Category: Attualità

Primo ciak per “Il Precursore”, docu-film su Giovanni Battista. I produttori: “Personaggio mai narrato in un film”

da Agensir.it – È stato battuto il 3 luglio nelle Marche il primo ciak del film “Il Precursore”, dedicato alla figura di san Giovanni Battista, una produzione Fondazione vaticana San Giovanni XXIII, Vatican Media – Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e Officina della Comunicazione. Il Sir in sinergia con il portale Vatican News ha sentito in esclusiva i produttori sul set, Nicola Salvi ed Elisabetta Sola, amministratori delegati di Officina della Comunicazione, che hanno condiviso le impressioni d’inizio riprese.
Il Battista per la prima volta in un film
“San Giovanni Battista è personaggio centrale della narrazione evangelica, ma non è stato mai narrato in un film dedicato alla sua figura”, spiegano Salvi e Sola, raggiunti telefonicamente nelle Marche sul set del docu-film “Il Precursore” diretto da Omar Pesenti, che sottolinea come la figura biblica del Battista anticipi la vita pubblica di Gesù, svolgendo un ruolo chiave nella storia del Cristianesimo.
“La prima giornata di lavoro – raccontano i due responsabili – è stata affrontata con grande entusiasmo dalla troupe, composta da oltre 20 professionisti. Una troupe che ha sfidato il calore dell’estate animata dalla passione nel raccontare una storia leggendaria”. Quanto al cast, a interpretare san Giovanni Battista è l’attore Francesco Castiglione, noto al grande pubblico per la partecipazione alla serie “Don Matteo”.
A livello narrativo, la produzione ha scelto di soffermarsi su alcuni episodi significativi della vita del Santo. “È una vicenda coinvolgente e drammatica che il linguaggio filmico restituirà con efficacia allo spettatore”, rimarcano Salvi e Sola: “Proprio in questo momento c’è un grande lavoro da parte degli scenografi e del direttore della fotografia. Nelle prime giornate di riprese, infatti, affrontiamo le scene più delicate e complesse, come l’uccisione del Battista, che hanno richiesto un’illuminazione particolare negli interni scelti per la prigione”.
Un docu-film dalla forte carica educational
“L’intento divulgativo – chiariscono sempre i due produttori – si unisce alla ricerca di un racconto per immagini curato, dal deciso taglio filmico. Aggiungeranno spessore al docu-film anche le testimonianze di autorevoli esperti, che aiuteranno a ricostruire aspetti più specifici della biografia del Santo”.
“Il Precursore”, aggiungono, è “una produzione che si inserisce a pieno titolo nella serie di prodotti realizzati negli ultimi anni da Vatican Media e Officina della comunicazione e che risponde al desiderio di raggiungere un pubblico ampio desideroso di confrontarsi con temi dal forte impatto culturale”. Un approccio ,dunque, che si ritrova nelle opere realizzate dalla casa di produzione bergamasca insieme al comparto audiovisivo della Santa Sede, tra cui la serie di dieci documentari “Divina bellezza. Alla scoperta dell’arte sacra in Italia”, il film “Custodire e proteggere. La Gendarmeria Vaticana” nonché il documentario di respiro storico-educational “In trincea. Piccole storie della Grande Guerra”, che racconta il valore dei cappellani militari durante la Prima guerra mondiale nell’ambito di un progetto con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Il territorio marchigiano scelto come cornice narrativa
Per il docu-film su san Giovanni Battista la produzione ha scelto la Regione Marche come cornice narrativa ideale. “Le Marche hanno offerto location di grande livello, adatte a ricreare la magia della narrazione”, osservano Salvi e Sola. “Le riprese si svolgeranno fino all’11 luglio tra Ancona, Loreto, Macerata e Cingoli. Tutti territori accessibili anche grazie al supporto della Fondazione Marche Cultura-Film Commission. In questi luoghi si respira il fascino di una cultura lontana, ma non per questo meno attuale”.

Il Papa insiste sull’accoglienza: ecco la Messa per i migranti

da Il Giornale (Giuseppe Aloisi) – Papa Francesco celebrerà una Messa per i migranti. La notizia è arrivata poco fa dalla sala stampa della Santa Sede.
Il tutto è previsto per il prossimo 6 luglio.
“Il Santo Padre Francesco – si legge nella dichiarazione di Greg Burke – celebrerà una Messa per i Migranti, all’Altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro. La Messa coincide con il quinto anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa”. In questi giorni così centrati sulla discussione politica riguardante la gestione dei fenomeni migratori, l’iniziativa del Vaticano suona come l’ennesimo richiamo alle istituzioni.
Nel corso di questa settimana sono stati molti i presuli a ribadire la posizione ufficiale della Chiesa cattolica: i porti, per la maggior parte ecclesiastici, devono rimanere aperti. Proprio ieri, è stata data la notizia di una lettera inoltrata dal vescovo emerito di Ivrea al presidente Conte. Una missiva aperta, tramite la quale monsignor Bettazzi si è detto “deluso” dalla “sordità” della maggior parte dei rappresentanti dell’Ue in materia d’accoglienza. Bergoglio, intanto, non andrà in vacanza nella residenza vaticana di Castelgandolfo. Il pontefice argentino rimarrà a Roma. Una novità, quella del periodo estivo trascorso presso Santa Marta, che è stata introdotta dallo stesso ex arcivescovo di Buenos Aires. Le udienze generali del mercoledì, poi, saranno sospese fino all’arrivo del mese di settembre.
Il Papa, come i lettori avranno appurato in questi cinque anni di pontificato, ha fatto dell’accoglienza dei migranti un’argomentazione centrale della sua pastorale. Gli appelli fatti alla politica in merito a questo tema non si contano più. Qualche vescovo, a dire il vero, sembra pensarla in modo diverso. Come il presule kirghiso Athanasius Schneider, che in un’intervista rilasciataci, ha dichiarato che “Il fenomeno della cosiddetta ‘immigrazione’ rappresenta un piano orchestrato e preparata da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”.
Ma Schneider fa parte della cosiddetta “opposizione”. L’ultima volta Bergoglio aveva invitato alla prudenza. La sensazione è che il prossimo 6 luglio il pontefice argentino possa richiamare anche il governo italiano all’umanitarismo e alla solidarietà.

Immigrazione. Il corto circuito per i cattolici tra le parole di Ravasi sull’accoglienza, le regole e i confini

da Barbadillo (Niccolò Mochi-Poltri) – Per chi si professa cattolico, ricevere con irritazione o addirittura rigettare con disdegno un ammonimento – peraltro espresso con sincera compunzione ed in tono umile – di un Principe della Chiesa quel’è il cardinale Gianfranco Ravasi, non è buon segno. Anzi, potrei addirittura dire che rivela un atteggiamento potenzialmente foriero di perniciose conseguenze. Non si diviene Principi della Chiesa attraverso elezioni democratiche a suffragio universale, bensì attraverso lo Spirito Santo che ispira il Pontefice nella scelta. Perciò, quando il 20 novembre 2010 Papa Benedetto XVI lo creò cardinale, la missione di Gianfranco Ravasi ricevette direttamente da Dio la sua legittimità. In questo senso dicevo che, per chi si professa cattolico, mettere in dubbio l’autorevolezza delle parole di un cardinale, rivela un atteggiamento di inquietudine spirituale quantomeno improprio per chi, più di altri, dovrebbe conoscere ed avere caro il concetto di “gerarchia”.
Il cardinale Ravasi, teologo e biblista di prim’ordine – ecco, non proprio uno che confeziona  proverbi per i biscotti della fortuna – a proposito dell’ormai famigerato caso della nave Aquarius, ha espresso un pensiero attraverso una citazione evangelica: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25, 43). Un pensiero di una chiarezza ed immediatezza etica assoluta. Ci sono delle persone che chiedono d’essere accolte? Ebbene, il precetto evangelico non lascia spazio ad intepretazioni o adattamenti: quelle persone vanno accolte, senza dubbi e senza temporeggiare.
Apriti cielo!  Quell’ammonizione ha attirato sul cardinale Ravasi tanti strali quasi avesse bestemmiato. Naturalmente non sorprendono quelli lanciati dai non credenti, che sulla questione Aquarius si trovavano in disaccordo con lui, sui quali mi riservo di non soffermarmi. Ad essere significativi sono stati piuttosto quelli lanciati da una parte degli stessi cattolici. Questa parte è la stessa che si inserisce in quella corrente critica invalsa dall’inizio del pontificato di Papa Francesco. In breve, secondo tale corrente l’attuale pontificato indugerebbe fin troppo in questioni sociali preoccupandosi poco di quelle strettamente spirituali, anzi, secondo alcuni addirittura traviserebbe o pervertirebbe queste ultime. Parole forti per dei credenti, che dalla bocca del Papa dovrebbero pendere e non desiderare vederlo pendere. Parole improprie, inoltre, perché pretendono di insegnare la dottrina a chi la custodisce e l’amministra. Parole pericolose, infine, perché rischiano di minare la fede verso la Chiesa, che è un’istituzione gerarchicamente strutturata, dove chi sta in basso, i credenti, dovrebbe ascoltare e farsi guidare da chi sta in alto, alle gerarchie ecclesiastiche, appunto.
Ora, il cardinale Ravasi, in quanto Principe della Chiesa, sta molto in alto. Quantomeno abbastanza perché i credenti si dispongano a prestare ascolto alle sue parole e tentino di comprenderne il senso. Il fatto che, invece, molti cristiani abbiano reagito alla sua ammonizione evangelica con tanta animosità, rivela una situazione estremamente complessa e problematica, che provo sinteticamente a spiegare. Anzitutto, il cardinale Ravasi non ha bestemmiato, citando il passo del Vangelo di Matteo. Nessuno bestemmia citando passi del Vangelo, se li intende recto sensu e il cardinale Ravasi ha citato quel passo per come quel passo dev’essere inteso: non dare ospitalità a chi la cerca è un peccato. Ritengo che nessun cristiano possa negare quest’evidenza etica, proprio come non potrebbe negare la raccomandazione di offrire cibo a chi ha fame ed acqua a chi ha sete, etc. (vedi Mt 25, 35). Chi non ritiene assolutamente valida quella raccomandazione evangelica, non può considerarsi davvero cristiano secondo coscienza. Che cos’altro si aspettava potesse dire un Principe della Chiesa a proposito della questione Aquarius? «Affondiamo quella barca e lasciamo alla deriva il suo carico di carne»?
Secondariamente, ho sentito molti cattolici ricorrere ad una sorta di giurisdizionalismo di maniera per tutelare le scelte politiche del governo dalla presunta ingerenza del prelato. Anche questo è un atteggiamento tipico di quella corrente critica che ho citato precedentemente. Ora, se un cattolico ritiene che un cardianale non abbia il diritto d’intervenire nelle questioni sociali, si sbaglia due volte: la prima, perché l’etica cristiana, religiosamente ispirata, ha una particolare pregnanza sociale, altrimenti sarebbe inconsistente e velleitaria teoria; la seconda, perché spesso cade nell’equivoco di contestare quando viene detto qualcosa che non gli sta bene e di approvare quando invece la condivide: ma questa possibilità non gli è concessa, in quanto alla sua libertà di coscienza ed al suo intelletto spetta di comprendere la Verità rivelata e la sua giustizia, non di stabilirla.
E questo ci conduce infine al terzo aspetto controverso. Pare che la maggior parte degli strali dei fedeli si abbattano sulla Chiesa come istituzione e non sulla religione cristiana. Ma per chi è cattolico, la Verità rivelata dalla religione è depositata nella Chiesa – la “sposa di Cristo” – intesa proprio come istituzione sacra e gerarchica. Perciò, se negare la validità assoluta del passo evangelico non fa cristiani, negare l’autorità della gerarchia ecclesiastica non fa manco fedeli. Né fedeli né cristiani, cioè liberi pensatori, senz’altro, ma sicuramente non cattolici. Tantopiù che non c’è niente di più nocivo per il Cristianesimo dell’atteggiamento di quanti si credono teologi e ritengono di poter interpretare correttamente la Bibbia per conto proprio, sottraendosi alla guida delle gerarchie ecclesiastiche ed arrivando addirittura a contestarle. Ed è curioso che un tentativo in questo senso sia storicamente stato fatto: si chiama Protestantesimo.
A questo punto del ragionamento, dovrebbe risultare evidente che essere cattolici non significa essere credenti fai-da-te, liberi pensatori – o, piucchealtro, opinionisti – che valutano a loro discrezione le questioni politiche e sociali. Essere cattolici significa prioritariamente essere fedeli ad un’istituzione, la Chiesa, che attraverso le sue gerarchie, cioè il Papa, i cardinali ed i vescovi, conduce i credenti attraverso le asperità del Secolo secondo un percorso di Verità illuminato da Dio. Fuor di metafora, significa che i fedeli non sono legittimati a valutare le questioni politiche e sociali a prescindere dalle raccomandazioni delle gerarchie ecclesiastiche. Altrimenti, il rischio che si profila è quello di un’anarchia valoriale che va a discapito anzitutto dei fedeli stessi, che si ritroverebbero spiritualmente smarriti. In questo senso, accogliere l’ammonizione evangelica del cardinale Ravasi non è solo doveroso, ma soprattutto spiritualmente benefico.
Messe in chiaro le premesse, vado diritto alla questione centrale. L’ammonizone evangelica del cardinale Ravasi, che richiama al dovere dell’accoglienza dello straniero, pone una seria questione di coscienza a chi, come me, da fedele cattolico-apostolico-romano ritiene grave la questione degli immigrati. È moralmente lecito per un cristiano cattolico considerare con sospetto ed inquietudine il fenomeno migatorio? Ecco, nelle prossime righe vorrei tentare di offrire una risposta a tale questione morale.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni, segnati dal passaggio di centinaia di migliaia di persone e, disgraziatamente, migliaia di morti, nel discorso pubblico si continua imperterriti a parlare di “emergenza” migratoria. Il ricorso a quella parola mi lascia stupito e mi suscita un po’ di perplessità. Generalmente, quando si parla di “emergenza”, “situazione emergenziale” e simili, si fa riferimento alle conseguenze di un problema imprevisto ed estemporaneo: il terremoto che ha colpito il centro-Italia un paio d’anni fa ha prodotto una situazione emergenziale; lo Tsunami che nel 2011 si abbatté sulle coste dell’Asia produsse una situazione emergenziale; il fenomeno migratorio, al contrario, essendo sistemico e non estemporaneo, non  dovrebbe produrre una situazione emergenziale. Se ciò accade, è perché gli Stati che ne vengono coinvolti non riescono ad escogitare una soluzione che sia altrettanto sistemica. I Paesi dell’Unione Europea, infatti, invece che trovare una soluzione che armonizzasse le reciproche difficoltà e possibilità – per dire, è ovvio che l’Italia si trovi in una situazione diversa rispetto alla Norvegia riguardo alla migrazione dall’Africa – hanno fondamentalmente tirato l’acqua al proprio mulino. Anzi, non soddisfatti di curare soprattutto i propri interessi particolari alla facciaccia dell’Europa, alcuni tra loro (Francia, in particolare) hanno anche pensato bene di aggravare la situazione, provocando, più o meno direttamente, la caduta di quei baluardi strategicamente fondamentali per prevenire l’esasperazione del fenomeno migratorio: un esempio su tutti, la caduta e la barbarica uccisione del colonnello Mu’ammar Gheddafi nel 2011, che ha traformato la Libia in una sorta di gigantesco campo di concentramento per i migranti verso l’Europa.
Nel frattempo l’Italia è stato il Paese che ha sistematizzato in maniera più coerente la sua politica migratoria, assumendo infatti la decisione di sistematizzare l’accoglienza. Mentre altri Paesi alzavano muri e collocavano l’esercito alle proprie frontiere, quasi a volersi chiudere ermeticamente al fenomeno, l’Italia ha fatto ciò per cui la sua collocazione geografica l’ha destinata:  ha fatto da ponte tra l’Africa e l’Europa. Tuttavia, mi rifiuto di credere che tale politica sia stata adottata soltanto per necessità geo-politiche. Al contrario, ritengo che il nostro Paese abbia seguito quanto la propria radicata e tradizionale coscienza cristiana gli suggeriva di fare, disponendosi di buon grado ad accogliere un numero spropositato di immigrati. Così facendo, l’Italia ha giustamente meritato il plauso della comunità internazionale, dimostrandosi ancora una volta faro di civiltà per le genti. In questo senso, l’ammonizione evangelica pronunciata dal cardinale Ravasi, più che come un rimprovero, suonava come un memorandum, come un invito a non lasciarsi sopraffare dalle pulsioni crudeli prodotte dall’esasperazione per come il fenomeno migratorio viene gestito. E qui casca l’asino.
Perché tanta acrimonia nei confronti degli immigrati? Perché tanta inofferenza verso quanti recuperano persone disposte evidentemente a morire, pur di trovare condizioni di vita migliori? Perché tanta indignazione ed intemperanza quando il Papa e, nel caso specifico, il cardinale Ravasi, richiamano ai doveri del buon cristiano? La risposta è difronte agli occhi di tutti: perché l’ospitalità è solo un aspetto della convivenza tra persone, non estingue certamente tutto l’insieme delle relazioni. Se ospitare chi è straniero, così come sfamare l’affamato, dissetare chi ha sete, etc. sono doveri prescritti dal Cristo per ogni credente, vero è che le persone possono anche modificare il proprio status. Se chi ha sete si disseta, non è più assetato; se chi ha fame si sfama, non è più affamato; se chi è forestiero viene ospitato, non è più straniero, bensì diventa qualcos’altro: qualcosa che si sottrae a questa raccomandazione evangelica. In altre parole, la casistica morale non è monolitica, perché le persone – che sono soggetti morali – non sono monoliti che stanno immobili a lasciarsi levigare dal vento: sono piuttosto creature dinamiche, che tendono a modificare la propria condizione.
Da questa constatazione vorrei ricavare gli elementi per risolvere la questione morale oggetto del mio ragionamento. I sentimenti ostili verso gli immigrati non nascono, come sostengono certi maîtres-à-penser progressisti, da un pregiudizio razziale né tantomeno dall’irritazione che quei viaggi della speranza provocano ai «cinici ed irresponsabili» cittadini italiani, cattolici compresi. Quei sentimenti ostili nascono, per così dire, sulla terraferma: è qui che gli immigrati modificano il proprio status. L’Italia, negli ultimi anni, ha accolto un numero esorbitante di immigrati, provenienti soprattutto dall’Africa, e lo ha fatto a prescindere dalle ragioni effettive per cui partivano. Che fossero migranti economici, oppure perseguitati politici o religiosi, oppure profughi di guerra, l’Italia si è comportata cristianamente, accogliendoli senza problemi. Potrei dire che nel momento dell’accoglienza, gli scrupoli giuridici sono stati sospesi, a tutto vantaggio dell’imperativo etico.
D’altronde, il diritto non può restare sospeso troppo a lungo, altrimenti ne deriverebbe una situazione di caos civile. Superato il momento critico rappresentato dal viaggio della speranza, l’immigrato viene inserito in un contesto civile in cui la sua dignità di persona non è più lesa. La loro permanenza nei centri di prima accoglienza, benché senz’altro possa migliorare, non mette infatti a rischio la loro incolumità – come a dire, chi ha fame, mangia, chi ha sete, beve. L’imperativo etico dell’accoglienza viene rispettato.
Una volta adempiuto questo dovere, la situazione generale si modifica e con essa lo statusdell’immigrato. Il sistema civile del Paese d’accoglienza, nel nostro caso l’Italia, perché possa conservarsi ha bisogno che la realtà sociale sia regolamentata, disciplinata, non abbandonata all’improvvisazione dei volenterosi. Nel loro eccesso di zelo, infatti, le molte realtà che si occupano degli immigrati tendono a comportarsi in maniera anarcoide, secondo  come loro ritengono corretto, ma che non necessariamente risulta adatto al sistema civile del Paese nel suo complesso. Tantopiù che, come in ogni altra situazione caotica, c’è inevitabilmente chi se ne approfitta, riuscendo a convertire un’attività sociale in una attività imprenditoriale: in altre parole, c’è chi specula sulla pelle degli immigrati. Infine, si pone anche un altro problema, stavolta inerente agli immigrati stessi. Sono molti e tendono a moltiplicarsi i casi di cronaca, locale e nazionale, che raccontano di immigrati alle volte còlti a spacciare, altre volte a rubare, stuprare, uccidere, e non occorre essere particolarmente perspicaci per vedere con i nostri occhi come molto spesso gli immigrati se ne stiano ad ingrassare nella più  assoluta indolenza. Tutto ciò comporta naturalmente – sarebbe innaturale il contrario – un’esacerbazione dei sentimenti dei loro ospitanti, che si sentono traditi nella loro generosità.
Ecco, in definitiva ritengo che non rendersi conto di questi problemi inerenti al fenomeno migratorio, oppure minimizzarli, non significa tanto essere buoni cristiani, ma ottusi cittadini. Il cristiano, infatti, è buono per vocazione e per dovere morale, ed infatti la sua presenza nella società la rende sostanzialmente un posto migliore. Ma le società umane si fondano e sono custodite da regolamenti, norme, criteri ancor prima che giuridici, pre-giuridici, che non possono essere infranti, a meno che non si desideri rovinare le società stesse. Ora, molti di quei regolamenti, norme e criteri pre-giuridici, almeno nei Paesi europei, sono di diretta ispirazione cristiana, perché la morale cristiana non è astratta e disincarnata, ma propedeutica proprio al vivere in società delle persone. Ergo, l’infrazione dell’ordine sociale attraverso iniziative – magari anche ispirate da buona volontà – guidate da criteri individualistici e asistematici, risulta essere non solo un errore civico che un buon cittadino non dovrebbe commettere, ma perfino un errore propriamente cristiano.Se infatti cristiano – e cattolico, in particolare – è il buon senso civile, diabolico è un certo fanatismo etico, tutto vòlto ad assecondare quel solipsismo morale tanto diffuso nelle società senza Dio, al quale fa da pendant non la virtù, bensì l’egoismo.

Dove si festeggia il solstizio d’estate?

da La Stampa – Oggi è il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, un evento che per molti popoli del mondo, dall’Europa alla Cina e ai nativi americani, è legato a riti ancestrali e festeggiamenti che hanno a che fare con i culti della fertilità. La celebrazione più famosa del solstizio d’estate è oggi quella che avviene a Stonehenge, in Inghilterra. Migliaia di persone, soprattutto di gruppi new age e neopagani, si radunano per vedere sorgere il sole tra le pietre del sito neolitico, che potrebbe aver avuto la funzione di osservatorio astronomico (benché la posizione dei monoliti non sia più, con ogni probabilità quella originaria). Lo stesso avviene nell’altro sito preistorico di Avebury, dove si trova un cerchio di pietre più antico di quello di Stonehenge e di cui pure non si conosce la reale funzione.

Iraq: la lenta rinascita della Piana di Ninive

da Vatican News (Luisa Urbani) – Nel 2014 la Piana di Ninive è caduta sotto il controllo dei miliziani jihadisti del sedicente Stato islamico. Violenze, conflitti, case distrutte. Una situazione che ha portato all’allontanamento di decine di migliaia di persone. Così nell’agosto del 2014 è iniziato l’esodo dei cristiani. Nell’estate del 2017, dopo tre anni dalla fuga dei cristiani, il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha annunciato che le truppe irachene avevano liberato Mosul, la più grande città irachena che era controllata dallo Stato Islamico.
L’Iraq, un Paese in ginocchio
L’Iraq del dopo Isis, però, è un Paese in ginocchio che deve ripartire da zero. A Ninive le macerie si stagliano per chilometri e chilometri: case, ponti, strade, ospedali, chiese. Poco è sopravvissuto alla furia del Califfato e ai mesi di combattimenti per strappare all’Is la roccaforte di Mosul e i villaggi cristiani della Piana.
La paura di tornare
Nonostante siano mesi che tutta la città di Mosul e l’intera pianura di Ninive sono state liberate dal dominio dei jihadisti, ancora molte città della Piana di Ninive sono quasi vuote perché molti cristiani hanno paura di tornare in quei luoghi. “Oltre 6.000 famiglie sono rientrare nei villaggi della Piana  – spiega nell’intervista mons. Basilio Yelda, vescovo ausiliare di Baghdad – però sono ancora molte le persone che hanno paura di rientrare nelle proprie abitazioni”.
Mancano servizi e strade
“La rinascita è lenta, c’è ancora molto da fare. È essenziale accelerare i lavori di ricostruzione. C’è ancora un clima di incertezza, non c’è sicurezza e soprattutto mancano scuole, ospedali, acqua ed elettricità. Oltre alle case bisogna ricostruire anche il tessuto sociale ed economico. Abbiamo bisogno – prosegue il vescovo ausiliare di Baghdad – di interventi di urbanistica e ristrutturazione. L’accesso a molti villaggi è bloccato per via della mancanza delle strade”.
Il lavoro, il sogno più grande
“Il desiderio più grande delle famiglie tornate nelle loro cittadine è il lavoro. Tutti vogliono lavorare per tornare ad avere una vita come prima. Bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro.  La mancanza di occupazione getta un’ombra sul futuro e sulla rinascita di tutta la zona. Ricostruzione e ripresa delle attività sono i fattori chiave per il rientro delle centinaia di migliaia di esuli”.
Il futuro è buio
“Non c’è un futuro chiaro per queste persone e questi villaggi. Qui, ogni giorno succede qualcosa che non permette di capire quale sarà il destino di questi villaggi. A quattro anni dall’ascesa dell’Is – prosegue mons. Basilio Yelda  – e a un anno dalla loro sconfitta militare, il futuro resta ancora incerto per noi. Abbiamo bisogno – dichiara – dell’intervento del Governo”.
L’importanza del cristianesimo in Medio Oriente
“Avere i cristiani nel Medio Oriente – spiega – è di fondamentale importanza perché anche loro hanno costruito la cultura di queste terre. L’importanza dei cristiani – prosegue – è emersa anche nel corso delle ultime elezioni politiche: tutti i partiti volevano avere almeno un membro cristiano. Questo perché le persone sono consapevoli che i cristiani sono persone buone e pacifiche”.
L’appello dell’ONU
Dello stesso avviso del vescovo ausiliare di Baghdad è anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, che, in occasione del colloquio avuto il 20 giugno con il Patriarca Kirill, Primate della Chiesa ortodossa russa, ha sottolineato come il cristianesimo sia “parte integrante” della cultura mediorientale e occorra “assicurare il ritorno dei cristiani e dei membri di altre minoranze religiose”, garantendo la stabilizzazione della situazione politica in Iraq.

“Chiesa esci dalla mediocrità, sii capace di piegarti su ogni uomo”

da Il Secolo XIX (Domenico Agasso jr) – Bisogna «vivere nel mondo, ma, guai a noi se diventassimo del mondo! Guai a una Chiesa che cercasse la propria ragion d’essere non nel mandato missionario di Cristo, ma nell’apprezzamento» mondano. È l’appello del cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, che lancia nella Messa celebrata oggi, 21 giugno 2018, nella basilica romana di S. Ignazio per la festa di san Luigi Gonzaga nell’anno giubilare aloisiano. Il Porporato auspica che l’Istituzione ecclesiastica esca «dalla mediocrità», sia «in uscita» come chiede papa Francesco, «verso l’alto, verso Dio», dunque capace di piegarsi «su ogni uomo».
Sul Santo odierno, «patrono della gioventù», Piacenza sottolinea che «rappresenta, ancora e sempre, una salutare provocazione per la nostra vita di cristiani, universalmente chiamati alla santità, per la missione della Chiesa e per una corretta impostazione del rapporto con il mondo».
Il Cardinale poi mette in guardia: «Se la fede cristiana è ridotta a un vago deismo, nel quale Dio non ha più i tratti unici di Gesù di Nazaret e nel quale Egli non è più l’Unico Salvatore universale, si è perso qualcosa di essenziale per il cristianesimo, si è perso il metodo della Divina Rivelazione».
E una riduzione «deistica non può che avere come conseguenza un asfissiante moralismo, che, senza Cristo, non ha né radici né orizzonte teleologico». Un moralismo che inevitabilmente diventa «fonte di continua frustrazione e, per conseguenza, perfino causa di allontanamento dalla fede». Per Piacenza «entrambe le riduzioni, deistica e moralistica, portano a un “cristianesimo terapeutico”, nel quale si è cristiani perché “fa bene; fa stare bene” in modo sentimentalistico e istintivo, quasi totalmente svincolato dal tema della verità e dalla adesione della ragione a essa».
Avverte il Penitenziere maggiore: «Se la nostra fede e la fede che proponiamo ai giovani si riducesse a un deismo moralistico-terapeutico, il cristianesimo perderebbe qualunque fascino, perché perderebbe l’unico centro catalizzatore dei nostri duemila anni di storia nel mondo: Gesù Cristo Salvatore!».
Quindi la Chiesa «in uscita, alla quale costantemente ci richiama Papa Francesco, non può non essere, anche e soprattutto, una Chiesa in uscita dalle pastoie del peccato, dalle ombre del compromesso, dai legami con quella mentalità mondana, che, di fatto, esclude Dio dalla realtà, riducendo la Chiesa stessa a una delle tante organizzazioni mondiali».
Invoca Mauro Piacenza: «Chiesa di Cristo, Chiesa di Roma, guardando ai tuoi grandi santi, esci dalla tua mediocrità, sii davvero Chiesa in uscita, in uscita verso l’alto, verso il tuo Signore e, perciò, capace di piegarti su ogni uomo e su ogni bisogno!».
Il Cardinale ricorda che «una tale capacità di elevazione, non risiede nello sforzo moralistico delle singole libertà personali, ma nell’intervento soprannaturale della Grazia, che suscita uomini nuovi, aperti all’azione dello Spirito Santo e, perciò, autentici riformatori».
Poi incoraggia e allo stesso tempo ammonisce: «Proprio in obbedienza al principio dell’Incarnazione, dobbiamo, come Chiesa, vivere nel mondo, essere nel mondo, ma, guai a noi se diventassimo del mondo! Guai a una Chiesa che cercasse la propria ragion d’essere e la propria legittimazione non nel mandato missionario di Cristo e nella propria soprannaturale istituzione, ma nell’apprezzamento e nella legittimazione del mondo». Se così fosse, «si ridurrebbe a esporsi a ogni possibile controllo del potere, che, di volta in volta, nei secoli, ha sempre tentato di manipolarla».
Piacenza osserva: «Abbiamo tempi, di fronte a noi, nei quali sarà sempre più necessario difendere la libertà religiosa, inclusiva della libertà di pensiero e madre di ogni altra libertà! Inquietanti sono, a tale proposito, le avvisaglie in tutto l’Occidente di una pertinace volontà di ridurre gli spazi di libertà degli uomini, in funzione dell’incontestato dominio di un pensiero unico, di fatto ateo, incapace di dare risposte e foriero di una antropologia menzognera».
Ecco che la figura di Luigi Gonzaga può diventare particolarmente preziosa: «Guardando anche alla forza con la quale questo giovane Santo ha lottato per la propria vocazione, combattendo la mentalità mondana prevalente intorno a lui e, perfino, la contrarietà del proprio padre, che vedeva in lui il futuro del marchesato, dobbiamo ancora e sempre educare i nostri giovani alla libertà». Ma alla libertà «autentica, che non è, né può essere, assenza di legami, né sudditanza al proprio ventre, obbedienza a ogni capriccio dell’istintività o della sensualità. Al contrario, la libertà che vediamo in San Luigi e alla quale, con serena determinazione, dobbiamo educare i nostri giovani, è quella che scaturisce dall’appartenenza a Cristo, dalla consapevolezza che ogni uomo nasce libero perché voluto, creato e amato da Dio».
Piacenza prevede che «la vera sfida, dei prossimi decenni, non sarà quella ecumenica, né quella, fondamentalmente del dialogo interculturale! La vera sfida sarà quella antropologica; sarà quella tra chi vuole costruire un mondo senza Dio, nel quale l’uomo diviene un oggetto, e chi invece riconosce Dio come Autore del cosmo e della storia e, credendo in Dio, riconosce e crede nell’indisponibilità dell’uomo!». Ancora: «La vera sfida sarà tra chi vuole farla finita con l’uomo e chi, invece, vorrà ancora essere fedele all’uomo, sapendo, però, che è semplicemente impossibile essere fedeli all’uomo se non si è fedeli a Dio e viceversa».

Il Papa negli Emirati: ‘non esiste violenza giustificata in nome di Dio’

da Tg La7 – E’ atterrato a Ginevra. Papa Francesco è in ‘viaggio verso l’unità’ dei cristiani ha detto ai giornalisti che lo accompagnano in questo suo ventitreesimo viaggio internazionale.
Un pellegrinaggio in Svizzera, terra neutrale,  per il Consiglio ecumenico in occasione dei 70 anni dell’organismo mondiale delle chiese anglicane, ortodosse, protestanti e vetero cattoliche (queste ultime si scisseroverso la fine del 1800 dalla chiesa cattolica romana in opposizione al concetto dell’infallibilità del Papa).
Un viaggio dunque ispirato come dice il pontefice a ‘desideri di unità’  in questo momento di grandi cambiamenti, in cui l’Europa rischia di sgretolarsi sulla questione migranti, e con lei il Cristianesimo.
Crepe  sul tema  infatti, stanno mostrandosi fra gli  stessi  cristiano democratici tedeschi, fra  i popolari europei  e  fra i cristiani dei paesi dell’est, tutti compatti, nel gruppo di Visegrad a sbarrare la strada ai migranti.
Non a caso le prime  parole del Papa  in apertura della preghiera ecumenica si riferiscono  alla questione migranti, che pure non sono stati direttamente nominati. I cristiani debbono camminare verso “una meta precisa: l’unità. La strada contraria, quella della divisione, porta a guerre e distruzioni” l’appello del pontefice che aggiunge: “Il Signore ci chiede unità; il mondo, dilaniato da troppe divisioni che colpiscono soprattutto i più deboli, invoca unità”.
E poi ancora: la sola alternativa al cristiano, dice Francesco, è l’egoismo. Oggi l’uomo mette a tacere le parole di Dio e allora il creato non ha più senso. E poi l’esortazione diretta ai cristiani: scegliere Dio prima di destra o sinistra “anche se al mondo appare come una scelta in perdita”.

PER QUANTO TEMPO ANCORA DOVREMO PORGERE L’ALTRA GUANCIA?

isisNuove foto sono emerse sui social media che mostrano i terroristi dello Stato Islamico durante esecuzioni orribili in conformità alla sharia, la legge islamica. Uno dei ‘giustiziati’ è, a quanto pare, un frate cristiano, anche se non vi è totale certezza. Sono relative alla notizia pubblicata da Vox della decapitazione di quattro uomini per blasfemia in Siria presso Homs. Le decapitazioni sono state effettuate in un piccolo villaggio siriano. Immagini che circolano da ieri mostrano la decapitazione dei quattro uomini accusati di blasfemia e  mostrano una folla di uomini e ragazzi guardare l’evento in una piazza aperta. Un combattente di ISIS declama i crimini delle vittime prima che le esecuzioni siano effettuate con una mannaia tra atroci sofferenze, data la difficoltà nell’eseguire la decapitazione con un colpo netto. Tutti e quattro gli uomini sono mostrati con le mani legate dietro la schiena e una sciarpa che copre i loro occhi. Accanto alle foto che mostrano i corpi decapitati a terra, un comunicato: “Coloro che infastidiscono Allah e il Suo Messaggero, Allah li ha maledetti in questo mondo e nell’altro, e ha preparato per loro un castigo umiliante”.

NUOVI VELENI IN VATICANO

Pell_GeorgeMarco Tosatti – Chi pensava che la stagione dei veleni, trionfalmente inaugurata da Vatileaks & C. con il suo contorno di monsignori frustati nelle ambizioni cardinalizie fosse terminata, forse era troppo ottimista. Assistiamo infatti a una nuova serie di attacchi e mormorii, giunti fino all’attenzione dei media, contro uno dei personaggi centrali – forse il più importante – della Riforma intrapresa dal Papa. Parliamo di George Pell, cardinale australiano, dal febbraio scorso primo prefetto della Segreteria per l’Economia, l’ente di nuova formazione che dovrà assorbire e coordinare le sparse membra economiche del Vaticano. Gli attacchi non riguardano, ovviamente, il suo lavoro attuale, anche se quelli toccati dalla riforma sostengono scherzosamente che è matto e che vuole fare tutto lui. (Ma qualcuno gli ha dato proprio questo incarico, o no?). Si rilanciano storie australiane, relative a come, a Sidney, ha cercato di stabilire norme generali per compensare le famiglie delle persone vittime di abusi da parte dei preti. Ma subito le notizie rimbalzate dall’Australia hanno trovato eco interessata in Vaticano. Anche perché il lavoro di Pell tocca interessi precisi, da un punto di vista di organizzazione vaticana. Il primo è rappresentato dalla Prefettura per gli Affari Economici, alla cui testa è il cardinale Giuseppe Versaldi, bertoniano doc. La Prefettura viene sostanzialmente vuotata di poteri e di significato esistenziale dalla Segreteria guidata da Pell. Il secondo ente “in sofferenza” è l’Amministrazione del Patrimonio per la Sede Apostolica, che si occupava della gestione della “dote” consegnata dalla Stato Italiano alla firma del Concordato nel 1929, a rimborso dell’esproprio a tappeto di proprietà e beni della Chiesa in tutta Italia; oltre a immobili e altri cespiti finanziari. Ne è a capo il cardinale Domenico Calcagno, uno dei fedelissimi dell’ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone. E poi c’è la Segreteria di Stato. Il nuovo organismo di cui è a capo George Pell deve assorbire due pezzi importanti della Segreteria di Stato: l’ufficio amministrativo, che dispone di un patrimonio ingentissimo, superiore, secondo alcune voci, a quello dello IOR, la Banca Vaticana; e l’ufficio del personale, che ha la gestione dei Nunzi e delle “ambasciate” del Pontefice in tutto il mondo. Ma ancora la struttura di Pell non ha ricevuto dalla Segreteria di Stato né l’uno né l’altro; il che autorizza a pensare che a dispetto della volontà del Papa, espressa nel suo “Motu Proprio” del febbraio scorso, siano in atto forti resistenze all’attuazione del piano di riforma. E gli avversari di Pell criticano anche l’arrivo a Roma di Danny Casey, un laico, esperto di finanze (ha messo a posto il bilancio della Conferenza Episcopale australiana, ed ha fatto quadrare quello della Giornata Mondiale della Gioventù di Sidney) chiamato da Pell da Sidney. La prossima ondata di tossicità riguarderà probabilmente lo stipendio di Casey (dicono sia di 16mila euro lordi al mese) e la sua abitazione. Che è situata in via dei Corridori, fra il Vaticano e Castel Sant’Angelo. Un appartamento di proprietà della Santa Sede, rimesso a posto con un costo non modesto. Ma gli amici del card. Bertone, ancora irritato per le polemiche di qualche mese fa sull’appartamento del cardinale, fanno rilevare che è molto grande, fra i 400 e i 500 metri quadrati (Casey ha famiglia). Insomma, la funzione di Pell dà fastidio a molti.

SULL’EUCARESTIA AI DIVORZIATI INIZIA IL CONFRONTO

Papa FrancescoVaticano – Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, dal 2012 alla guida dell’ex Sant’Uffizio, lo scorso luglio ha dato alle stampe un libro intervista contrario ad ogni apertura alla comunione per i divorziati risposati («La speranza della famiglia», edizioni Ares), e ora è il nome più in vista tra gli autori di un nuovo saggio collettivo intitolato «Permanere nella verità di Cristo» (già uscito negli Usa, edito in Italia da Cantagalli. A firmarlo con lui sono altri quattro porporati, Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna; quello di Milano Angelo Scola, Raymond Leo Burke, Prefetto della Segnatura apostolica, e gli emeriti Walter Brandmüller e Velasio De Paolis, ai quali si aggiungono l’arcivescovo Cyril Vasil’, segretario della Congregazione per le Chiese orientali, e altri esperti. Entrambi i volumi sono interamente dedicati al tema della partecipazione all’eucaristia per i divorziati che vivono una seconda unione, dichiarandola inammissibile. L’inedita operazione mediatica – che ora vede anche aggiungersi un libro in uscita del cardinale australiano George Pell, Ministro dell’Economia vaticano – è presentata come una risposta alle aperture ipotizzate nel febbraio di quest’anno dal cardinale tedesco Walter Kasper, al quale Francesco aveva affidato la relazione introduttiva del concistoro. Di fronte a tutti i cardinali, Kasper aveva parlato del tema della famiglia e nell’ultima parte del suo articolato intervento aveva ipotizzato – caso per caso, a determinate condizioni e dopo un percorso penitenziale – la possibilità di riammettere i divorziati risposati alla comunione. La relazione aveva suscitato molte reazioni tra i cardinali, e il giorno successivo, prendendo la parola, Francesco l’aveva valorizzata, dicendo di considerare quella di Kasper «teologia in ginocchio» e di avervi trovato «l’amore alla Chiesa». Nei mesi successivi interviste e interventi si sono moltiplicati. Le posizioni si sono polarizzate, il confronto e lo scontro si sono svolti sui media, com’era accaduto anche durante il Concilio Vaticano II. Francesco, che considera decisivo il messaggio della misericordia continua a invitare la Chiesa a uscire da se stessa per andare incontro agli uomini e alle donne nelle condizioni in cui vivono, ha voluto che sul tema della famiglia si celebrassero due Sinodi: il primo, straordinario, si terrà dal 5 al 19 ottobre di quest’anno. Il lavoro continuerà con il coinvolgimento delle Chiese locali e nell’ottobre 2015 un nuovo Sinodo, questa volta ordinario, concluderà le riflessioni.