Dronero – Dopo averne sentite di tutti i colori, finalmente possiamo ricordare le sorelle cistercensi che si hanno aiutato un tempo a compiere la nostra missione che non è finita. Vicino a Dronero, sul lato destro del fiume Maira, sorge la borgata Monastero dal nome d’una importante fondazione monastica, soppressa nel Cinquecento, le cui vestigia architettoniche furono incorporate nella odierna parrocchiale di Sant’Antonio. Grazie a recenti restauri è stato recuperato il raffinato chiostro quattrocentesco, cinto dal porticato con arcate ogivali e pilastri ottagonali in cotto, la casa vescovile, adoperata come residenza estiva o in occasione delle visite pastorali, le cellette delle monache e la vecchia stalla, risalente al periodo successivo alla soppressione monastica e oggi adibita a sala polivalente intitolata a don Marino. La storia del monastero di Sant’Antonio Abate, risalente al decennio compreso tra il 1125 e il 1135, s’inserisce in un contesto territoriale – il tratto iniziale della Valle Maira – caratterizzato dall’esistenza di fondazioni monastiche benedettine legate al culto di San Costanzo, martirizzato nel 303 sul versante meridionale del monte San Bernardo, dove oggi sorge il santuario a lui dedicato, detto di San Costanzo al Monte. Davanti al monastero di Sant’Antonio Abate c’è l’ex complesso abbaziale di Villar San Costanzo, fondato forse nel 712, le cui vicende storiche s’intrecciarono nel tempo con quelle del monastero di Sant’Antonio. La fondazione del monastero di Sant’Antonio, al tempo rientrante nella diocesi di Torino, fu quasi concomitante con la nascita di una delle comunità cistercensi maschili più fiorenti del Piemonte, l’abbazia di Staffarda, la cui origine si fissa al 1125. Dopo un’iniziale fase di vita autonoma la comunità dronerese, di cui ancora si discute se l’inquadramento nell’Ordine cistercense sia stato contestuale o successivo alla fondazione, venne posta alle dipendenze proprio dell’abate di Santa Maria di Staffarda, acquisendo prestigio spirituale, comprovato dal consistente patrimonio fondiario, frutto di donazioni in buona parte dovute ai marchesi di Saluzzo, con terreni nelle zone di Cuneo, Fossano, Villafalletto. La nascita della comunità di Sant’Antonio è dovuta ai marchesi di Busca, ramo della vasta famiglia aleramica, derivato da Guglielmo, figlio di Bonifacio del Vasto. La fortuna dei marchesi di Busca, benefattori anche dell’abbazia di Staffarda è legata alla figura dell’imperatore svevo Federico II. In particolare Manfredo II, nipote del capostipite Guglielmo, fu vicario generale dell’impero “da Pavia in su” tra 1238 e 1250, e la sorella Bianca Lancia diede all’imperatore germanico, con cui aveva intrecciato una relazione, due figli, poi legittimati (a seguito del matrimonio celebrato in articulo mortis): Costanza, che nel 1241 sposò l’imperatore di Nicea, e Manfredi, lo sventurato re di Sicilia caduto a Benevento nel 1266 combattendo contro Carlo d’Angiò. La storia delle monache droneresi registra anche un episodio prodigioso, legato alla figura del patrono della comunità, Sant’Antonio Abate, tra i fondatori del monachesimo orientale, invocato dai contadini per la protezione del bestiame e dai malati di Herpes Zoster, infezione nota come “Fuoco di Sant’Antonio”, per la guarigione dal temuto morbo che nel Medioevo mieteva molte vittime. Nel 1354, nel corso d’una delle guerre che resero turbolento il Trecento piemontese, le monache di Dronero trovarono rifugio a Cuneo, portando con sé una cassa contenente reliquie e preziosi. Secondo le fonti, tre mercenari inglesi, nel tentativo di impadronirsene, rimasero però “folgorati” dal fuoco di Sant’Antonio, vedendo non solo sfumare il progetto criminoso, ma perdendo anche la vita e finendo sepolti sotto un olmo. Già nel XV secolo, destino comune ad altre comunità monastiche, si manifestarono i primi segni della decadenza che avrebbe condotto nel secolo successivo alla decisione di sopprimere il monastero: la diminuzione progressiva del numero delle monache, provenienti in prevalenza dai ranghi della nobiltà, e un certo allentamento della disciplina monastica, attestata dal richiamo del vescovo di Torino, Ludovico dei marchesi di Romagnano, che nel 1466 ammonì la comunità a un’osservanza più attenta dei doveri spirituali e liturgici. Tra le figure eminenti del monastero di Sant’Antonio, ricordiamo l’ultima badessa, Isabella “de’ Burgo” della nobile famiglia dei Costanzia di Costigliole, cui apparteneva anche Giorgio, l’abate di Villar San Costanzo che fece realizzare la splendida cappella funeraria a lui destinata con le pareti affrescate da Pietro da Saluzzo. Isabella, che fu anche promotrice di lavori di ammodernamento, difese i diritti del monastero contro le pretese del comune di Dronero e del vescovo di Alba (nella cui diocesi si trovavano diversi possedimenti, chiese e priorati dipendenti dal monastero di Sant’Antonio), alimentando una lunga contesa che si concluse a sfavore della comunità. Nel 1511, l’anno stesso della morte di Isabella, la città di Saluzzo venne eretta in diocesi con bolla di papa Giulio II e, con lo stesso provvedimento, si dispose la soppressione del monastero. Fu in quel frangente che iniziò la gogna delle monache, definite suore Templari e per questo perseguibili. Resistettero anche alla minaccia d’un decreto di scomunica, ma tutto finì nel 1592 con la chiusura definitiva del monastero e l’allontanamento delle religiose, accolte in parte a Fossano e in parte a Saluzzo. La vicinanza delle monache ai Templari stava nel fatto che i Poveri Cavalieri di Cristo erano, e sono ancora, monaci cistercensi come lo erano quelle suore. Alla fine il vescovo di Saluzzo tenne per sé il nuovo titolo di Parroco di Sant’Antonio, delegando le funzioni a un vicario. Da quel momento si diede purtroppo l’avvio a una radicale trasformazione del complesso, salvaguardando però della struttura originaria e alcuni ambienti significativi fra cui il già menzionato chiostro, che conserva l’elegante porticato.