Ettore de Conciliis: le Pale del Mediterraneo. Omaggio a Guccione

(da qaeditoria.it) – A sinistra  l’Annunciazione con una giovane Madonna colta nel momento del sì all’angelo.  A destra un altrettanto giovane Cristo Risorto con quella Croce che sembra fare tutt’uno col corpo. Sono  i due  grandiosi bassorilievi in bronzo realizzati nel 2006  dal grande scultore polacco Igor Mitoraj per le porte della Basilica di Santa Maria degli Angeli e  dei Martiri in sostituzione di quelle in legno degli anni Cinquanta. Gli furono commissionate da mons. Renzo Giuliano, rettore della Basilica, una delle personalità più impegnate nel dialogo fra fede e arte del nostro tempo.  Richiamo esplicito all’evangelizzazione, rappresentano l’Annunciazione e la Resurrezione , “i due momenti cruciali della fede cristiana”, secondo Mitoraj.   E’ una fra le più potenti creazioni di arte contemporanea  ospitate nella Basilica che ha una lunga tradizione in questo campo. Accanto ai dipinti dei classici, da Domenichino a Salvator Rosa, Pompeo Batoni, Pierre Subleyras, Carlo Maratta, ci sono opere moderne  di Umberto Mastroianni, Giuseppe Gallo, Ernesto Lamagna, Narcissus Quagliata, Tsung Dao Lee, Piero Guccione.
Si muove lungo la strada del dialogo fra passato e presente, fra antico e moderno, secondo l’invito di Paolo VI a riprendere il discorso interrotto fra la Chiesa e l’arte contemporanea,  l’installazione permanente le “Pale del Mediterraneo. Omaggio a Guccione” di  Ettore de Conciliis, un noto pittore e scultore sensibile alla spiritualità e ai temi sociali e civili. E un grande paesaggista. “Concepire la natura  come fonte smisurata di forme e ritmi, di emozioni e suggestioni, di amore e comunicatività è una conquista a cui de Conciliis è arrivato  dalla via che gli è più congeniale, la pittura”, scriveva nel lontano 2002 quel fine critico che era Maurizio Marini. Il paesaggio insomma come “leit-motiv” come   “necessità spirituale ed esistenziale”, è ancora Marini a scrivere.
Doveva inaugurare prima di Pasqua, ma ragioni di forza maggiore hanno rinviato l’evento  al 23 giugno . Tutto era pronto, ma nei mesi di chiusura, “in questo tempo sospeso, metafisico, una dissoluzione del tempo”, il pittore ha continuato a lavorare. Una circostanza senza precedenti che lo ha influenzato profondamente portandolo istintivamente a rivedere, a fare ritocchi fino all’ultimo momento.  Ed ecco allora la piccola mostra che completa le due opere curata da Yvonne Dohna Schlobitten e Victoria Noel -Johnson, organizzata e allestita da “Il Cigno GG Edizioni “cui si deve anche il catalogo. Accanto alle due  pale incompiute di Guccione e alle  pale d’altare ad olio di de Conciliis che rimarranno in chiesa, vi sono gli studi,  i bozzetti preparatori  a pastello e alcuni dipinti a tema come “La leggerezza dei riflessi la sera”, “Il mare vicino a Ostia”.
Tutto nasce da due tele molto grandi, oltre tre metri per un metro  e mezzo,  lasciate incompiute da Piero Guccione. Sono due paesaggi pensati come pale d’altare. L’idea è venuta a Lorenzo Zichichi. Perché non  farle finire  a de Conciliis? Una specie di opera a quattro mani. Naturalmente un completamento del tutto  ideale. Come si vede entrando in Basilica, Da una parte nella cappella dedicata a Maria Maddalena sono esposte le due pale di de Conciliis che rimarrann0 in via definitiva. Fiancheggiano il “Noli me tangere” un dipinto della fine del XVI secolo di Arrigo Fiammingo. Di fronte, nella Cappella del Crocifisso,  le due tele incompiute di Guccione sono poste ai lati della “Crocifissione” attribuita a Giacomo della Rocca, un allievo di Daniele da Volterra.
Le tele dei due pittori, le une di fronte alle altre mostrano  molti elementi in comune. Si richiamano per la scelta del tema, per il colore, per l’amore per la natura in cui domina il blu del mare che si fonde con l’azzurro del cielo. E’ il Mediterraneo, il Mare Nostrum, al centro dell’attenzione di entrambi, ma quello di de Conciliis è punteggiato da un’infinità di croci gialle, croci che scintillano nell’oscurità della notte, che si muovono sulla superficie dell’acqua, che s’immergono e riemergono secondo il moto  ondoso delle maree. “Metafore simboliche di anime peripatetiche” per la Noel-Johnson,  “ferite silenziose” per il pittore, che rappresenta il mare, la sua bellezza ma anche “la sua indifferenza verso la tragedia”. Se nel pannello di sinistra a dominare è il mare di croci gialle, in quello di destra l’unico soggetto è la luna, posta in alto su un paesaggio deserto. Una sottilissima falce, nell’ultima fase del ciclo che precede la luna nuova. E non ci sono stelle in cielo.
Il paesaggio è un  genere per  lungo tempo bandito dalla pittura sacra, ricorda in catalogo la Schlobitten. Dopo il discorso di Paolo VI nel ’65, ci voleva il Concilio Vaticano II e monsignor Giovanni Fallani perché la Chiesa  riprendesse il dialogo fra l’arte astratta e l’arte figurativa. Il paesaggio rappresentato da de Conciliis così come quello di Guccione ha come protagonista l’acqua, uno dei quattro elementi della natura essenziali per il ciclo perenne della vita e nel Cristianesimo simbolo di purificazione, ricorda  Noel-Johnson.  “Vorrei che il paesaggio interpretato in pittura, al di là del fascino delle apparenze, entrasse nei luoghi sacri per avvicinarsi al mistero della natura, ai valori dello spirito, della trascendenza”, spiega de Conciliis. E specifica come “il tema dell’acqua  sia in questo  caso  il Mar Mediterraneo, luogo del sacrificio di tanti esseri umani, martiri della speranza”.
Un luogo di culto e di arte speciale la Basilica di Santa Maria degli Angeli e  dei Martiri, frutto del genio di Michelangelo prima e di Vanvielli poi, ma anche un ambiente che oltre tre secoli fa fu un vero e proprio osservatorio scientifico, come molte altre chiese del mondo cristiano.   Papa Clemente XI (al secolo Gianfrancesco Albani), doveva garantire, come capo della Chiesa Universale, in ogni angolo del pianeta la corretta celebrazione della S. Pasqua,  che cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. A questo fine incaricò l’astronomo Francesco Bianchini di costruire una meridiana che consentisse di fare i rilievi necessari per calcolare  senza tema di errore questa festività e le altre feste mobili. Nel 1702 il Papa visitò la “Meridiana  Clementina” cosiddetta  in suo onore,  quasi completata, realizzata all’interno delle antiche terme di Diocleziano, scelte in ragione della stabilità del pavimento e della solidità delle strutture. Per l’occasione venne coniata una medaglia che mostrava al dritto la sua effigie a al rovescio una veduta della chiesa con un raggio solare sulla linea meridiana. La posizione e l’altezza della piastra di bronzo con il foro gnomonico, da cui penetra il raggio di sole, fu stabilita in modo da poter sfruttare al meglio lo spazio sul pavimento dove venne tracciata la  linea meridiana realizzata con lamine di bronzo incastonate fra due fasce marmoree. Ai lati si potevano leggere alcune informazioni, in particolare i limiti entro i quali cadeva la Pasqua. Come tutti gli altri strumenti anche la “Meridiana Clementina” funzionava come un calendario perpetuo.
All’epoca erano in uso almeno altri due strumenti di questo tipo, anch’essi in edifici di culto. Il primo, costruito nel 1468 dall’astronomo e geografo Paolo dal Pozzo Toscanelli sotto la cupola del Brunelleschi in Santa Maria del Fiore, il secondo all’interno della Basilica di San Petronio a Bologna.  Nel 1575  Egnazio Danti aveva realizzato uno strumento simile per verificare la durata dell’anno in vista della riforma del Calendario adottata poco dopo da papa Gregorio XIII (calendario Gregoriano), successivamente nel 1655  Gian Domenico Cassini progettava la  meridiana di Bologna con criteri molto innovativi. A questa si ispirò  Bianchini per quella romana.  Il sistema rimase in uso per pochi anni, soppiantato ben presto da strumenti ottici più sofisticati con prestazioni di gran lunga superiori a quelle delle meridiane. E così anche lo “Gnomone Clementino”di Santa Maria degli Angeli, come tutti gli altri, fu abbandonato.

Comments are closed.