino all’ultimo paradosso di lasciare il testimone all’uomo di sinistra che con il Jobs Act e altre riforme liquidò una tradizione di immobilismo e di pietrificazione sociale e classista della società e della cultura italiana.
La campagna anticasta, il vaffanculo come progetto di onestà e il salvinismo come sovranismo dei sudditi nacquero dall’antiberlusconismo, non da Berlusconi, che non andava sulla Piazza Rossa con la felpa del fan di Putin, casomai lo ospitava regalmente nella sua villa in Sardegna e ricambiava nelle dacie di stato o private del capo della democratura postsovietica, sempre con l’idea poco trumpiana di avvicinarlo alla Nato, non viceversa. Provvedendo intanto il Cav. a fare il cerimoniere dei Trattati di Roma, impeccabilmente, e a dare seguito alla nostra tradizione politica di democrazia liberale, con qualche innovazione mattocchia ma particolarmente sapida e politicamente scorretta. Dunque si può essere contro il conformismo di ceto e di linguaggio oggi come ieri, e tanto più oggi che questo conformismo si è impadronito malamente di un antico sostrato di protesta scorretta trasformandolo da risotto in merda. Si può essere contro l’aborto, come peraltro Bobbio, Ginzburg e Pasolini e Amartya Sen, senza per questo abbracciare le gesticolazioni con vangelo e rosario in mano a leader incerti sulle loro radici cristiane, e dunque sconclusionati tribuni di una religione incivile da strapaese insieme ai loro vocianti corifei di una stagione interrotta con la Renuntiatio di Benedetto XVI. Si può stare dalla parte degli eroi del soccorso marittimo, anche quelli con l’anello al naso, anche i cestisti spagnoli di Memphis, e contro il nostro generalissimo dei porti chiusi senza per questo rinnegare la vocazione al controllo dell’immigrazione e senza dismettere il massimo disprezzo per le gesticolazioni dell’antirazzismo e dell’umanitarismo come professione (Saviano, per esempio). Si può considerare un’attività di prostituzione civile e intellettuale il boicottaggio di Israele, caso di political correctness paracriminale se ce ne sono, senza indossare la kefiah e incassando, sebbene il latore del dono sia un pazzo vero e un bambino viziato, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di uno stato ebraico (sai che novità nella riforma costituzionale di Netanyahu). Si può restare scorrettissimi e non farsi dirigere (purtroppo, vista l’arte) da Daniel Barenboim e dalle sue fisime, ma senza consegnarsi a un occidente privato della leadership americana e soggetto al magnetismo di una Russia sempre bella e cara ma pericolosa. Si può perfino condividere una celebra frase di Edward Said: “Non ho mai capito che cosa significhi amare il proprio paese”, senza che questo cosmopolitismo di reazione al piccolo sovranismo dei derelitti che ci governano appaia una moda di Capalbio. Insomma, caro Manconi, alcuni di noi sono diventati chic ma non radical, o se preferisci radical ma non chic.

Internet e i social al tempo delle leggi di Erdogan, Xi Jinping e Mirziyoyev

da lindro.it – Nel precedente articolo abbiamo visto come nazioni democratiche e regimi militari svolgano un lavoro di monitoraggio dei social network, nell’ottica di mantenimento dello status di player regionale.
In questa analisi, invece, approfondiamo il percorso storico e legislativo che sta portando Nazioni, come la Turchia, l’Uzbekistan e la Cina, ad aumentare il controllo statale via internet dei propri cittadini, andando a limitare le libertà di espressione e di pensiero, che vengono garantite nelle costituzioni di questi Paesi.
Un viaggio ‘social’ che mostrerà le contraddizioni di un Presidente come Recep Tayyip Erdo?an, che utilizza FaceTime per comunicare ai telegiornali ma poi blocca l’accesso ai social network, l’impossibilità di accedere a Skype in Uzbekistan fino al piano del governo cinese, che valuterà i propri cittadini in base al loro comportamento online con servizi dedicati (es. abbassamento tasse) nel caso in cui il punteggio sia superiore alla soglia impostata.
TURCHIA:
Circa 40.000 siti internet sono stati oscurati nel 2013, mentre la cifra sale drasticamente a 114.000 nel 2016. A rivelarlo è il sito turco Engelliweb,  che si dedica all’analisi dei blocchi da parte del governo alla rete internet, che è stato anch’esso oscurato e i suoi canali social chiusi da parte dei funzionari del governo di Erdo?an. Quindi, cosa sta accadendo alla libertà di espressione e sui social in Turchia?
Per comprendere meglio la situazione bisogna partire dalla manifestazione apolitica, come quella di Piazza Taksim a Istanbul, che aveva radunato migliaia di persone per protestare contro l’apertura di un centro commerciale e la costruzione di una caserma in pieno centro. La repressione eccessiva delle forze dell’ordine turche è stata ripresa e condivisa sui social network dai manifestanti.
Le immagini trasmesse hanno avuto un duplice effetto: l’edificazione in pieno centro era il pretesto per manifestare contro la repressione di Erdo?an e la presa di coscienza, da parte dell’establishment, della potenza dei social network, i quali devono essere al servizio del Paese e del suo Presidente. Nonostante l’ambiente legale restrittivo del Paese e la crescente autocensura, gli utenti turchi fanno sempre più affidamento sulle pubblicazioni basate su Internet come fonte primaria di notizie. Un aumento vertiginoso dei procedimenti giudiziari con l’accusa di diffamare il Presidente ha avuto l’effetto di frenare i commenti negativi degli utenti sui social media.
Inoltre, il ‘Wall Street Journal’ ha rivelato la presenza di  un ‘esercito di troll’, ovvero circa 6.000 individui arruolati dall’AKP (Adalet ve Kalk?nma Partisi – Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), il partito di Erdo?an,  per potere manipolare le discussioni e combattere i critici del governo sui social media. Infatti, prima delle elezioni del 2015, la prima iniziativa civile di monitoraggio turco, chiamata Oy ve Ötesi (Il voto e oltre), è stata bombardata da messaggi e notizie che l’accusavano di frodi fiscali e riciclaggio. Questi attacchi sono partiti dall’account ‘Il voto e la frode’, che possedeva 42.000 followers, creato da una ragazza turca, il cui profilo personale era una raccolta di  frasi romantiche, la quale ha affermato, a pochi giorni dal voto, che tutte le notizie scritte fossero false e che il suo intento fosse quello di schernire gli elettori turchi che si informano su Twitter.
Negli ultimi 3 anni la Turchia ha subito numerosi attacchi terroristici, un tentativo di ‘colpo di stato’ orchestrato da militari, capeggiati, secondo Erdo?an, dal suo ex delfino Fethullah Gülen, e la crisi economica che non lascia ai turchi ottime prospettive di ripresa. Tutto questo fa crescere nel paese il malcontento, che può essere diffuso e condiviso sui social. Per questo motivo, l’establishment ha aumentato il controllo nei confronti dei social media , nonostante la presenza dell’articolo 26 della Costituzione turca reciti «ognuno ha il diritto di esprimere e diffondere il suo pensiero e opinione con parole, per iscritto o con immagini o attraverso altri media, individualmente o collettivamente».
Mentre le pene detentive per il discorso online sono capi di accusa rari, diversi individui sono stati condannati a lunghe pene detentive per propaganda terroristica e/o insulti alle cariche rappresentative dello Stato. Giornalisti, personaggi pubblici e studenti sono stati presi di mira per aver dimostrato online la loro avversione a determinate scelte politiche (il referendum costituzionale del 2017 che offre al Presidente poteri straordinari anche senza la presenza dello stato di emergenza) o l’appoggio a temi controversi, come l’identità curda.
Il governo ha ripetutamente sospeso l’accesso a Facebook, Twitter, YouTube e WhatsApp per motivi di sicurezza nazionale, mentre sono state  bloccate alcune pagine di Wikipedia contenenti informazioni riguardo l’impegno turco nella guerra civile siriana. I servizi popolari che offrono reti private virtuali (VPN) e la rete di anonimato, come  Tor, sono stati bloccati per impedire agli utenti di accedere ai contenuti censurati. In seguito all’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia nel 2016, tutti i canali social vennero bloccati così come, in seguito ad un ordinanza di un giudice, più di 100 siti internet che divulgavano la notizia.
Come in questo caso, Internet è realmente messo a disposizione del proprio Presidente. Durante il ‘colpo di stato’ del 2016, Erdo?an aveva imposto il bando a tutti i social, salvo poi chiedere a Türk Telekom di aprire i canali FaceTime per parlare con i telegiornali turchi, prima, e di abolire il bando per far raccontare ai cittadini quello che la Turchia stava subendo, poi.
Inoltre il Decreto n.671, pubblicato il 15 agosto 2016, autorizza il governo a prendere qualsiasi decisione necessaria al fine di tutelare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la morale del popolo turco. Le disposizioni emanate dal governo dovranno essere attuate da tutte le compagnie telefoniche e di comunicazione, come radio e televisione, entro due ore massimo dalla loro ricezione.
Nonostante l’aumento della penetrazione di internet in Turchia, il governo restringe l’accesso al web, anche da mobile, soprattutto nelle Regioni del sudest, anche per giorni, come nel caso del 11 settembre 2016, quando 12 milioni di turchi non poterono documentarsi per giorni. Servizi pubblici, ospedali, banche funzionarono a singhiozzo, causando problemi organizzativi. Questi tagli decisi da Ankara vengono concordati prima di un intervento militare che deve ristabilire l’ordine nei villaggi. Infatti, i reporter devono recarsi nella prima città, con la connessione attiva, per battere la notizia e divulgarla.
UZBEKISTAN:
Quando si parla di repressione della libertà di espressione in Asia, si collocano geograficamente queste  notizie in Cina. Spesso, però, ci si dimentica della forza politica che gli Stati, chiamati STAN,  posseggono nei confronti dei loro cittadini in materia di controllo social e il caso più emblematico, a questo riguardo, è l’Uzbekistan.
I siti web delle emittenti internazionali, quali Deutsche Welle, Fergana News Agency, Radio Free Europe / Radio Liberty e i servizi uzbeki della BBC oltre che a Voice of America,  sono inaccessibili in Uzbekistan dal 2005, in seguito a una violenta repressione del governo contro una protesta pacifica, ma antigovernativa, nella città di Andijan.
Alcuni servizi, che offrono chiamate VoIP gratuite attraverso Internet, tra cui Skype, WhatsApp e Viber, non sono disponibili per gli utenti in Uzbekistan da luglio 2015. Il blocco è stato revocato solo parzialmente nell’ottobre 2015. A partire da maggio 2017, il sito Web di Skype è rimasto inaccessibile all’interno del paese, tranne in caso di utilizzo di una rete privata virtuale (VPN). Gli esperti hanno collegato le restrizioni alla minaccia che questi servizi gratuiti pongono alle entrate nelle casse di Uztelecom, la compagnia statale delle telecomunicazioni.
Il governo dell’Uzbekistan monitora e controlla le comunicazioni online e si impegna nel blocco pervasivo e sistematico di notizie indipendenti e di qualsiasi contenuto critico nei confronti del regime, soprattutto  in relazione alle violazioni dei diritti umani.
A seguito della morte del presidente autoritario Islam Karimov nel settembre 2016, Shavkat Mirziyoyev ha assunto la presidenza nel dicembre. Mirziyoyev ha promesso di onorare l’eredità di Karimov e le libertà civili restano severamente limitate. Tuttavia, ci sono alcune indicazioni che il governo potrebbe essere disposto a promuovere l’impegno dei cittadini utilizzando strumenti online, come l’istituzione dell’iniziativa “ufficio virtuale” del governo, una piattaforma online che consente ai cittadini di esprimere critiche direttamente agli enti governativi, ha lanciato centinaia di migliaia di reclami e molti sono stati risolti con successo.
In base agli emendamenti del 2007 sulla legge del 1997 “Sui mezzi di comunicazione di massa”, qualsiasi sito web impegnato nella diffusione di informazioni di massa periodicamente (almeno una volta ogni sei mesi) viene considerato mass media e deve essere soggetto alla registrazione ufficiale al Ministero delle telecomunicazioni.
Questa procedura è generalmente nota per essere basato su contenuti arbitrari, che impediscono agli editori e ai lettori di esercitare la loro libertà di espressione e il diritto di accedere alle informazioni. Nonostante la presenza di 395 siti web registrati, come mass media in Uzbekistan, Facebook, YouTube, Twitter e i social network russi , Odnoklassniki e VKontakte, sono disponibili e ampiamente utilizzati.
Infatti, dal 2014, Facebook è il quarto sito web più visitato nel paese, seguito da Odnoklassniki, VKontakte e YouTube. Poiché i siti di social networking e le piattaforme di blogging sono cresciuti in popolarità, il governo cerca di influenzare le informazioni che circolano su di loro creando e promuovendo alternative uzbeke a marchi globali o regionali popolari. L’esempio più recente è Davra, lanciato nel giugno 2016 da Uzinfocom, una società controllata dal Ministero uzbeko delle telecomunicazioni.
Davra è simile a Facebook e consente agli utenti di pubblicare foto, video e commenti, ma richiede agli utenti di registrare le loro informazioni personali e carte d’identità nazionali, facilitando il monitoraggio da parte delle autorità. La piattaforma ha guadagnato poca popolarità, con meno di 20.000 utenti registrati nel primo anno.
CINA:
Secondo il China Internet Network Information Center (CNNIC), nel gennaio 2017 il Paese asiatico possedeva 731 milioni di utenti internet attivi.
Sebbene il divario digitale tra aree urbane e rurali si sia ridotto marginalmente rispetto agli anni precedenti, il 72,6% degli utenti ha sede in città. Mentre i tassi di penetrazione di internet variano significativamente da provincia a provincia, passando  dal 78% di Pechino al 39% nello Yunnan.
Solamente nove operatori statali mantengono le porte cinesi aperte verso Internet, dando alle autorità la possibilità di tagliare le richieste di informazioni transfrontaliere. Infatti, tutti i fornitori di servizi devono sottoscrivere degli accordi con l’establishment, tramite gli operatori gateway supervisionati dal Ministero dell’Industria e dell’Informazione Tecnologica (MIIT).
Il governo ha interrotto l’accesso a interi sistemi di comunicazione in risposta a eventi specifici, imponendo in particolare un blackout internet di 10 mesi nella regione autonoma uigura dello Xinjiang, sede di 22 milioni di persone, dopo la violenza etnica nella capitale regionale, Urumqi, nel 2009.
In seguito, le autorità hanno continuato la pratica delle interruzioni nell’area del Tibet a seguito di un’autoimmolazione dichiarata per protesta contro il regime del Partito Comunista cinese. Le popolari applicazioni di social media sono state disabilitate in alcune località al fine di mantenere la stabilità sociale.
Il Dipartimento centrale di propaganda del PCC, le agenzie governative e le società private impiegano centinaia di migliaia di persone per monitorare, censurare e manipolare i contenuti online. Il materiale viene sistematicamente censurato se l’argomento concerne la situazione dei diritti umani in Cina, le critiche alla politica governativa, le discussioni su argomenti politicamente e socialmente sensibili, come il trattamento delle minoranze etniche e religiose da parte delle autorità.  La censura diventa più intensa durante eventi politicamente sensibili.
Diverse applicazioni di social media e di messaggistica sono totalmente bloccate, isolando il pubblico cinese dalle reti globali. Secondo il monitor di censura GreatFire.org, sono i primi 171 i siti web mondali (per ordine di visite e di importanza raccolti dal sito Alexa) che sono stati bloccati dal governo cinese nel 2017, con una crescita rispetto ai 138 dell’anno precedente.  Questi includono YouTube, Google, Facebook, Flickr, SoundCloud e WordPress. I servizi di Google, tra cui Maps, Translate, Calendar, Scholar e Analytics, sono anch’essi stati bloccati nel 2017.
I siti web e gli account dei social media sono soggetti a cancellazione o chiusura immediata su richiesta delle autorità cinesi di censura. La legge sulla sicurezza informatica approvata nel 2016 richiede agli operatori di rete di interrompere immediatamente la trasmissione di contenuti vietati. Come ci si accorge che il contenuto cercato non è più disponibile? Ci possono essere due soluzioni: il messaggio diretto che il contenuto sia di natura illegale oppure la strada che ultimamente viene intrapresa, ovvero il rallentamento intenzionale estremo della connessione al servizio desiderato.
Come avviene in Turchia, anche in Cina i contenuti online sono soggetti a una vasta manipolazione. Dal 2005 esiste un’unità di propaganda che ha assoldato e formato migliaia di commentatori web, di tutte le estrazioni sociali, conosciuti colloquialmente come ‘i 50 centesimi del Partito’. Il loro compito è quello di postare osservazioni pro-governative, influenzare le discussioni online, segnalare utenti che hanno inviato dichiarazioni offensive contro la classe politica o  hanno rilasciato deliberatamente i fatti di un particolare incidente che non doveva essere svelato. Le campagne di diffamazione coordinate sono state usate per screditare i critici governativi di alto profilo.
Nel gennaio 2017, una nuova analisi dei commenti stimava che circa 1 ogni 178 messaggi sui social media è sponsorizzato dal governo, per un totale di circa 448 milioni di messaggi all’anno; la maggior parte dei post nel campione dello studio ha elogiato il governo per distogliere l’attenzione dalle storie potenzialmente negative.
Se il termine “Great Firewall” è spesso usato per riferirsi al sistema di censura di Internet in Cina nel suo complesso,  esso allude più specificamente al blocco tecnico e automatizzato di siti Web e servizi basati al di fuori della Cina.
Risulta interessante invece quello che la legge cinese chiama il Credito Sociale, in ottica di controllo delle attività dei propri cittadini online. Attualmente in vigore, ma sarà obbligatorio per tutta la popolazione cinese a partire dal 2020, è un sistema basato su un punteggio variabile in merito alle attività online ed  offline che il cittadino compie. Ogni cittadino può avere un punteggio che va da un minimo di 350 a un massimo di 950 punti e l’ottenimento, o la decrescita, di punti influirà sulle mansioni che potrà svolgere in futuro: accesso a determinate scuole, abbassamento (o innalzamento) delle imposte, pagamento delle bollette e possibilità di viaggiare con l’aereo. Se questo possa far sorridere, il Ministero cinese dei trasporti, grazie a questo sistema, possiede una lista nera, che conta circa 6 milioni di persone che non possono prendere i mezzi pubblici e gli aerei in base al loro punteggio sociale.

Novafeltria: riapre dopo la ristrutturazione il Conad, la gestione a tre giovani del territorio

da altarimini.it – Riaprirà venerdì 27 luglio alle ore 9 il Conad di Novafeltria, dopo un importante intervento di ristrutturazione totale dei locali. Nel negozio, di oltre 500 mq, sono occupati 32 addetti, oltre ai tre giovani soci trentenni, Giorgia Fracassi, Denis Fabiani e Fernando Fraboni della società GFM che gestisce l’attività.
“La nostra società costituita è stata costituita poco meno di due anni, partendo dalla passione e dall’entusiasmo di tre giovani dipendenti con esperienze nella grande distribuzione”, commentano Giorgia, Denis e Fernando.
“Abbiamo scelto di diventare imprenditori in questo settore restando nel nostro territorio, grazie a una opportunità che il mondo Conad ci ha dato. La ristrutturazione è stata impegnativa e ha richiesto la chiusura per una ventina di giorni, ma ci consegna un negozio totalmente rinnovato e con un’ambientazione più moderna e accogliente, nel quale i nostri clienti troveranno ancora più piacevole fare la spesa quotidianamente”.
Il negozio osserverà i seguenti orari: dal lunedì al sabato dalle ore 8 alle 20, la domenica dalle ore 8 alle 13. In via straordinaria, in occasione della riapertura, domenica 29 luglio la chiusura sarà posticipata alle 17 e a seguire sarà offerto a tutti i clienti un aperitivo, con animazione musicale a cura dei dj di Radio Bruno.
Al taglio del nastro saranno presenti le autorità civili e religiose. Ai presenti sarà distribuito un omaggio per la spesa quotidiana.

I Fratelli Musulmani e la conquista dell’Occidente

da ofcs.report – I Fratelli Musulmani praticano una forma di manipolazione ideologica per conquistare le coscienze del mondo arabo e per diffondere la loro ideologia estremista in Europa attraverso gli immigrati della stessa fede. L’obiettivo è la conquista del potere, l’unico e supremo traguardo di tutte le culture autoritarie, basate o meno sulla religione.
Quanti hanno studiato la Fratellanza Musulmana, una setta nata all’inizio del ‘900 dalle idee politiche e religiose del fondatore Hasan Al Banna, di questo sono già a conoscenza. Ma certamente gli occhi di tante altre persone sono stati aperti dal ritrovamento nel 2002, poco dopo la tragedia terroristica delle Twin Towers, di un documento di 14 pagine denominato “Il Progetto” nell’abitazione del banchiere svizzero di origine egiziana, Yusuf Nada, indagato per essere uno dei principali finanziatori di Al Qaeda.
La scoperta ha avuto un’eco tale che l’autore francese Sylvain Besson ha voluto dedicargli un libro, mettendo in guardia circa La conquête de l’Occident (Parigi, Seuil), la conquista dell’Occidente da parte dei Fratelli Musulmani. Il libro, tuttavia, non ha ricevuto né un’ampia diffusione né successo editoriale. “La conquista dell’Occidente da parte dei Fratelli Musulmani”, l’ultimo lavoro della giornalista e scrittrice Souad Sbai, riportata all’attenzione del pubblico la questione.
Già parlamentare e una vita dedicata alla lotta contro l’estremismo in Italia e in Europa, Souad Sbai conosce molto bene i Fratelli Musulmani, avendo ricevuto ripetute minacce di morte per le sue battaglie per i diritti delle donne. Per la pubblicazione del libro, ha scelto la casa editrice Armando Curcio, mentre il giornalista Gianandrea Gaiani è l’autore di una prefazione molto intensa.
Nel primo dei sei capitoli, intitolato “Il documento ritrovato”, Souad Sbai spiega che “Il Progetto” si basa su una serie di principi di guerra psicologica. Il più importante è la “taqiyya” o dissimulazione, l’arte di camuffarsi con persone disposte a dialogare allo scopo di diffondere l’agenda estremista. Questo è il caso di Tariq Ramadan, uno dei più grandi ideologi della setta, nonché nipote di Al Banna. Per la cronaca, Ramadan è attualmente in prigione in Francia con l’accusa di stupro.
Quando “Il Progetto” fu trovato, il banchiere Yusuf Nada mobilitò immediatamente a suo favore i soliti comitati “di sinistra” in diversi paesi europei, che non mancarono di protestare per una presunta persecuzione anti-islamica. Inoltre, Nada abilmente derubricò il documento come opera di qualche accademico, affermando di non ricordare come ne era venuto in possesso.
In realtà, il libro di Besson nel 2005 e, ancor più quello di Souad Sbai oggi, dimostrano che quelle 14 pagine sono un manuale utile e chiaro per l’indottrinamento dei giovani nelle banlieue europee e che i Fratelli Musulmani si avvalgono di organizzazioni caritatevoli, come della sanità pubblica e privata, per ottenere il consenso tra le persone bisognose.
La loro predicazione estremista, che in alcuni casi è molto vicina al terrorismo (il presidente egiziano Anwar Al Sadat è stato ucciso nel 1981 da un militare che faceva parte della Fratellanza), immagina una società oscurantista all’interno di un sistema autoritario di tipo socialista. Gli egiziani lo sanno molto bene per aver sperimentato il governo dell’Ikhwan Mohammed Morsi, che riuscì a essere eletto regolarmente come presidente grazie a una massiccia propaganda. Fortunatamente per l’Egitto e l’Europa fu poi deposto, ma l’ideologia e gli scopi della Fratellanza Musulmana non sono ancora stati sconfitti. Basta leggere attentamente il libro di Souad Sbai per rendersi conto anche della situazione in Italia.