(Lorenzo Prezzi di Settimana News) – “È davanti a noi un fenomeno che non è stato abbastanza analizzato: l’istituto “parrocchia” rischia di sparire! Rischia di scomparire proprio quella che, per secoli, è stato il modello e il pilastro del cristianesimo”.
L’allarme di don Gigi Maistrello trova molti riscontri nei parroci.
I preti, spesso tentati dalla dimissione, si guardano attorno e trovano i parrocchiani, certo generosi, ma ugualmente inquieti. Che direzione dobbiamo prendere? Quali riforme proporre e perseguire? Possiamo ancora salvare la parrocchia o è più onesto constatarne la rapida consunzione?
Papa Francesco non è di questo parere. Nel suo documento di riferimento (Evangelii gaudium) scrive: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione” (n. 27).
E nel numero successivo aggiunge: “La parrocchia non è una struttura caduca, proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”.
Nel volume Gente di poca fede (Il Mulino 2020), Franco Garelli annota: “La maggioranza degli italiani (56%) continua ad apprezzare il ruolo della parrocchia nei diversi territori, ritenendo che essa svolga un ruolo sociale di rilievo, che favorisce tutto il contesto. Tuttavia, è ormai consistente la quota di popolazione che la ritiene una presenza non vitale per il territorio (35% dei casi) per cui se ne potrebbe far a meno senza particolari conseguenze “ambientali”: o che sospende il suo giudizio al riguardo, non cogliendo la rilevanza della questione (9%)”.
“Questo scenario contrastato differisce di molto da quello emerso alcuni anni or sono, al momento delle precedenti indagini circa la rilevanza della parrocchia nei singoli territori. A metà degli anni Novanta del secolo scorso la centralità di questa struttura per il territorio circostante era riconosciuta dal 77% della popolazione, dieci anni or sono dal 65% dei casi, mentre oggi – come si è detto – dal 56%. Sempre più persone dunque, rispetto al recente passato, nutrono dubbi circa l’indispensabilità del ruolo della parrocchia sul territorio” (p. 130).

Esperienze nel postconcilio italiano
La discussione e la predizione sul tramonto della parrocchia non sono nuove. Anche considerando solo i decenni che datano dalla fine del Vaticano II (1965), si incrociano tre tentativi di ridimensionare o superare la parrocchia.
Il primo è legato ai cosiddetti “gruppi spontanei” sorti numerosissimi dopo l’appello conciliare all’aggiornamento. Erano spesso gruppi di giovani che perseguivano il rinnovamento ecclesiale sia nelle liturgia (la “messa dei giovani”), come nella responsabilità sociale (spinti dal movimento del ’68) e nella corresponsabilità riguardo alla gestione della parrocchia contro la concentrazione del potere nel prete. Capitava che fosse il prete stesso ad avviare il processo. La corrente anti-istituzionale che permeava il clima sociale contribuiva a riconoscere nei gruppi la convinzione di poter dismettere il modello parrocchiale a favore di strutture più leggere, più condivise e più democratiche e partecipate.
Un secondo tentativo è stato perseguito, più o meno consapevolmente, dai movimenti ecclesiali: Focolari, Comunione e Liberazione, Cursillos, Rinnovamento nello Spirito, Neocatecumenali ecc. La rinnovata domanda di spiritualità, la richiesta di un tessuto relazionale partecipe e caldo, la forza della testimonianza diretta, il fascino di leadership carismatiche e l’affermazione identitaria hanno alimentato la tumultuosa crescita di esperienze collettive di fede.
Molto meno interessati al tema istituzionale, per i movimenti la parrocchia non era “un nemico”. Era piuttosto un luogo in cui trovare adepti e consensi, soprattutto quando il presbitero fosse un simpatizzante o un membro. In questo caso, più che di opposizione si può parlare di svuotamento dall’interno. Una sovrastruttura caduca lasciava spazio a comunità che ne potevano usare gli strumenti, ma il cui cuore era altrove. Le comunità neocatecumenali rappresentano il caso più caratteristico. Esse si definiscono in base alle parrocchie, ma ne trasformano il sistema.
Semplificando, si potrebbe dire in termini sociologici: dalla Chiesa alla setta. Il sistematico sforzo di “entrismo” nella struttura ecclesiastica e nella gerarchia, combinato con l’ampio e cordiale riconoscimento che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno loro accordato, hanno facilitato il cammino, anche se nell’arco di pochi decenni i processi istituzionali, la prosecuzione della secolarizzazione dei costumi e il cambiamento delle domande spirituali hanno limato e modificato, almeno in parte, il loro percorso.

Opzione monastica
Nei decenni più recenti ha preso spazio una deriva meno riconoscibile, ma non meno caratteristica. Si potrebbe indicare – ed è il terzo tentativo – come “l’opzione monastica”, la convinzione, cioè, che la vita cristiana abbia bisogno di essere alimentata da fonti non necessariamente prossime in termini territoriali, ma di alta qualità spirituale o, nel caso dei pellegrinaggi, di forte impatto emotivo.
La condizione minoritaria del cattolicesimo sempre più evidente, la dispersione delle suggestioni culturali, la consunzione dell’ethos collettivo propiziano un percorso dentro e fuori le appartenenze. In merito c’è anche una declinazione sul versante non dei liberali, ma dei tradizionalisti. È quella chiamata “opzione Benedetto”. Il riferimento è al libro di Rod Dreher (L’opzione Benedetto: una strategia dei credenti in una nazione post-cristiana).
È necessario puntare su un cristianesimo contro-culturale per evitare lo svuotamento spirituale e sociale dell’Occidente. Non si tratta di demonizzare l’attuale situazione, né di perseguire un quietismo personale, una devozione al riparo dai tempi, ma di favorire tutti gli elementi della vita comunitaria. Il pericolo maggiore non è quello dell’islam radicale o della sinistra politica, ma del secolarismo liberale che conduce a un declino di civiltà.
Vanno anche segnalati in questi decenni post-conciliari i tentativi che camminano in senso contrario, nello sforzo di rianimare e rinnovare la parrocchia. Al di là dei nomi (comunità ecclesiali di base, cellule di comunità ecc.), essi si caratterizzano per dare anima e vitalità all’insieme attraverso gruppi minori e diversificati, più adatti alla comunicazione della fede.

Tracce
Dopo la ventata evangelica del magistero di Francesco, è arrivato per tutti nel 2020 il Covid-19, la pandemia che ha ridisegnato a livello mondiale le forme del vivere.
La vita religiosa ne è stata segnata con il blocco totale o parziale della celebrazione eucaristica e, in generale, dei sacramenti, a partire dall’unzione degli infermi resa impossibile dalle norme sanitarie.
Da qui è utile ripartire anche nella riflessione sulla parrocchia: cosa sta succedendo nel dopo-Covid; qual è il contesto europeo sulle parrocchie; quali sono le ipotesi percorribili.
Le mie riflessioni sono debitrici in particolare a tre testi: I. Seghedoni e F. Rinaldi, “Ciò che lo Spirito dice alle parrocchie”, E. Biemmi, “La parrocchia: solida, liquida o…processuale”; F. Garelli, Relazione all’assemblea diocesana di Torino, 28 maggio 2021. I primi due sono apparsi su Settimananews. Il terzo non è ancora pubblico. Tutti hanno una caratteristica: nascono dalle relazioni delle parrocchie e degli uffici, dalle testimonianze e dai racconti di parroci e fedeli. Raccolgono un sentire condiviso, incerto e interrogante dal vivo dei fedeli.
Cos’è successo e cosa sta succedendo nelle comunità parrocchiali con la pandemia? Anzitutto un forte calo della partecipazione alle messe e ai riti. Anche la ripresa delle celebrazioni, regolate dalle disposizioni circa il distanziamento, la sanificazione e le mascherine, registra l’assenza di tre componenti di rilievo; «anzitutto di una quota consistente degli anziani (che ancora non si fidano); in secondo luogo, dei bambini e dei ragazzi (perché il legame col catechismo che li portava in chiesa alla domenica, per molti è venuto meno) e, inoltre, una forte selezione nel caso degli adulti. Chi partecipava per lo più formalmente, solo per firma potremmo dire, oggi non frequenta più» (Garelli).
Il calo è quantificato fra il 20 e il 40%. I più ottimisti ritengono che sia in atto un recupero. In realtà, sembra che là dove c’è più vita e forza propositiva ci sia una risposta significativa. Dove invece non vi è stato lo sforzo di innovare e cercare vie per dei contatti diretti, la situazione non sembra migliorare. Né relativamente alla partecipazione, né per i rapporti con il territorio. D’improvviso è apparso per molti plausibile che intere generazioni scompaiano dalle comunità e che la parrocchia diventi insignificante sul territorio.

Dentro la pandemia
Nella sensibilità diffusa la pandemia è stata vissuta o nella forma del blocco o in quella del momento propizio, della paralisi o della ricerca, dell’attesa o della sperimentazione, di un tempo di assenza o di un momento di grazia. Con ricadute conseguenti nell’ambito della preghiera e della formazione, nella riscoperta delle relazioni, nella fraternità sacerdotale e, più in generale, nelle domande di senso.
Il confinamento ha reso evidenti alcuni processi di lunga durata come il calo delle presenze ai culti, ma anche la percezione di una testimonianza evangelica più riconoscibile e di un protagonismo dello Spirito al di là delle fragilità.
Nell’ambito liturgico vi sono alcuni possibili guadagni. Anzitutto il riconoscimento del protagonismo delle famiglie. Papà e mamma sono diventati celebranti come nel caso della lavanda dei piedi nel giovedì santo. I nonni hanno raccontato della loro fede. La famiglia, seppure in forme ancora iniziali e numericamente relative, si è assunta il compito della celebrazione e della testimonianza.
In secondo luogo, la pluralità delle forme celebrative. Non c’è solo la messa, ma anche la lectio, il rosario, la lettura spirituale, la meditazione personale, la liturgia delle ore. Una comunità può vivere momenti liturgici anche senza la presenza del prete.
Le nuove forme della comunicazione (web, radio, social…) hanno permesso di rimanere in comunicazione. Strumenti informativi che possono proseguire il loro servizio per quanto riguarda le riunioni, alcuni momenti formativi, una comunicazione più ampia e bi-direzionale.
Infine, è pesata a tutti l’assenza fisica della comunità. Il che significa, ora che è possibile, saper apprezzare l’animazione del canto piuttosto che la cura degli ambienti e la preparazione dei riti. Quanti alla porta della chiesa hanno assegnato i posti sono diventati facilmente il segno dell’accoglienza della comunità. C’è un altro elemento importante, la celebrazione comunitaria della penitenza con assoluzione generale. Ci tornerò sopra.
Possibili novità non mancano anche per la catechesi e la carità. Appare sempre più evidente l’insufficienza di una trasmissione di contenuti nella forma scolastica e, all’opposto, il necessario protagonismo dei genitori (o dei nonni). Per molti è stata positiva la celebrazione della prima comunione a piccolo gruppi per il tono più sobrio, più comunitario e più condiviso.
L’attenzione al primo annuncio, all’essenzializzazione del messaggio evangelico è tornata al centro sia nella catechesi dei bambini come in quella degli adulti.
La carità è stato l’ambito che più ha funzionato anche nelle strettoie della pandemia. La solidarietà non è venuta meno. La distribuzione dei pacchi viveri è stata assicurata dai giovani. Il legame con le strutture pubbliche ha permesso interventi mirati e tempestivi.

Riforma e vita di fede
Il principio parrocchiale ha genialmente interpretato l’universale accessibilità del Vangelo, con l’unica condizione di vivere nel territorio e con il compito di offrire tutto il Vangelo per tutti. Ha attraversato i secoli. La sua resilienza è messa alla prova nella post-modernità e – come abbiamo visto – i suoi limiti datano ben prima della pandemia. Una percezione condivisa riguarda la sostanziale continuità e dipendenza delle nostre parrocchie dal modello tridentino: un papa, un parroco, un territorio. I decenni post-conciliari non hanno intaccato in maniera significativa quella struttura, a parte il nuovo rilievo assunto dal vescovo.
Persino il passaggio dalla parrocchia all’unità pastorale, avvenuta in moltissime diocesi in particolare nel Nord Italia, nascendo dalla necessità di assicurare un prete, non ha modificato l’insieme. Né in positivo, né in negativo. Nel senso che si registrano ottime unità pastorali e parrocchie, come anche quelle scadenti.
Altra condizione condivisa: “Nel ripensamento della parrocchia quello che è in gioco non è solamente e tanto un rimodellamento istituzionale, ma una vera riforma interiore della Chiesa, di cui non conosciamo ancora tutte le conseguenze. Nella relazione costitutiva tra strutture e figure di Chiesa, la conversione delle strutture è condizione per una riforma di Chiesa” (E. Biemmi).
Altre convinzioni condivise sono: la necessità di tornare all’essenziale, al kerigma (cosa va assolutamente salvato e in quali forme esprimerlo); la Chiesa non è legata alle sue strutture perché la sua missione le supera e le anticipa (ciò che importa è che il popolo di Dio possa riunirsi, praticare la fede e partecipare alla vita civile di tutti); le coordinate che orientano lo sviluppo missionario della parrocchia sono la comune responsabilità di annuncio del Vangelo per salvare la fede di chiunque o la fede elementare della vita come benedizione (Theobald), assicurando contestualmente ai frequentanti l’accesso alla Parola, alla celebrazione e alla vita fraterna; la seconda coordinata è il suo ruolo sociale, la solidarietà ai poveri e agli esclusi rendendo prossima la signoria di Dio.

La confessione
A questo sembrano convergere le domande che emergono dalle comunità: l’esigenza di camminare assieme, la valorizzazione dei ministeri non ordinati, un ruolo maggiore ai diaconi e l’assunzione positiva delle competenze laicali.
Ben oltre i confini dei frequentanti vi sono uomini e donne di matrice cattolica, attivi nelle professioni, nelle aziende, nelle istituzioni, nella sanità, nella scuola che vivono da isolati il loro esercizio di laicità e che amerebbero un confronto sui temi educativi, della bioetica, dell’economia sostenibile… Quel “laicato sfuso” sempre meno interessato ad appartenenze formali.
Come un lampo che ha attraversato e interessato frequentanti e no è stata la celebrazione del perdono comunitario con l’assoluzione generale durante la pandemia. Mentre tutti i sacramenti erano sospesi (dalla cresima all’unzione degli infermi) e poco praticati (eucaristia), la confessione comunitaria ha riempito le chiese.
Pur interessando solo alcune aree del paese (Piemonte, Triveneto, Toscana) là dove è stata celebrata ha avuto un impatto che ha sorpreso i parroci. Il sacramento generalmente meno praticato è stato in grado di interpretare una corda profonda delle coscienze. Il fatto suggerisce di uscire dalla pigrizia dei pregiudizi ancora diffusi nelle curie e nei vescovi per capire i segni dello Spirito e mettere in atto ciò che il rito già prevede nelle sue tre forme celebrative (quella personale, quella comunitaria con assoluzione personale e quella collettiva con assoluzione generale).

Europa del Nord: comunità di ambiente
La parrocchia a livello universale è disciplinata dal Codice di diritto canonico ai canoni 515-552. La sua realtà concreta è diversissima. Non casualmente in America Latina sono nate le comunità di base e in Africa hanno preso vigore alcuni servizi ministeriali come il catechista. Anche l’Europa centrale avrebbe avuto nelle comunità clandestine degli stimoli interessanti in ordine alla pastorale, se la questione del ministero (vescovi ordinati senza diretta indicazione di Roma, preti sposati e preti donna) non avesse oscurato il tutto.
Ci interessa più direttamente l’Europa occidentale. Nelle aree francofone (Belgio, Lussemburgo, Francia) si parla da tempo di «fine della civiltà parrocchiale» e di “ex culturazione” del cristianesimo. Questo non significa per sé la fine della parrocchia, ma il drastico mutamento della sua iscrizione sociale e territoriale, tipica della cristianità.
Sempre più simile anche il mondo di lingua tedesca (Olanda, Germania, Austria). Per molti è finita la Chiesa di popolo. È un puro ricordo la disposizione dell’imperatore austriaco che due secoli fa stabilì la presenza di una chiesa parrocchiale raggiungibile a piedi in meno di un’ora.
Situazione non molto diversa in alcune aree come la Cechia e l’Ungheria segnate da una forte secolarizzazione, diversamente da Polonia e Slovacchia.
Nel mondo latino il Portogallo è più vicino a noi, mentre la Spagna conosce una aggressiva corrente laicista.
Per molti cristiani europei l’esperienza della parrocchia è già cambiata. I segnali si moltiplicano. Sono nate e operano nelle città del Nord Europa le cosiddette Citykirchen, chiese destinate a gruppi specifici di fedeli.
Possono essere i giovani, con musiche e letture per loro, i professionisti che, nella pausa pranzo, trovano utile un momento di preghiera, gli artisti che sviluppano performance o mostre legate alla loro ricerca. Fino ai turisti che frequentano con curiosità gli edifici sacri o l’iniziativa di raccogliere pubblici non consueti nella “notte delle chiese” in cui si mette a disposizione lo spazio sacro per spettacoli musicali o momenti meditativi.
Si è molto sviluppata la discussione sulla governance della parrocchia, in parte risolta con professionalità ecclesiali come in Germania (referenti, dipendenti caritas ecc.,) in parte con proposte come quella di Benoit Pigè apparsa su Etudes di febbraio 2021. Si può ipotizzare una nuova forma di governo della parrocchia non a partire dal ruolo e dalla figura del parroco (sempre più raro), ma dalla comunità stessa, dalle sue esigenze e dalle sue potenzialità.
Non si tratta di mettere in questione la figura del prete in ordine ai contenuti della fede, all’amministrazione dei sacramenti e, in particolare, a rendere visibile il legame col vescovo e la Chiesa universale. Ma piuttosto di legare il governo della comunità non all’idea del corpo mistico, ma al reale funzionamento delle stesse. “Ogni comunità capace di generare al suo interno figure considerate indispensabili per il funzionamento di una équipe di animazione pastorale può essere costituita in parrocchia” (p. 87). La sfida non è quella di moltiplicare i preti che non ci sono ma di sollecitare i credenti a impegnarsi per la vita delle loro comunità.

Parrocchia liquida
E Biemmi cita la suggestione della “parrocchia liquida” rispetto a quella “solida” della nostra tradizione richiamando un testo di Arnaud Jont-Lambert (pubblicato in Italia dalla Rivista del clero italiano nel n. 3 del 2015).
Le tre dimensioni che la caratterizzano sono:

  • accompagnamento delle fasi della vita (battesimo, cresima, matrimoni, funerali) attribuito alle parrocchie tradizionali o solide;
  • la pastorale degli eventi, legate ai carismi e alla creatività (come le Citykirchen);
  • la cura della dimensione spirituale e mistica con proposte di preghiera e di solitudine. Una sperimentazione similare la troviamo nel mondo protestante anglosassone in cui si parla di misted economy per indicare l’insieme di forme di Chiese non strutturate e creative e, per questo, missionarie.

In parte, una simile tendenza è attiva anche da noi. Essa “affascina soprattutto le ultime generazioni di preti, molte dei quali non provengono più dalle parrocchie, ma per esempio da momenti forti come le Giornate mondiali della gioventù, o da esperienze spirituali dei movimenti, o da un viaggio a Medjugorje, o dalla partecipazione alla proposta dei 10 comandamenti.
Quindi, da eventi puntuali, da una di queste forme definite “chiese emergenti”. È una proposta che attira, perché libera dalla gestione delle strutture parrocchiali, implica fortemente, permette al prete di avere la sensazione di vivere veramente il proprio ministero spirituale, di esercitare una leadership spirituale, ha un effetto missionario visibile e gratificante” (Biemmi).

Stabilità processionale
Ma, abbandonare il solco della tradizione non è esente da possibili e gravi perdite. Come ha fatto notare il sociologo Jean-Marie Dongani, il modello di Chiesa come “servizio pubblico religioso» ha il notevole vantaggio di unire persone di diverse condizioni sociali, con pluralità di culture e appartenenze, di essere cioè Chiesa e non setta, onorando con coerenza la dimensione cattolica della Chiesa.
Consente la partecipazione di tutti nella differente varietà di implicazione, formando una aggregazione molto larga e stabile. Più che il principio intensivo (pochi eletti), funziona quello estensivo. Destinata a ogni passante in ricerca, si interessa a tutti senza emettere giudizi anticipati sulla qualità del loro desiderio di Dio. “Non è certo per il fatto che la parrocchia è stata storicamente concepita all’interno del quadro di una logica di appartenenza (quella propria del modello tridentino) che essa è incapace di onorare un’altra logica”.
Vincenzo Rosito ipotizza una “stabilità processionale” della parrocchia: una comunità in cammino, alla sequela di Gesù, prossima alla gente. Capace di una pastorale in movimento (come la processione) “che faccia della processualità l’orientamento, lo stile e il metodo delle pratiche credenti». «La parrocchia non può limitarsi a diventare più liquida per incontrare le richieste di chi scorre nei flussi del pendolarismo umano. Essa conserva una qualità da riscoprire e valorizzare: l’ambivalenza”.
È insieme comunità di residenza e di cammino, stabile e accogliente, ma anche capace di spostare la propria tenda, in prossimità della gente di qualunque livello di fede.

Eppur si muove
Se si esclude un semplice ritorno al passato non essendoci più le condizioni per poterlo onorare, la possibile scelta si pone fra una parrocchia liquida e una parrocchia processuale, che richiama e rinnova il tema della chiesa missionaria. Il nostro contesto non è quello del Nord Europa o del Nord America. Da noi è possibile scegliere una parrocchia processuale e missionaria. È un passaggio importante della relazione di Biemmi rivolto al contesto del Triveneto. Facilmente estendibile all’intero paese.
Si può scommettere “sul fatto che il binomio parrocchia-missione non sia un ossimoro. Scommettere sulla possibilità che la parrocchia possa essere questo spazio stabile e in cammino dietro al Signore che renda possibile sperimentare la prossimità di Dio per tutti i livelli di fede, tutte le culture, tutte le storie di vita delle persone, a servizio della fede elementare (Theobald) e, quando possibile, della fede discepolare.
Certo, questo richiede alla parrocchia di non essere gelosa di altre forme di accesso alla fede, di lasciarsi da esse interrogare, di ospitarle, sapendo che, alla fine, tutte le forme di accesso alla fede hanno necessità di strutturarsi, devono trovare un approdo sufficientemente stabile e ordinario, hanno bisogno di un riferimento non esclusivo, di un luogo che dica la cattolicità della Chiesa e dove l’eucaristia celebri e educhi a questa cattolicità”.
Non è una scommessa sul vuoto. Essa implica un ascolto attento delle comunità, una sedimentazione e una criteriologia dei loro racconti. Non una scelta ideologica, ma un orientamento aderente al reale sentire del popolo di Dio.
Il cammino non sarà privo di sorprese. In ogni caso – come scrivono Seghedoni e Rinaldi –, ci sono cinque snodi da sciogliere:

  • da un’identità parrocchia già data verso la quale si cerca di omologare i singoli a un’identità pensata nella relazione con l’altro;
  • dalle attività guidate da criteri estrinseci al primato della testimonianza evangelica;
  • da una leadership accentrata a una leadership partecipata;
  • dall’efficientismo come stile alla riconciliazione come processo;
  • dalla chiusura nel presente all’orientamento verso il futuro.

La parrocchia “è comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bene per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione” (Evangelii gaudium, n. 28).