(Pino Lorizio di Famiglia Cristiana) – Ha destato notevole scalpore la notizia diffusa dai media della vendita all’asta di un manoscritto di Albert Einstein contenente 54 pagine di appunti risalenti agli anni 1913-14. L’anno successivo il fisico di origine tedesca proporrà la teoria relativistica della gravitazione, che passerà alla storia col nome di relatività generale. Ciò che ha colpito i più, con l’enfasi data dai mezzi di comunicazione, è stato il prezzo di 11,6 milioni di euro, pagato per quei fogli, mentre si sottolineava che vi erano contenuti errori di calcolo, i quali tuttavia non hanno compromesso l’approdo alla teoria della relatività generale. Ma ci si può chiedere legittimamente: perché spendere tanto per degli errori? La vicenda insegna che il pensiero è sempre e comunque un errare, nel duplice senso del verbo: sbagliare e camminare errando. Insomma nella ricerca si procede a tentoni, ossia si va avanti per tentativi, cercando di imparare dagli errori compiuti. Einstein aveva sperimentato sulla sua pelle il fallimento, quando era stato bocciato nel 1895 nell’esame di ammissione al politecnico di Zurigo. Il genio non si è fermato a causa degli errori e delle imperfezioni, ma è andato oltre, affrontandoli e superandoli.
La ricerca e la scienza procedono per tentativi e molto spesso devono attraversare e affrontare dei fallimenti e mettere in conto degli errori per poter acquisire dei risultati. Chi pretende che scienze, come la medicina, siano infallibili o attende che lo siano, per esempio per potersi vaccinare, è decisamente fuori strada. Il grande matematico Kurt Gödel, quando seppe che il logico Abraham Robinson era colpito da una malattia terminale, gli scrisse che la sua opinione, “non ortodossa”, concerneva il fatto che nessuna diagnosi medica può essere certa al cento per cento. Come, diremmo noi, nessun farmaco e nessun vaccino può evitare il rischio del contagio al cento per cento. Mai come in questa contingenza può risultare più significativa la lezione di Ulrich Beck sulla “società del rischio”, che non è la catastrofe, ma ciò che da essa ci separa, anche allontanandola.
Ma questo procedere a tentoni o per tentativi riguarda anche la ricerca di Dio, sia da parte dell’uomo, sia da parte di Dio stesso (genitivo oggettivo e soggettivo). Il primo caso viene mirabilmente espresso nel cap. 17 del libro degli Atti degli Apostoli, allorché Luca ci racconta che Paolo rivolgendosi ai membri dell’Areopago ateniese, ebbe a dire: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tentoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi». Le filosofie e le religioni altro non sono che tentativi umani, e per questo, fallibili di ricerca dell’Assoluto.
D’altra parte anche il Dio biblico procede per tentativi nella sua ricerca dell’uomo: quante alleanze infrante! Quanti fallimenti! Quante occasioni perdute! Finché non decide di mandare il suo Figlio, ovvero di assumere su di sé i nostri fallimenti, i nostri errori, le nostre fragilità, che sulla croce vengono redenti. Ogni umana presunzione di infallibilità viene così sconfitta, insieme alla morte.

 

Ed ecco che ci vengono incontro i versi di Georg Trakl a proposito dell’errare: “Una sera d’inverno”:

«Quando la neve cade alla finestra,
a lungo risuona la campana della sera.
Per molti la tavola è pronta
e la casa tutta è in ordine.

Alcuni nel loro errare
giungono alla porta per oscuri sentieri.
Aureo fiorisce l’albero delle grazie
dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante,
il dolore ha pietrificato la soglia.
Là risplende in pura luce
sopra la tavola pane e vino».

L’errare e l’errore sono dunque la via per giungere alla mensa attraverso il dolore. Condividiamo quindi questo erra(o)re con quanti cercano rimedi ai nostri mali e nella politica compiono scelte, sempre fallibili e perfettibili, ma, come speriamo e vogliamo credere, ispirate dal bene comune.