Category: Cultura e religione

Sacra Neapolis, in mostra la Napoli tra paganesimo e cristianesimo

da espressonapoletano.it – Quante volte avremo letto sui libri di scuola che la Napoli cristiana è figlia di quella pagana? Quante, le volte in cui ci siamo meravigliati di come le chiese e gli edifici del centro storico, che frequentiamo ogni giorno, siano in gran parte sorti dalle rovine di preesistenze romane? Quello che pare un avvicendarsi naturale, tra romani e pagani e napoletani e cristiani, fu in realtà un processo nient’affatto scontato ed assai più lento. Nel calderone di esperienze religiose della Napoli tra l’età gentile e quella ‘definitivamente’ cristiana, molti furono i riti ed i culti, e la vittoria del cristianesimo fu tutt’altro che lineare.
E proprio a Napoli, dallo scorso dicembre, è aperta al pubblico la mostra Sacra Neapolis, che porta in esposizione una scelta di reperti archeologici del MANN, a testimonianza di quel coacervo religioso complesso e dinamico alla base del passaggio all’epoca cristiana, le radici della quale si sostanziano proprio qui. Mitraismo, culti misterici, paganesimo, piccoli culti privati e religioni ‘ufficiali’: tutto è miscelato in dosi di superstizione, fede, utilitaristico do ut des, speranza di salvezza dell’anima e puro omaggio formale. La sede anzitutto: la chiesa di Santa Maria Maggiore, già basilica Pomponiana della tarda età romana, collocata nel viadotto delle condutture greco-romane, è il più adatto contenitore in grado di ospitare il contenuto.
Tra i reperti spiccano una Nike proveniente dall’attuale Borgo Orefici così come una Iside (con sostanziali parti di restauro) in grado di esemplificare sia i culti delle divinità minori e squisitamente greche sia quelle invece maggiori (non più ‘deità’ ma dee) ed orientali, specificamente egiziane. Ovvio il richiamo della pannellistica alla scultura del fiume Nilo, che invece campeggia nell’omonima piazzetta, a significare il più antico ingresso delle fedi dell’est a Napoli. Splendida la stele rappresentante il dio Mitra, con dedica incisa in basso. Proprio questo culto, minormente conosciuto, fu il più simile a quello cristiano ed il suo più agguerrito rivale. A pochi passi dalla mostra, infatti, basta sporgersi alle spalle del Duomo per guardare i resti del Mitreo romano emerso dallo smantellamento di uno stabile bombardato nell’ultima guerra.
Poter osservare con calma i pezzi esposti, coglierne il rapporto territoriale e quello ancor più stretto con la sede ospitante significa trarre il giusto bagaglio esperienziale e conoscitivo, piuttosto che perdersi tra i ‘grandi magazzini’ delle mostre ciclopiche. Significa – soprattutto per il pubblico non specialista – scoprire che la religiosità napoletana voleva dire greca, egiziana, siriana, italica etc, senza che vi fossero frizioni teologiche ma che, anzi, spesso culti vicini finivano per influenzarsi reciprocamente sia sul piano di fede che su quello figurativo. Scopo secondario della mostra è quello di relazionarsi alle vicende geologiche, naturalistiche e fisiche di Napoli, come risultanti delle varie pratiche religiose antiche, di cui la S. Maria Maggiore è ancora una volta esemplare museo e viva permanenza storica fino al secondo dopoguerra.
Culti e misteri antichi infatti erano celebrati per lo più nel sottosuolo, lì dove sono esposti i reperti fiancheggiati dagli stessi banchi tufacei escavati nei secoli per estrarre la pietra gialla, oppure da ampie sporgenze di mura ellenistiche, ancora perfettamente visibili nella loro messa in posa, con uno straordinario (e un po’ nascosto) protendersi di un lacerto di mosaico romano, che dà l’idea della stratigrafia delle varie epoche e della persistenza in loco, però, della pratica religiosa. Risalto è dato anche ai luoghi di culto delle vicinanze, come il sito di Sant’Aniello a Caponapoli, da cui proviene un vero e proprio ‘deposito votivo’, o quello dell’attuale Piazza Nicola Amore, un tempo complesso dei Giochi Isolimpici, con un tempio eretto al ‘più giovane’ degli dèi romani: l’imperatore.
Panelli e testi critici sono essenziali e congetturati in modo da significare una continuità pressoché immediata con i siti del territorio, sui quali continuare idealmente il percorso archeologico. Un motto ideale accompagna il visitatore nel distinguere i culti: l’attributo di Omnipotens inciso sulla detta stele del Dio mitra. Si passa dunque tra culti politeisti fatti di divinità minori e maggiori, e ‘specializzate’ (perfino Giove era definito “ottimo e massimo” ma mai onnipotente), ad un primo dio monoteista per l’appunto onnipotente e che promette la vita eterna. Dunque, se Napoli fu fatta cristiana alla fine, forse è stato merito della tenacia dei nuovi uomini di fede baciata dalla fortuna e rassodata nelle pieghe della Storia. Oppure è stata la Provvidenza.

De Andrè e la fede: “non credo, ma non posso prescindere da Gesù”

da uccronline.it – Vent’anni fa ci lasciava Fabrizio De André, un poeta più che un cantautore. Un pacifista, un anarchico forse, certamente ha segnato la storia della musica italiana. Un anno prima di morire, per carcinoma polmonare, affidò alcune parole a Giampaolo Mattei, vaticanista e critico musicale, che riassumono la sua visione esistenziale: «Non ho il dono della fede ma nella mia vita non posso prescindere da Cristo».
Bello constatare che, nell’edizione odierna, l’Osservatore Romano è tornato a produrre cultura, pubblicando proprio una commemorazione di De Andé da parte di Mattei. Il quale riscopre alcuni brani “evangelici” di Faber, dove la figura di Cristo è centrale, l’attenzione è in particolare rivolta al suo ultimo album Anime salve (1996). In Ho visto Nina volare si domanda «quale sarà la mano che accende le stelle», e descrive quella «estatica contemplazione del mistero della creazione, in quella solitudine che ti mette a contatto con l’Assoluto» e l’ultimo brano del suo ultimo disco è Smisurata preghiera: «Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco».
Fabrizio de André ai sessantottini: “Cristo arrivò prima di voi”.
Non certo vicino ai cattolici, anzi. Sostenne la campagna sul divorzio ma fu spesso criticato dalla sinistra extraparlamentare. Eppure, riconobbe che il cristianesimo, ben prima del marxismo comunista, introdusse nel mondo quell’attenzione speciale per gli ultimi, per i poveri, per i perdenti: «Con il disco “La buona novella”», disse De André nel 1998, «scritto in pieno 1968, ho voluto dire ai miei coetanei: guardate che le nostre stesse lotte sono già state sostenute da un grande rivoluzionario, il più grande rivoluzionario della storia. Molti ritennero il mio disco anacronistico perché parlavo di Gesù Cristo nel pieno della rivolta studentesca. Ma tutti coloro che pretendono di fare rivoluzioni devono guardare all’insegnamento di Cristo, lui ha combattuto per una libertà integrale, piena di perdono» (in G. Mattei, Anima mia, Piemme 1998, p. 109).
L’incontro fortuito tra De André e un sacerdote nel 1998.
De André non considerava Gesù come il figlio di Dio, nel 1967 gli dedicò “Si chiamava Gesù”, in cui canta: «Non intendo cantare la gloria né invocare la Grazia o il perdono di chi fu come altri che un uomo». Tuttavia un sacerdote milanese nel 2012, confessò ad Affari italiani di aver incontrato in modo fortuito il cantautore nel 1998, un anno prima della morte: «Era periodo di Pasqua e stava facendo il giro di un condominio per la benedizione delle case, a Milano», ha raccontato il sacerdote. «Suono ad una porta e mi apre Dori Ghezzi: “Padre, grazie ma non siamo cattolici”, mi dice. Mi scuso, faccio per andarmene, ma una voce mi chiama: “Ma no, padre, entri pure”. Era Fabrizio De André». I due parlano per circa un’ora, Faber non si confessò e nemmeno si convertì, però il sacerdote accenna al contenuto del colloquio: «Era curioso. Abbiamo parlato della morte, dell’aldilà e di Cristo, della sua predicazione. Ho sentito nelle sue parole molto rispetto e molta attenzione per la figura di Gesù. Altro non posso dire».

Quei dodici docenti che rifiutarono di sottostare al regime fascista

da Varese News – Egregio Direttore, con la presente, dopo aver visto sull’argomento la trasmissione di Passato e Presente su Rai Storia del 06/01/2019 condotta da Paolo Mieli, vorrei rappresentare che alla conferenza sulla “parresia” (la libertà di parola) dei pensatori nel mondo classico, svoltasi all’Università dell’Insubria a Varese lo scorso 20/12/2018, alla quale ho assistito quale semplice appassionato e umile studioso della storia e della cultura classica e umanistica, il Prof. Fabio Minazzi, docente di Filosofia della Scienza presso la stessa Università, ha avuto il coraggio di ricordare, tra i pochi in tutti questi anni, l’esempio dei dodici docenti universitari che, nel nome della libertà di pensiero e della ricerca, nel 1931 si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, venendo quindi cacciati dall’università e allontanati dall’insegnamento, e a tale riguardo mi è particolarmente caro il ricordo del dimenticato, poiché “scomodo” sia prima, sia durante sia dopo il regime fascista, ma uomo coraggioso e sempre coerente con la sua coscienza, Professor Ernesto Buonaiuti, illustre docente di storia del cristianesimo. I suddetti docenti non allineati con il regime non vennero menzionati come esempio del libero pensiero nemmeno dopo la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica! Anche nella nostra Repubblica il loro esempio risultava evidentemente scomodo per il “potere”!!!
Tale giuramento venne introdotto con il Regio Decreto n. 1227 del 28 agosto 1931, il quale prevedeva che i professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d’istruzione superiore dovessero prestare giuramento non solo al Re e alla Patria, secondo quanto già imposto dal regolamento generale universitario del 1924, ma anche al “regime fascista”.
In tutta Italia furono solo dodici su ben 1225 i docenti universitari di ruolo che si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime, perdendo così la cattedra. Pochi altri, per sottrarsi a tale obbligo, andarono anticipatamente in pensione o andarono all’estero.
Occorre in verità ricordare che molti accademici vicini al partito comunista aderirono al giuramento seguendo l’indicazione di Palmiro Togliatti poiché, mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere «un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo» con una “resistenza passiva” all’interno dell’Università e che la maggior parte dei docenti cattolici, su suggerimento di Papa Pio XI, ispirato da padre Agostino Gemelli, fondatore e Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (per i docenti di questa Università lo stesso rettore Agostino Gemelli aveva ottenuto che non dovessero giurare in quanto non dipendenti statali, ma costoro vollero ugualmente giurare fedeltà al regime con l’eccezione di soli quattro docenti e dello stesso padre Agostino Gemelli), prestò giuramento «con riserva interiore». Vi fu infine chi prestò giuramento seguendo l’invito del filosofo liberale Benedetto Croce, già autore del manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925, a rimanere nell’università «per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà» e per impedire che le loro cattedre, come disse Luigi Einaudi, cadessero «in mano ai più pronti ad avvelenare l’animo degli studenti».
Soltanto presso l’Università dell’Insubria a Varese vi è una targa posta (non senza difficoltà) in ricordo di questi dodici docenti universitari che preferirono essere allontanati dall’insegnamento piuttosto che scendere a compromessi con la loro coscienza e con la loro libertà di pensiero e di ricerca; una lapide commemorativa è stata posta anche presso l’Università degli Studi di Torino in ricordo del rifiuto al giuramento di fedeltà al regime dei quattro docenti di quell’Ateneo.
Albert Einstein scrisse una lettera al Ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco: “La mia preghiera è che lei voglia consigliare al signor Mussolini di risparmiare questa umiliazione al fior fiore dell’intelligenza italiana. … entrambi riconosciamo e ammiriamo nello sviluppo intellettuale europeo beni superiori. Questi si fondano sulla libertà di pensiero e di insegnamento e sul principio che alla ricerca della verità si debba dare la precedenza su qualsiasi altra aspirazione … la ricerca della verità scientifica, svincolata dagli interessi pratici quotidiani, dovrebbe essere sacra a tutti i governi …”. In seguito Einstein annotò nel suo diario: «In Europa andiamo incontro a bei tempi».
La cultura e il libero pensiero restano ancora un preziosissimo e un importantissimo conforto di fronte alla continua ingiustizia sociale e alla miseria sia umana che intellettuale dilaganti ormai da tanto tempo nella nostra società: “Qui non intelligit, non perfecte vivit” (Tommaso D’Aquino). Contro ogni fanatismo e oscurantismo sia politico che religioso mi piace ricordare l’acuto filosofo scolastico Pietro Abelardo secondo il quale “Dubitando enim ad inquisitionem venimus”!
Chiedendo scusa per il disturbo e sperando che nel nostro Paese vi siano sempre libere e critiche “mentes cogitantes” nei confronti di ogni forma di “potere”, indipendentemente dalla loro opinione politica e/o religiosa, colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

La Teologia Del Timore Di Dio Agli Esordi Del Cristianesimo

da Media on demand (Cinzia Randazzo) – Il presente lavoro offre a tutti i lettori, edotti e non in materia di letteratura patristica, una panoramica della teologia del timore di Dio secondo i Padri apostolici. In questo resoconto vengono tratteggiate le linee di approccio a tale tematica, analizzandole secondo una progressione cronologica e contenutistica dei documenti inerenti il periodo subapostolico.

Veritatis Splendor, capire il bene, il male e la libertà

da Cristianesimo Cattolico – Se la verità non è salda ed oggettiva, allora veramente tutto è permesso, tutto è possibile, tutto è giustificabile. A 25 anni di distanza dalla Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II questo è ancora più evidente. Un teologo francescano polacco, Maksym Adam Kopiec, ha dato alle stampe il libro Non abbiate paura della verità. Giovanni Paolo II e la Veritatis Splendor (2018 Chorabooks), un testo che si apre con una bella lettera del cardinal Joseph Zen in cui il porporato ricorda che “sovente le tenebre della confusione tentano di offuscare lo splendore della verità, oggi come 25 anni or sono”.
Padre Kopiec appartiene all’ordine francescano ed è insegnante presso la Pontificia Universitas Antonianum. Autore di vari libri di teologia fondamentale e spiritualità, non si è mai tirato indietro quando ha avuto il sentore che i diritti della verità venissero calpestati. Come si evince da questa intervista con la Nuova BQ.
Padre Kopiec, perché ricordare la Veritatis Splendor dopo 25 anni?
Perché risulta essere una Enciclica attuale, adatta alle esigenze degli uomini di oggi e capace di dare risposte a quei problemi che, dopo 25 anni, non solo non sono stati risolti, ma anzi sembrano portare sempre di più verso la deriva esistenziale ed alimentare la confusione, il relativismo ed anche il qualunquismo.
Cosa l’ha spinta a scrivere il su libro?
Sono molto turbato dal fatto che sia nella società che nella Chiesa, sembra non esserci più alcun punto fermo, sembra che ogni decisione, ogni scelta sia uguale alle tante altre che si potrebbero effettuare, che non ci sia più distinzione tra il bene e il male, che tutto possa essere giustificato, compreso, perdonato, in nome di una misericordia che dimentica di avere come gemella la giustizia. Ritengo che il discernimento, oggi tanto auspicato sia prezioso, che ci si debba sempre porre degli interrogativi prima di assumere delle decisioni, ma solo alla luce dei punti fermi, degli insegnamenti che la Madre Chiesa ha da sempre tramandato, rispettando la Tradizione Apostolica e il Depositum fidei. Ho ritenuto che riportare l’attenzione sui contenuti della Veritatis Splendor, spesso criticata, messa da parte, se non dimenticata, possa essere di aiuto per tutti a rimettersi in cammino alla luce della Verità, abbandonando la confusione.
Quali sono i punti della Veritatis Splendor che le sembrano più dimenticati?
Come dicevo poco fa, mi sembra che tutta l’Enciclica sia bypassata. Senz’altro il punto più dimenticato di oggi è la distinzione tra il bene e il male, tra ciò che è da considerare male intrinsecamente, a prescindere dalle situazioni concrete in cui l’atto viene compiuto. Ma non è secondario il problema legato alla libertà, in nome della quale oggi vengono commessi soprusi e violenze mostruose. E’ necessario tornare a riflettere sul vero significato della libertà, per evitare che diventi libertinismo sfrenato e magari anche giustificato. Infine mi sembra indispensabile affrontare il tema del ruolo della Chiesa nella società. La Chiesa, come anche affermato dal Concilio Vaticano II si pone “in ascolto dei tempi”, ma non deve adeguarsi alle tendenze, alle mode del momento, a ciò che di passeggero e deviante c’è nella società. La Chiesa deve continuare ad essere lo strumento che per eccellenza riflette la Luce della Verità che appartiene al Suo Signore Gesù.
Nel titolo del suo libro e dell’enciclica c’è la parola “verità”. Non le sembra un termine oggi in grande crisi?
Si. Certamente il termine verità è in grande crisi. Il relativismo ha preso definitivamente il sopravvento, ha fagocitato tutte le certezze e lasciato svuotato non solo il significato del termine, ma l’uomo stesso. Ad esempio, l’atto sessuale innaturale e immorale da sempre definito sodomitico, oggi è giustificato e si cerca di farlo passare anche come “cosa buona”, mentre è contrario agli insegnamenti biblici; oppure continuiamo a sostenere che il matrimonio è indissolubile, ma cerchiamo e convalidiamo una infinità di motivi per renderlo “solubile”, non tenendo conto che l’alleanza stipulata tra Dio e noi nel sacramento del matrimonio, può anche essere sciolta agli occhi degli uomini, ma non di Dio che è sempre fedele. E poi ci sarebbe da affrontare il doloroso problema dell’Eucarestia. Con la scusa che si ricorre a termini difficili da capire e da pronunciare, come “consustanziazione” e “transustanziazione”, si finisce per confondere la presenza reale di Gesù in corpo e sangue nell’Ostia consacrata, dalla presenza “ideale”, non effettiva come credono i protestanti. Questa confusione, sta permettendo che non si sappia più chi debba o meno ricevere la Santa Eucarestia. In ogni caso, possiamo dire che è in crisi il termine “verità”, ma non la “Verità” con l’iniziale maiuscola, che è una Persona concreta, Gesù ed è irrinunciabile.
Il suo è un libro per specialisti o è accessibile a tutti?
Ritengo che sia un libro accessibile a tutti coloro che vogliono conoscere, sapere, interrogarsi, come d’altra parte è accessibile a tutti l’Enciclica Veritatis Splendor. Il libro ha l’unica pretesa di essere una specie di guida nella lettura dell’Enciclica. In alcuni punti, si può trovare un linguaggio più tecnico, più per esperti, ma comunque comprensibile e, come ho già detto, può essere letto da tutti e risultare una preziosa guida.

Arrivederci Vittoria Alata

da popolis.it – Brescia. Simbolo della città la Vittoria Alata sta per lasciare il museo di Santa Giulia diretta all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per una cura conservativa, speciali iniziative dedicate alla partenza della statua sono in programma per domenica 8 luglio.
Si stanno concludendo proprio in questi giorni, sotto gli occhi dei visitatori di Santa Giulia, le azioni di rilievo e diagnostica previste dal più ampio progetto di valorizzazione e restauro della statua della Vittoria alata.
La scultura, l’11 luglio, verrà affidata temporaneamente alle sapienti cure dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per la parte più delicata del progetto: l’indagine dell’interno e il restauro conservativo complessivo, nonché la progettazione e realizzazione di un nuovo supporto interno a sostegno di ali e braccia, visto il non preciso funzionamento di quello storico ottocentesco.
Per salutare la Vittoria alata e augurarle un “buon viaggio” nonché un arrivederci, domenica 8 luglio il Museo di Santa Giulia sarà aperto gratuitamente per tutta la giornata, dalle 10.30 alle 19.00 – chiusura biglietteria ore 18.
Per questa occasione verrà proposto ai visitatori di partecipare a due momenti, curati dai Servizi educativi della Fondazione, l’uno di sperimentazione creativa e l’altro di riflessione attraverso il linguaggio narrativo, dedicati al capolavoro divenuto simbolo di Brescia.
Alle ore 10.30 Sulle ali del mito
Laboratorio per famiglie, rivolto ai bambini dai 5 agli 11 anni accompagnati dai familiari Un’occasione per scoprire le storie, i miti e le figure legate al volo, dai cavalli alati come Pegaso, alle creature mostruose come la Sfinge o affascinanti come la Vittoria. Prenotazione obbligatoria: CUP 030/2977833-834 santagiulia@bresciamusei.com Costo per il laboratorio € 4,50 a partecipante
Alle ore 16.30 La Vittoria alata in viaggio
Percorso narrativo rivolto agli adulti Una piacevole narrazione, intervallata da letture, che racconta della Vittoria e dei suoi viaggi: dall’Olimpo ai campi di battaglia, dal luogo del suo ritrovamento a Brescia alle diverse sedi ‘museali e non’ che nel tempo l’hanno ospitata fino alla partenza per l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che avrà l’importante compito di ‘curarla’. Prenotazione obbligatoria: CUP 030/2977833-834  santagiulia@bresciamusei.com Costo per il percorso € 4,50 a partecipante.
La statua, scoperta il 20 luglio del 1826 in occasione degli scavi archeologici condotti dai membridell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia, costituisce il pezzo più significativo tra i materiali rinvenuti presso il Capitolium e uno dei pochi casi di statue in bronzo conservatesi, l’unico in Italia settentrionale: con il passaggio al Cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero, i simboli pagani vennero infatti distrutti e, nel caso di materiali bronzei, fusi. Per preservarla da tale sorte, la statua venne nascosta in un’intercapedine del tempio, motivo per cui essa è giunta a noi.

La crisi delle democrazie, delle culture tradizionali e della “questione di senso” secondo Andrea Riccardi e Marc Lazar

da farodiroma.it (Francesco Gnani) – Nella crisi del populismo vi rientra una grande “questione di senso. Non ci sono più le grandi agenzie di senso, con la caduta delle dialettiche Chiese-impero, legge-coscienza, che fanno parte di un mondo che si è dissolto in vari anni. Il cristianesimo resta l’ultima realtà paneuropea, ma che si divide in quella cosmopolita di papa Francesco o nel modello russo del Patriarca Kirill, che ha riflesso nell’Europa cattolica e che è il modello ceco e ungherese, in cui si parla della nazione cattolica e tradizionale e della Corona di Santo Stefano”. Sono le parole pronunciate dallo storico e presidente della Società Dante Alighieri, nonchè fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, nel corso della presentazione del libro scritto da Marc Lazar e Ilvo Diamanti ed edito da Laterza “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”.
“L’uomo europeo si è da sempre nutrito di questa catena di senso, mentre oggi non sa più chi è e non c’è più chi glielo dice”, ha proseguito Riccardi. “Qui c’è anche il problema della cosiddetta casta, o meglio dei datori di senso. Le culture cattoliche, comuniste o laiche repubblicane erano grandi culture di popolo”. Oggi invece, per sconfiggere le paure, una su tutti “la paura della storia”, che “oggi è la nostra condizione, che non esorcizziamo con alcuna rappresentazione del futuro e di fronte a cui siamo tutti più soli”, “non basta fare muri perché siamo malati dentro”, ha affermato ancora Riccardi, spiegando che nelle dinamiche di quello che da molti osservatori viene definito “populismo” vi risiede in realtà del “declino dei grandi noi del nostro continente: partiti politici, sindacati, comunità locali, chiesa e chiese, un declino che si radica nelle periferie”.
“Le culture politiche tradizionali sono in pieno declino, gli elettori sono più liberi e ciò che conta è il leader, che all’epoca veniva creato nella televisione mentre oggi parla direttamente al popolo superamento i corpi intermediari, una democrazia ‘del pubblico’”, ha poi proseguito uno dei due autori del libro, il sociologo francese e docente alla Science Po di Parigi Marc Lazar. “Il 30 per cento degli europei sostengono che ci sia qualcosa di meglio della democrazia, ma non si sa a cosa si riferiscono. I francesi sono questo strano popolo che ha tagliato la testa al re ma che ha inventato la forma repubblicana”, ha proseguito.
“C’è la voglia di una democrazia partecipativa e deliberativa, una parte della popolazione non si soddisfa solo di votare una volta ogni qualche anno”, ha spiegato. “La comunicazione nelle reti sociali non è più verticale, o top-down, ma bottom-up, viene dal basso e va verso l’alto: un cambiamento totale del rapporto tra cittadini e politica”, che “ha un impatto enorme, in quanto tutti possono intervenire su tutto”. Tutto ciò in realtà, per il sociologo cela “un vuoto di senso spirituale o di identità, l’assenza di risposta che ha dato spazio ai populisti che giocano sull’emozione e contro la razionalità, cercando di costruire una narrativa in cui si parla di un mitologico passato. Cercano di inventare qualcosa che poi ripropongono, e la grande sfida è anche rispondere a questa ricerca di senso. È una vera battaglia culturale”.

Galimberti apre MythosLogos trascinando il pubblico alla scoperta della Sapienza Greca

da gazzettadellaspezia (Doris Fresco-Grande) – “Il filosofo italiano tra i più conosciuti a livello internazionale, i cui libri sono stati tradotti in tutto il mondo”- così lo ha definito Angelo Tonelli introducendolo- ha aperto questa edizione di Mhytoslogos, portando una gremita Rotonda Vassallo alla scoperta del mondo occidentale, del nostro di pensare, portando il pubblico allo scontro e all’incontro tra la sapienza greca e la tradizione giudaico-cristiana.
Un viaggio di un’ora e più tra le grandi questioni esistenziali, dall’etica, alla natura e al rapporto con la tecnica; dall’origine del mondo, al senso della vita; dal valore della bellezza alla via per la felicità: Umberto Galimberti ha lasciato poche speranze all’individuo dell’Occidente, ormai privo di etica, che potrebbe risollevarsi solo entrando in contatto con quella che ha definito ‘etica del viandante’, intendendo il viandante non come semplice viaggiatore che parte da un posto in Occidente per approdare in un altro posto, anche all’altro capo del mondo, senza compiere scelte, senza porsi domande e quindi muovendosi per non cambiare, non abbandonando mai quell’Occidente dal quale è partito.
La V edizione di MythosLogos, la rassegna sulla sapienza, la filosofia, l’arte e la cultura dell’antichità greca a latina ideata e diretta da Angelo Tonelli, che gode del contributo del Comune di Lerici e della Fondazione Carispezia e del patrocinio della Regione Liguria e dell’Ambasciata greca, non poteva aprirsi in modo migliore. Galimberti, già protagonista in passate edizioni di Mythoslogos, ha fornito le due diverse interpretazioni (greca e giudaico-cristiana) di ogni aspetto fondamentale della nostra vita, dalla natura, alla morte.
“Dobbiamo essere consapevoli che il cristianesimo costituisce la base psicologica di noi occidentali, perché guardiamo al futuro in termini ottimistici. Il problema è che se il futuro non si presenta più in termini ottimistici e non avvertiamo più un futuro come promessa, ma si presenta come futuro imprevedibile, questa imprevedibilità retroagisce. A questo punto torna utile capire la sapienza greca: bisogna smontare questa fiducia nel futuro, smontare questo concetto ottimistico, non perché la sapienza greca sia luogo della verità, ma per capire bene questa differenza perché forse abbiamo bisogno oggi della Sapienza greca per contenere questo tramonto inevitabile della cultura occidentale”.
La Lectio Magistralis di Umberto Galimberti è stata solo il primo di una lunga serie di appuntamenti con la cultura, che vedrà Lerici, ancora una volta grazie alla passione e alla competenza di Angelo Tonelli e dei suoi collaboratori, capitale della sapienza.
UMBERTO GALIMBERTI
Nasce a Monza nel 1942; è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’Università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario dell’International Association for Analytical Psychology. Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e di psicologia, ha tradotto e curato numerose opere di Jaspers, di cui è stato allievo durante i suoi soggiorni in Germania.

Il culto di Santa Febronia a Patti, tra tradizione orale e devozione

da anni60news.com – Nella giornata di domani, Patti vivrà la prima delle due celebrazioni (la seconda si terrà nell’ultima domenica di luglio) previste in onore della Patrona della Città, Santa Febronia. Si tratta della festa liturgica, in occasione della quale i pattesi ricordano il martirio della giovane donna che, secondo la tradizione orale, fu uccisa dal padre che non ne accettò la volontà di vivere secondo saldi e profondi principi cristiani.
Le agiografie ufficiali, in verità, narrano di Febronia di Nisibis, la cui vicenda si sarebbe svolta presso l’attuale Nusaybin, in Turchia, rifiutando invece la tesi delle origini pattesi della Santa. Ma la tradizione orale che si tramanda da lunghissimo tempo a Patti, invece, “rivendica” con forza l’appartenenza di Febronia ai luoghi più antichi della città, in particolare al quartiere “Pollini”, cuore del centro storico. Qui, nel quarto secolo dopo Cristo e mentre alla guida di Roma vi era l’Imperatore Diocleziano, la martire – secondo le memorie tramandate – aveva la propria dimora, proprio nel punto in cui oggi sorge la piccola chiesa a lei dedicata.
Battezzata dal Vescovo Sant’Agatone laddove oggi si trova la contrada “Acquasanta” (il cui nome è evidentemente legato all’evento), la giovane Febronia fece propri e volle incarnare i valori più profondi del Cristianesimo, compresa la scelta di mantenersi vergine e di non contrarre matrimonio. Dunque, il cruento martirio ebbe origine in questa ferrea volontà, alla quale il padre non volle piegarsi. Quest’ultimo, sempre secondo la antica e diffusa tradizione orale, raggiunse la figlia presso l’odierna frazione marina di Mongiove, dove la stessa aveva trovato rifugio ed in questo luogo, accecato dall’ira, la uccise, gettando il corpo in mare.
Le spoglie della giovane martire furono trasportate dalle acque fino a Minori, cittadina della costiera amalfitana: anche per i minoresi Santa Febronia è la patrona cittadina, ma sotto il nome di Santa Trofimena; è proprio presso Minori che ne vengono conservate le reliquie.
Al di là dei contrasti tra gli studiosi e gli agiografi, ciò che rimane e, probabilmente, che più conta per i cittadini pattesi, è la viva e convinta devozione nutrita verso la Patrona, sempre invocata nei momenti storici più difficili vissuti dalla Città.
Questo profondo attaccamento a Santa Febronia si concretizzerà domani nelle celebrazioni liturgiche, nella processione per i vicoli del centro storico e nel momento di “una rosa per Santa Febronia”, questi ultimi curati da Daniele Greco, uno dei fedeli pattesi più ferventi ed affezionati alla Patrona ed alle tradizioni locali.
Questo il programma: Alle ore 7.30 la Santa Messa; alle ore 9.15 il raduno in piazza Marconi per “Una rosa per Santa Febronia”; si andrà al seguito della banda in pellegrinaggio verso la chiesa di Santa Fibruniedda nel quartiere Pollini; alle 10.30 nuovamente la Santa Messa; alle ore 11.30 la processione per le vie del quartiere; alle ore 12.00 Atto di affidamento della Città a Santa Febronia in Piazza Municipio; alle ore 19.00 Santa Messa in Cattedrale; alle ore 19.45 la solenne esposizione delle sacre reliquie in Cattedrale.

All’incrocio tra Gesù e Maometto. La via della conoscenza reciproca

da Corriere della Sera (Marco Rizzi) – Mai come in questo caso, l’immagine di copertina riesce a dare il senso di un libro. Vi compaiono, mentre si guardano e sorridono, Papa Francesco e Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta il cuore, intellettuale e religioso, dell’islam sunnita. Ancora più importante del gioco degli sguardi, l’Imam tiene tra le mani un libro, con tutta probabilità un’enciclica del Papa. Qui, però, ciò che conta è il libro in quanto tale, il libro come frutto del pensiero e strumento di comunicazione, che permette di conoscere e far conoscere, di capire e di farsi capire, a partire dalla parola e dalla ragione che accomunano tutti gli uomini.
Giancarlo Mazzuca, Stefano Girotti Zirotti «Noi fratelli» (Mondadori, pagine 292, euro 19)
La strada della conoscenza e della riflessione è quella che viene individuata da Giancarlo Mazzuca e Stefano Girotti Zinotti — due noti giornalisti, ovvero uomini della parola e della comunicazione — per provare a disinnescare nel volume Noi fratelli, pubblicato da Mondadori, la serie degli equivoci e dei pregiudizi che separano ancora oggi il mondo cristiano da quello islamico. Una distanza che spesso si trasforma in ostilità, ma che nasce da una conoscenza solo parziale delle vicende che hanno visto certamente sanguinosi conflitti tra le due grandi comunità religiose — ma non bisogna dimenticare le divisioni interne, altrettanto violente, che hanno attraversate entrambe — e però anche intensi momenti di dialogo, di conoscenza reciproca e di scambio intellettuale.
Così, nella prima parte del libro, che contiene anche una lettera di Papa Bergoglio, si intrecciano vicende di guerre e di persecuzione con episodi di incontro e di dialogo, come lo scambio di ambascerie e di doni tra Carlo Magno e il califfo Harun al-Rashid, la «missione» di san Francesco presso il sultano, la tolleranza religiosa nella Spagna andalusa o nella Gerusalemme di Federico II, per un breve periodo nel corso del XIII secolo. Pagine queste ultime forse meno note, ma decisive per mostrare come la vicenda dei rapporti tra cristianesimo e islam non vada ricondotta solo alla dimensione del conflitto e dell’estraneità, ma si sia nutrita, sin dall’inizio dell’espansione musulmana nel VII secolo, di altrettanti momenti di pacifico incontro.
Nella seconda parte del libro l’attenzione si sposta sui nostri giorni, a partire dall’episodio che nel dicembre del 1916 vide l’uccisione in Algeria di Charles de Foucauld, il missionario cristiano che aveva scelto di condividere la vita delle tribù nomadi del deserto. Sempre di più nel corso del XX secolo, di fronte al conflitto si viene intrecciando il filo di un dialogo sempre più stretto tra i migliori esponenti del mondo cristiano e di quello islamico, fondato sul rispetto e la conoscenza reciproca, ma soprattutto sulla fiducia nelle possibilità della ragione umana di trovare punti di incontro tra culture e tradizioni religiose diverse, in nome della comune fede nella trascendenza.
Acutamente, i due autori rileggono in questa chiave il discorso tenuto dall’allora Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona, che venne invece superficialmente interpretato come una critica all’islam. Al contrario, esso nasceva proprio dalla fiducia che la ragione sia in grado di purificare la religione, ogni religione, dalle incrostazioni che nel corso dei secoli possono averla ridotta a strumento di violenza e dominio, anziché di condivisione e di servizio. Da questa prospettiva, emerge la sostanziale continuità che lega l’azione degli ultimi pontefici, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Ratzinger, appunto, a Papa Francesco, guidata dalla convinzione che la via del dialogo sia essenziale.
La presentazione
Il volume di Mazzuca e Girotti Zirotti viene presentato il 5 luglio a Milano (ore 18) presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4). I relatori che discutono con gli autori del libro sono Venanzio Postiglione, Mahmoud Asfa e Luca Bressan. Introduce il dibattito Anna Scavuzzo, coordina Rolla Scolari.