Meelis Friedenthal – Se le regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni

(da linkiesta.it – Nicola Baroni) – «Oggi l’Estonia è molto ansiosa di affermarsi come paese digitale e all’avanguardia per l’innovazione digitale: va bene, ma allo stesso tempo credo che un paese non dovrebbe mirare ad essere identificato con una sola semplice caratteristica. Una varietà di possibilità e identità è meglio di una singola definizione». Meelis Friedenthal non è lo scrittore estone che si aspetterebbe di trovarsi davanti chi conosce il paese baltico solo per come lo raccontano i media.
Dimenticate e-government e cittadinanza digitale, Friedenthal prima di diventare scrittore ha svolto un dottorato in teologia all’Università di Tartu: tema delle sue ricerche il “Tractatus moralis de oculo”, scritto morale-allegorico duecentesco di Petrus di Limoges conservato agli archivi di Tallinn. «Quel testo è, da un lato, un supporto per la predicazione, ma allo stesso tempo offre interpretazioni allegoriche che attingono alle conoscenze più all’avanguardia in materia di ottica e oftalmologia del tempo».
Molte delle idee, immagini e discussioni di quel trattato sono entrate ne “Le api”, il suo secondo romanzo, l’unico che possiamo leggere in italiano, tradotto da Daniele Monticelli per Iperborea, che nel 2013 gli è valso il premio per la letteratura dell’Unione europea. Prima aveva pubblicato il romanzo di fantascienza “Kuldne aeg” (Età dell’oro), sul ruolo della Storia nel modellare la nostra identità; “Inglite keel” (Il linguaggio degli angeli) è il suo ultimo romanzo e in autunno uscirà una raccolta di racconti.
“Le api” è un romanzo storico filosofico ambientato nel XVII secolo che segue le vicende e le speculazioni dello studente Laurentius Hylas: il giovane, in fuga da Leida, va a studiare a Tartu, piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia e sede di un’Università dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio. Teorie scientifiche e suggestioni magiche, filosofia, teologia, alchimia e medicina si riversano senza soluzione di continuità una nell’altra: il narratore racconta i malesseri e le visioni del protagonista, le cui malattie oniriche rendono i fantasmi indistinguibili dalla realtà, lasciando la sua stessa figura sempre avvolta nell’ombra.

Se non come paese digitale, come descriverebbe l’Estonia?
Di recente mi è stato chiesto di scrivere una storia per “La Lettura” del “Corriere della Sera iniziando con la parola che meglio descrivesse il paese. Scelsi “delicato”, ma a causa di problemi di comunicazione e di un piccolo incidente il traduttore spostò l’ordine delle parole per ottenere una migliore leggibilità e la storia iniziò con la parola pelle”. In un certo senso è interessante e forse anche più intrigante.

Cosa intendeva con “delicato”?
Volevo attirare l’attenzione sul fatto che l’Estonia è piuttosto paludosa, coperta di verdi foreste, morbido muschio, lenti fiumi, migliaia di laghi. Tutto il resto – si tratti di persone, villaggi o città – è costruito su queste basi. Ciò rende l’Estonia abbastanza diversa dai paesi montuosi o da quelli aridi. Ovviamente anche la latitudine gioca il suo ruolo: inverni lunghi e bui, estate in cui il sole tramonta a fatica, questo influenza le persone e il loro carattere.
Non intendo dire che esista un “carattere nazionale”, ma che la terra influenza le persone che la abitano allo stesso modo in cui una bicicletta influenza chi la guida. Ti dà alcuni vantaggi ma allo stesso tempo richiede un certo comportamento: devi mantenere l’equilibrio, tendi ad evitare certe strade. La terra è la nostra bicicletta. Inoltre l’Estonia è una terra di confine, ciò significa che abbiamo una storia complicata, che si riflette nella nostra attuale situazione. Oltre alla terra, penso che la Storia sia estremamente importante per comprendere una persona o un Paese, che sono quello che sono a causa della Storia.

Il fatto di essere ai confini d’Europa è più un vantaggio o un rischio?
Le regioni al confine si trovano sempre, in linea di principio, in una situazione in cui non sono né – né. Questo rende gli abitanti come dei senzatetto: non sono interamente compresi da nessuna delle due parti, vivono in una condizione estenuante che richiede un costante equilibrio. Lo scrittore estone Jaan Kross ha iniziato il suo libro “Kolme katku vahel” (Between Three Plagues) con la scena di un equilibrista che cammina su una corda tesa sopra la città. Doveva simboleggiare la situazione estone durante l’era sovietica, ma in un certo senso simboleggia ancora la nostra situazione. I confini sono anche un importante locus theologicus, per usare il linguaggio di Paul Tillich, poiché anche come esseri umani siamo sempre al confine, tra la vita e la morte.

A un certo punto de “Le api”, il protagonista ragiona sull’antico concetto di Unione iperborea e sul nazionalismo svedese. C’è ancora un sentimento di appartenenza che unisce i paesi del Nord Europa?
Ho trascorso l’anno scorso in Germania, al Max-Weber-Kolleg. Secondo la famosa teoria di Max Weber lo spirito del capitalismo sorse dal particolare tipo di protestantesimo prevalente nei paesi del Nord. A suo avviso fu la mescolanza riformata-luterana-pietistica che diede origine alla frugalità, a una rigorosa etica del lavoro, a una disciplina. Questa teoria è ormai caduta in disgrazia, ma in effetti ci sarebbe qualcosa da dire sulla mentalità e il background religiosi.
Se le diverse regioni d’Europa vogliono capirsi, devono tenere conto delle diverse religioni, di questo tipo di background. È abbastanza determinante se una terra è prevalentemente cattolica, riformata o luterana, per non parlare degli ortodossi. Le chiese sono, nel bene e nel male, portatrici ed espressione della tradizione e portano inevitabilmente con sé una dimensione storica.
Ma non sono solo le circostanze religiose e politiche recenti che dovrebbero essere prese in considerazione, anche l’Impero romano influenza ancora – a nostra insaputa – pensieri e abitudini. Per molto tempo, per esempio, tutte le università importanti si trovavano nel territorio dell’ex Impero romano, solo durante il XIX secolo le cose iniziarono a cambiare. La linea Danubio-Reno è ancora in qualche modo visibile.

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