Category: Cultura e religione

La Teologia Del Timore Di Dio Agli Esordi Del Cristianesimo

da Media on demand (Cinzia Randazzo) – Il presente lavoro offre a tutti i lettori, edotti e non in materia di letteratura patristica, una panoramica della teologia del timore di Dio secondo i Padri apostolici. In questo resoconto vengono tratteggiate le linee di approccio a tale tematica, analizzandole secondo una progressione cronologica e contenutistica dei documenti inerenti il periodo subapostolico.

Veritatis Splendor, capire il bene, il male e la libertà

da Cristianesimo Cattolico – Se la verità non è salda ed oggettiva, allora veramente tutto è permesso, tutto è possibile, tutto è giustificabile. A 25 anni di distanza dalla Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II questo è ancora più evidente. Un teologo francescano polacco, Maksym Adam Kopiec, ha dato alle stampe il libro Non abbiate paura della verità. Giovanni Paolo II e la Veritatis Splendor (2018 Chorabooks), un testo che si apre con una bella lettera del cardinal Joseph Zen in cui il porporato ricorda che “sovente le tenebre della confusione tentano di offuscare lo splendore della verità, oggi come 25 anni or sono”.
Padre Kopiec appartiene all’ordine francescano ed è insegnante presso la Pontificia Universitas Antonianum. Autore di vari libri di teologia fondamentale e spiritualità, non si è mai tirato indietro quando ha avuto il sentore che i diritti della verità venissero calpestati. Come si evince da questa intervista con la Nuova BQ.
Padre Kopiec, perché ricordare la Veritatis Splendor dopo 25 anni?
Perché risulta essere una Enciclica attuale, adatta alle esigenze degli uomini di oggi e capace di dare risposte a quei problemi che, dopo 25 anni, non solo non sono stati risolti, ma anzi sembrano portare sempre di più verso la deriva esistenziale ed alimentare la confusione, il relativismo ed anche il qualunquismo.
Cosa l’ha spinta a scrivere il su libro?
Sono molto turbato dal fatto che sia nella società che nella Chiesa, sembra non esserci più alcun punto fermo, sembra che ogni decisione, ogni scelta sia uguale alle tante altre che si potrebbero effettuare, che non ci sia più distinzione tra il bene e il male, che tutto possa essere giustificato, compreso, perdonato, in nome di una misericordia che dimentica di avere come gemella la giustizia. Ritengo che il discernimento, oggi tanto auspicato sia prezioso, che ci si debba sempre porre degli interrogativi prima di assumere delle decisioni, ma solo alla luce dei punti fermi, degli insegnamenti che la Madre Chiesa ha da sempre tramandato, rispettando la Tradizione Apostolica e il Depositum fidei. Ho ritenuto che riportare l’attenzione sui contenuti della Veritatis Splendor, spesso criticata, messa da parte, se non dimenticata, possa essere di aiuto per tutti a rimettersi in cammino alla luce della Verità, abbandonando la confusione.
Quali sono i punti della Veritatis Splendor che le sembrano più dimenticati?
Come dicevo poco fa, mi sembra che tutta l’Enciclica sia bypassata. Senz’altro il punto più dimenticato di oggi è la distinzione tra il bene e il male, tra ciò che è da considerare male intrinsecamente, a prescindere dalle situazioni concrete in cui l’atto viene compiuto. Ma non è secondario il problema legato alla libertà, in nome della quale oggi vengono commessi soprusi e violenze mostruose. E’ necessario tornare a riflettere sul vero significato della libertà, per evitare che diventi libertinismo sfrenato e magari anche giustificato. Infine mi sembra indispensabile affrontare il tema del ruolo della Chiesa nella società. La Chiesa, come anche affermato dal Concilio Vaticano II si pone “in ascolto dei tempi”, ma non deve adeguarsi alle tendenze, alle mode del momento, a ciò che di passeggero e deviante c’è nella società. La Chiesa deve continuare ad essere lo strumento che per eccellenza riflette la Luce della Verità che appartiene al Suo Signore Gesù.
Nel titolo del suo libro e dell’enciclica c’è la parola “verità”. Non le sembra un termine oggi in grande crisi?
Si. Certamente il termine verità è in grande crisi. Il relativismo ha preso definitivamente il sopravvento, ha fagocitato tutte le certezze e lasciato svuotato non solo il significato del termine, ma l’uomo stesso. Ad esempio, l’atto sessuale innaturale e immorale da sempre definito sodomitico, oggi è giustificato e si cerca di farlo passare anche come “cosa buona”, mentre è contrario agli insegnamenti biblici; oppure continuiamo a sostenere che il matrimonio è indissolubile, ma cerchiamo e convalidiamo una infinità di motivi per renderlo “solubile”, non tenendo conto che l’alleanza stipulata tra Dio e noi nel sacramento del matrimonio, può anche essere sciolta agli occhi degli uomini, ma non di Dio che è sempre fedele. E poi ci sarebbe da affrontare il doloroso problema dell’Eucarestia. Con la scusa che si ricorre a termini difficili da capire e da pronunciare, come “consustanziazione” e “transustanziazione”, si finisce per confondere la presenza reale di Gesù in corpo e sangue nell’Ostia consacrata, dalla presenza “ideale”, non effettiva come credono i protestanti. Questa confusione, sta permettendo che non si sappia più chi debba o meno ricevere la Santa Eucarestia. In ogni caso, possiamo dire che è in crisi il termine “verità”, ma non la “Verità” con l’iniziale maiuscola, che è una Persona concreta, Gesù ed è irrinunciabile.
Il suo è un libro per specialisti o è accessibile a tutti?
Ritengo che sia un libro accessibile a tutti coloro che vogliono conoscere, sapere, interrogarsi, come d’altra parte è accessibile a tutti l’Enciclica Veritatis Splendor. Il libro ha l’unica pretesa di essere una specie di guida nella lettura dell’Enciclica. In alcuni punti, si può trovare un linguaggio più tecnico, più per esperti, ma comunque comprensibile e, come ho già detto, può essere letto da tutti e risultare una preziosa guida.

Arrivederci Vittoria Alata

da popolis.it – Brescia. Simbolo della città la Vittoria Alata sta per lasciare il museo di Santa Giulia diretta all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per una cura conservativa, speciali iniziative dedicate alla partenza della statua sono in programma per domenica 8 luglio.
Si stanno concludendo proprio in questi giorni, sotto gli occhi dei visitatori di Santa Giulia, le azioni di rilievo e diagnostica previste dal più ampio progetto di valorizzazione e restauro della statua della Vittoria alata.
La scultura, l’11 luglio, verrà affidata temporaneamente alle sapienti cure dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per la parte più delicata del progetto: l’indagine dell’interno e il restauro conservativo complessivo, nonché la progettazione e realizzazione di un nuovo supporto interno a sostegno di ali e braccia, visto il non preciso funzionamento di quello storico ottocentesco.
Per salutare la Vittoria alata e augurarle un “buon viaggio” nonché un arrivederci, domenica 8 luglio il Museo di Santa Giulia sarà aperto gratuitamente per tutta la giornata, dalle 10.30 alle 19.00 – chiusura biglietteria ore 18.
Per questa occasione verrà proposto ai visitatori di partecipare a due momenti, curati dai Servizi educativi della Fondazione, l’uno di sperimentazione creativa e l’altro di riflessione attraverso il linguaggio narrativo, dedicati al capolavoro divenuto simbolo di Brescia.
Alle ore 10.30 Sulle ali del mito
Laboratorio per famiglie, rivolto ai bambini dai 5 agli 11 anni accompagnati dai familiari Un’occasione per scoprire le storie, i miti e le figure legate al volo, dai cavalli alati come Pegaso, alle creature mostruose come la Sfinge o affascinanti come la Vittoria. Prenotazione obbligatoria: CUP 030/2977833-834 santagiulia@bresciamusei.com Costo per il laboratorio € 4,50 a partecipante
Alle ore 16.30 La Vittoria alata in viaggio
Percorso narrativo rivolto agli adulti Una piacevole narrazione, intervallata da letture, che racconta della Vittoria e dei suoi viaggi: dall’Olimpo ai campi di battaglia, dal luogo del suo ritrovamento a Brescia alle diverse sedi ‘museali e non’ che nel tempo l’hanno ospitata fino alla partenza per l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che avrà l’importante compito di ‘curarla’. Prenotazione obbligatoria: CUP 030/2977833-834  santagiulia@bresciamusei.com Costo per il percorso € 4,50 a partecipante.
La statua, scoperta il 20 luglio del 1826 in occasione degli scavi archeologici condotti dai membridell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia, costituisce il pezzo più significativo tra i materiali rinvenuti presso il Capitolium e uno dei pochi casi di statue in bronzo conservatesi, l’unico in Italia settentrionale: con il passaggio al Cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero, i simboli pagani vennero infatti distrutti e, nel caso di materiali bronzei, fusi. Per preservarla da tale sorte, la statua venne nascosta in un’intercapedine del tempio, motivo per cui essa è giunta a noi.

La crisi delle democrazie, delle culture tradizionali e della “questione di senso” secondo Andrea Riccardi e Marc Lazar

da farodiroma.it (Francesco Gnani) – Nella crisi del populismo vi rientra una grande “questione di senso. Non ci sono più le grandi agenzie di senso, con la caduta delle dialettiche Chiese-impero, legge-coscienza, che fanno parte di un mondo che si è dissolto in vari anni. Il cristianesimo resta l’ultima realtà paneuropea, ma che si divide in quella cosmopolita di papa Francesco o nel modello russo del Patriarca Kirill, che ha riflesso nell’Europa cattolica e che è il modello ceco e ungherese, in cui si parla della nazione cattolica e tradizionale e della Corona di Santo Stefano”. Sono le parole pronunciate dallo storico e presidente della Società Dante Alighieri, nonchè fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, nel corso della presentazione del libro scritto da Marc Lazar e Ilvo Diamanti ed edito da Laterza “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”.
“L’uomo europeo si è da sempre nutrito di questa catena di senso, mentre oggi non sa più chi è e non c’è più chi glielo dice”, ha proseguito Riccardi. “Qui c’è anche il problema della cosiddetta casta, o meglio dei datori di senso. Le culture cattoliche, comuniste o laiche repubblicane erano grandi culture di popolo”. Oggi invece, per sconfiggere le paure, una su tutti “la paura della storia”, che “oggi è la nostra condizione, che non esorcizziamo con alcuna rappresentazione del futuro e di fronte a cui siamo tutti più soli”, “non basta fare muri perché siamo malati dentro”, ha affermato ancora Riccardi, spiegando che nelle dinamiche di quello che da molti osservatori viene definito “populismo” vi risiede in realtà del “declino dei grandi noi del nostro continente: partiti politici, sindacati, comunità locali, chiesa e chiese, un declino che si radica nelle periferie”.
“Le culture politiche tradizionali sono in pieno declino, gli elettori sono più liberi e ciò che conta è il leader, che all’epoca veniva creato nella televisione mentre oggi parla direttamente al popolo superamento i corpi intermediari, una democrazia ‘del pubblico’”, ha poi proseguito uno dei due autori del libro, il sociologo francese e docente alla Science Po di Parigi Marc Lazar. “Il 30 per cento degli europei sostengono che ci sia qualcosa di meglio della democrazia, ma non si sa a cosa si riferiscono. I francesi sono questo strano popolo che ha tagliato la testa al re ma che ha inventato la forma repubblicana”, ha proseguito.
“C’è la voglia di una democrazia partecipativa e deliberativa, una parte della popolazione non si soddisfa solo di votare una volta ogni qualche anno”, ha spiegato. “La comunicazione nelle reti sociali non è più verticale, o top-down, ma bottom-up, viene dal basso e va verso l’alto: un cambiamento totale del rapporto tra cittadini e politica”, che “ha un impatto enorme, in quanto tutti possono intervenire su tutto”. Tutto ciò in realtà, per il sociologo cela “un vuoto di senso spirituale o di identità, l’assenza di risposta che ha dato spazio ai populisti che giocano sull’emozione e contro la razionalità, cercando di costruire una narrativa in cui si parla di un mitologico passato. Cercano di inventare qualcosa che poi ripropongono, e la grande sfida è anche rispondere a questa ricerca di senso. È una vera battaglia culturale”.

Galimberti apre MythosLogos trascinando il pubblico alla scoperta della Sapienza Greca

da gazzettadellaspezia (Doris Fresco-Grande) – “Il filosofo italiano tra i più conosciuti a livello internazionale, i cui libri sono stati tradotti in tutto il mondo”- così lo ha definito Angelo Tonelli introducendolo- ha aperto questa edizione di Mhytoslogos, portando una gremita Rotonda Vassallo alla scoperta del mondo occidentale, del nostro di pensare, portando il pubblico allo scontro e all’incontro tra la sapienza greca e la tradizione giudaico-cristiana.
Un viaggio di un’ora e più tra le grandi questioni esistenziali, dall’etica, alla natura e al rapporto con la tecnica; dall’origine del mondo, al senso della vita; dal valore della bellezza alla via per la felicità: Umberto Galimberti ha lasciato poche speranze all’individuo dell’Occidente, ormai privo di etica, che potrebbe risollevarsi solo entrando in contatto con quella che ha definito ‘etica del viandante’, intendendo il viandante non come semplice viaggiatore che parte da un posto in Occidente per approdare in un altro posto, anche all’altro capo del mondo, senza compiere scelte, senza porsi domande e quindi muovendosi per non cambiare, non abbandonando mai quell’Occidente dal quale è partito.
La V edizione di MythosLogos, la rassegna sulla sapienza, la filosofia, l’arte e la cultura dell’antichità greca a latina ideata e diretta da Angelo Tonelli, che gode del contributo del Comune di Lerici e della Fondazione Carispezia e del patrocinio della Regione Liguria e dell’Ambasciata greca, non poteva aprirsi in modo migliore. Galimberti, già protagonista in passate edizioni di Mythoslogos, ha fornito le due diverse interpretazioni (greca e giudaico-cristiana) di ogni aspetto fondamentale della nostra vita, dalla natura, alla morte.
“Dobbiamo essere consapevoli che il cristianesimo costituisce la base psicologica di noi occidentali, perché guardiamo al futuro in termini ottimistici. Il problema è che se il futuro non si presenta più in termini ottimistici e non avvertiamo più un futuro come promessa, ma si presenta come futuro imprevedibile, questa imprevedibilità retroagisce. A questo punto torna utile capire la sapienza greca: bisogna smontare questa fiducia nel futuro, smontare questo concetto ottimistico, non perché la sapienza greca sia luogo della verità, ma per capire bene questa differenza perché forse abbiamo bisogno oggi della Sapienza greca per contenere questo tramonto inevitabile della cultura occidentale”.
La Lectio Magistralis di Umberto Galimberti è stata solo il primo di una lunga serie di appuntamenti con la cultura, che vedrà Lerici, ancora una volta grazie alla passione e alla competenza di Angelo Tonelli e dei suoi collaboratori, capitale della sapienza.
UMBERTO GALIMBERTI
Nasce a Monza nel 1942; è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’Università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario dell’International Association for Analytical Psychology. Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e di psicologia, ha tradotto e curato numerose opere di Jaspers, di cui è stato allievo durante i suoi soggiorni in Germania.

Il culto di Santa Febronia a Patti, tra tradizione orale e devozione

da anni60news.com – Nella giornata di domani, Patti vivrà la prima delle due celebrazioni (la seconda si terrà nell’ultima domenica di luglio) previste in onore della Patrona della Città, Santa Febronia. Si tratta della festa liturgica, in occasione della quale i pattesi ricordano il martirio della giovane donna che, secondo la tradizione orale, fu uccisa dal padre che non ne accettò la volontà di vivere secondo saldi e profondi principi cristiani.
Le agiografie ufficiali, in verità, narrano di Febronia di Nisibis, la cui vicenda si sarebbe svolta presso l’attuale Nusaybin, in Turchia, rifiutando invece la tesi delle origini pattesi della Santa. Ma la tradizione orale che si tramanda da lunghissimo tempo a Patti, invece, “rivendica” con forza l’appartenenza di Febronia ai luoghi più antichi della città, in particolare al quartiere “Pollini”, cuore del centro storico. Qui, nel quarto secolo dopo Cristo e mentre alla guida di Roma vi era l’Imperatore Diocleziano, la martire – secondo le memorie tramandate – aveva la propria dimora, proprio nel punto in cui oggi sorge la piccola chiesa a lei dedicata.
Battezzata dal Vescovo Sant’Agatone laddove oggi si trova la contrada “Acquasanta” (il cui nome è evidentemente legato all’evento), la giovane Febronia fece propri e volle incarnare i valori più profondi del Cristianesimo, compresa la scelta di mantenersi vergine e di non contrarre matrimonio. Dunque, il cruento martirio ebbe origine in questa ferrea volontà, alla quale il padre non volle piegarsi. Quest’ultimo, sempre secondo la antica e diffusa tradizione orale, raggiunse la figlia presso l’odierna frazione marina di Mongiove, dove la stessa aveva trovato rifugio ed in questo luogo, accecato dall’ira, la uccise, gettando il corpo in mare.
Le spoglie della giovane martire furono trasportate dalle acque fino a Minori, cittadina della costiera amalfitana: anche per i minoresi Santa Febronia è la patrona cittadina, ma sotto il nome di Santa Trofimena; è proprio presso Minori che ne vengono conservate le reliquie.
Al di là dei contrasti tra gli studiosi e gli agiografi, ciò che rimane e, probabilmente, che più conta per i cittadini pattesi, è la viva e convinta devozione nutrita verso la Patrona, sempre invocata nei momenti storici più difficili vissuti dalla Città.
Questo profondo attaccamento a Santa Febronia si concretizzerà domani nelle celebrazioni liturgiche, nella processione per i vicoli del centro storico e nel momento di “una rosa per Santa Febronia”, questi ultimi curati da Daniele Greco, uno dei fedeli pattesi più ferventi ed affezionati alla Patrona ed alle tradizioni locali.
Questo il programma: Alle ore 7.30 la Santa Messa; alle ore 9.15 il raduno in piazza Marconi per “Una rosa per Santa Febronia”; si andrà al seguito della banda in pellegrinaggio verso la chiesa di Santa Fibruniedda nel quartiere Pollini; alle 10.30 nuovamente la Santa Messa; alle ore 11.30 la processione per le vie del quartiere; alle ore 12.00 Atto di affidamento della Città a Santa Febronia in Piazza Municipio; alle ore 19.00 Santa Messa in Cattedrale; alle ore 19.45 la solenne esposizione delle sacre reliquie in Cattedrale.

All’incrocio tra Gesù e Maometto. La via della conoscenza reciproca

da Corriere della Sera (Marco Rizzi) – Mai come in questo caso, l’immagine di copertina riesce a dare il senso di un libro. Vi compaiono, mentre si guardano e sorridono, Papa Francesco e Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta il cuore, intellettuale e religioso, dell’islam sunnita. Ancora più importante del gioco degli sguardi, l’Imam tiene tra le mani un libro, con tutta probabilità un’enciclica del Papa. Qui, però, ciò che conta è il libro in quanto tale, il libro come frutto del pensiero e strumento di comunicazione, che permette di conoscere e far conoscere, di capire e di farsi capire, a partire dalla parola e dalla ragione che accomunano tutti gli uomini.
Giancarlo Mazzuca, Stefano Girotti Zirotti «Noi fratelli» (Mondadori, pagine 292, euro 19)
La strada della conoscenza e della riflessione è quella che viene individuata da Giancarlo Mazzuca e Stefano Girotti Zinotti — due noti giornalisti, ovvero uomini della parola e della comunicazione — per provare a disinnescare nel volume Noi fratelli, pubblicato da Mondadori, la serie degli equivoci e dei pregiudizi che separano ancora oggi il mondo cristiano da quello islamico. Una distanza che spesso si trasforma in ostilità, ma che nasce da una conoscenza solo parziale delle vicende che hanno visto certamente sanguinosi conflitti tra le due grandi comunità religiose — ma non bisogna dimenticare le divisioni interne, altrettanto violente, che hanno attraversate entrambe — e però anche intensi momenti di dialogo, di conoscenza reciproca e di scambio intellettuale.
Così, nella prima parte del libro, che contiene anche una lettera di Papa Bergoglio, si intrecciano vicende di guerre e di persecuzione con episodi di incontro e di dialogo, come lo scambio di ambascerie e di doni tra Carlo Magno e il califfo Harun al-Rashid, la «missione» di san Francesco presso il sultano, la tolleranza religiosa nella Spagna andalusa o nella Gerusalemme di Federico II, per un breve periodo nel corso del XIII secolo. Pagine queste ultime forse meno note, ma decisive per mostrare come la vicenda dei rapporti tra cristianesimo e islam non vada ricondotta solo alla dimensione del conflitto e dell’estraneità, ma si sia nutrita, sin dall’inizio dell’espansione musulmana nel VII secolo, di altrettanti momenti di pacifico incontro.
Nella seconda parte del libro l’attenzione si sposta sui nostri giorni, a partire dall’episodio che nel dicembre del 1916 vide l’uccisione in Algeria di Charles de Foucauld, il missionario cristiano che aveva scelto di condividere la vita delle tribù nomadi del deserto. Sempre di più nel corso del XX secolo, di fronte al conflitto si viene intrecciando il filo di un dialogo sempre più stretto tra i migliori esponenti del mondo cristiano e di quello islamico, fondato sul rispetto e la conoscenza reciproca, ma soprattutto sulla fiducia nelle possibilità della ragione umana di trovare punti di incontro tra culture e tradizioni religiose diverse, in nome della comune fede nella trascendenza.
Acutamente, i due autori rileggono in questa chiave il discorso tenuto dall’allora Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona, che venne invece superficialmente interpretato come una critica all’islam. Al contrario, esso nasceva proprio dalla fiducia che la ragione sia in grado di purificare la religione, ogni religione, dalle incrostazioni che nel corso dei secoli possono averla ridotta a strumento di violenza e dominio, anziché di condivisione e di servizio. Da questa prospettiva, emerge la sostanziale continuità che lega l’azione degli ultimi pontefici, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Ratzinger, appunto, a Papa Francesco, guidata dalla convinzione che la via del dialogo sia essenziale.
La presentazione
Il volume di Mazzuca e Girotti Zirotti viene presentato il 5 luglio a Milano (ore 18) presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4). I relatori che discutono con gli autori del libro sono Venanzio Postiglione, Mahmoud Asfa e Luca Bressan. Introduce il dibattito Anna Scavuzzo, coordina Rolla Scolari.

Dalla minigonna al burqa, quei miti da sfatare

da Famiglia Cristiana (Katia Fitermann) – L’abito non fa il monaco. L’abito, però, segna la storia di molte donne, segna un percorso di identità e dignità della figura femminile nella storia e per questo ci invita a guardare oltre il nostro orizzonte culturale, sociale e religioso. Un libro-inchiesta da poco in libreria, “Dalla Minigonna al Burqa?” edito dalla San Paolo, ci propone una lettura della storia umana contemporanea attraverso gli abiti delle tre religioni monoteiste, rivolta all’intera umanità del nostro tempo ma “in particolare ad un pubblico lettore maschile”, spiega don Paolo Tarchi, sacerdote della diocesi di Fiesole, ingegnere meccanico e teologo, antropologo e docente di dottrina sociale della Chiesa, uno dei autori del saggio scritto a quattro mani insieme con Silvio Calzolari, orientalista e storico delle religioni. “Mi riferisco a uomini che ascoltano le donne per imparare da loro quale via possibile di armonia tra le persone”, aggiunge don Paolo. Ovvio che la sua è una provocazione, perché quest’inchiesta si rivolge a tutti, uomini e donne. Il libro è ispirato dagli eventi accaduti tra il 1963 e il 1979. Due fenomeni che coinvolgevano due città lontane, Londra e Teheran.
Nella capitale inglese una donna, Mary Quant, esordì negli anni 60 lanciando la moda della minigonna che presto sconfinò in ogni luogo del mondo, per poi, 16 anni dopo, scontrarsi con un’altro abito epocale, il burqa, imposto alle donne islamiche dall’Ayatollah Khomeini, annullando l’identità femminile in Iran e in molti altri Paesi del Medio Oriente e trapiantandosi in Europa attraverso l’immigrazione. Per permettere il lettore di addentrarsi gli autori dialogano con tre intellettuali appassionate studiose di questi temi, l’eseprta di studi rabbinici Shulamit Furstenberg Levi, la storica Rita Torti, socia del coordinamento Teologhe italiane ed esperta di studi di genere e la sociologa Sumaya abdel Qader. Sono queste tre donne di fede diversa (ebraica, cristiana e islamica,) a condurci nel libro, alla scoperta e alla conoscenza dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, “nel tentativo di smentire false credenze, sfatare miti inesistenti, stanare pregiudizi e preconcetti, tracciare percorsi storici, per giungere infine a una riflessione ricca e complessa del nostro tempo, gettando un occhio a quello che si vede giungere all’orizzonte”, come scrive monsignor Francesco Paglia, presidente della Pontifica Accademia per la vita, nella prefazione del libro. Le tre protagoniste si incontrano nel centro di Firenze e rispondono ad alcune domande fondamentali raccolte dai due autori per capire le vicende delal condizione femminile nelle tre religioni, partendo da coloro che le vivono maggiormente sulla propria pelle, come ad esempio le donne vissute ai margini della società (immigrate, derelitte, profughe, volere di Dio o degli uomini?), soffermandosi sulla corporeità femminile nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam. la cosa curiosa e interessante è che nelle loro risposte si trovino molti elementi comuni senza che le tre intellettuali si siano accordate o confrontate prima.
“In una societa? pluralistica”, spiega la dottoressa Shulamit, “mi aspetto di vedere la convivenza di una varieta? di tipi di abiti che possano includere molti colori, tradizioni diverse, che coprano di piu? e di meno, senza il moralismo di sapere quale sia il modo giusto di vestirsi. Da una parte, considero l’abito uno strumento per esprimersi, per dimostrare chi siamo, qual e? la nostra identita? e quali sono i nostri valori. A volte, attraverso cio? che indossiamo cerchiamo di esprimere la nostra creativita?. Allo stesso tempo c’e? il rischio che l’abito diventi un’etichetta che cancella l’identita? dell’individuo”. “La diversita? abita anche quei comportamenti e fenomeni che solo uno sguardo oggettivante puo? permettersi di interpretare in modo univoco. Lo stesso velo puo? nascondere liberta? e felicita? molto, radicalmente, diverse. Le felicita? sulla terra sono molte, non tutte sono libere. Ma nel mondo delle donne c’e? piu? liberta? di quella che molti maschi riescono a vedere, soprattutto nel nostro rapporto col corpo, con i vestiti, con i veli”, commenta Alessandra Smerilli. Insomma: “Minigonna, burqa e niqab rappresentano spesso lo stereotipo delle due parti: la donna occidentale “spudorata e mezza nuda” e la donna musulmana “sottomessa e privata di liberta?”.
Come per ogni stereotipo e pregiudizio, dietro si nascondono sempre parti di verita?, falsita? e miti. Cosi? il velo viene ridotto a simbolo di oppressione dell’islam in quanto, oggettivamente, in Paesi come l’Arabia Saudita (che solo di recente mostra segni di cambiamento) o l’Afghanistan (e purtroppo altrove) non si puo? negare la limitazione delle liberta? della donna. Eppure, come esposto in precedenza, “la storia” e? diversa ed estremamente articolata”, ribadisce la dottoressa Sumaya. L’autore Don Paolo Tarchi invita i lettori a “una riflessione indispensabile, in un mondo che cambia continuamente e molto velocemente che sembra essere l’unica via possibile per vivere in pace attraverso il dialogo. L’incontro con l’altro sconfigge l’ignoranza e di conseguenza la paura, tenendo conto che l’unica vera libertà è la verità, che sconfigge pregiudizi e falsità”.

San Miniato, musica per un millenario

da Giornale della Musica – Nel ricchissimo programma di eventi per il millenario della basilica fiorentina di San Miniato al Monte, istituita dal vescovo Ildebrando il 27 aprile 1018, cominciano le celebrazioni musicali. A dare il via, il 21 giugno alle 19,30,  è il Millennium Sunset Concert, imponente concerto-spettacolo per il solstizio d’estate, organizzato dall’Associazione Passignano con il sostegno di Comune e Regione. Il gruppo di musica antica Orpheus Ensemble e la giovane orchestra La Filharmonie diretta da Nima Keshavarzi, con le voci di Francesca Caligaris e Antonia Fino, presentano un ricco programma musicale all’insegna della “fiorentinità” come della  spiritualità, una carrellata fra antico e contemporaneo, sacro e profano,  in cui non mancano proposte pregevoli come il Trittico di Botticelli di Respighi, e c’è una prima assoluta, Millennium Composition del giovane compositore Ian Cecil Scott, un’invenzione sui quattro elementi scelti ciascuno a rappresentare una parte di mondo e del patrimonio culturale universale in un messaggio di pace, il tutto intercalato da movimenti scenici e coreografici e dalle letture realizzate da un attore di primissimo piano: Glauco Mauri. E’ un concerto-benefit i cui incassi sono destinati alla realizzazione di una statua che dovrà celebrare San Miniato alla fine della ricorrenza, biglietti (€ 35) on line su BoxOffice e Ticket One oltre che direttamente a San Miniato. Il programma musicale prosegue il 26 giugno con l’ensemble L’Homme Armé che sotto l’egida dell’81.mo Maggio Musicale Fiorentino propone un programma imperniato su alcuni grandi momenti della musica sacra a Firenze,  a partire dai celebri mottetti fiorentini di Guillaume Dufay, ma anche in questo caso non manca la musica contemporanea con David Lang. Il 30 giugno la FantasiaMillenariadel giovane pianista-compositore Filippo Landi con l’orchestra Cupiditas, poi, a settembre, Mario Brunello offre le sue meditazioni violoncellistiche (il 15), ed è poi la volta, il 27 e 28 settembre, dell’Orchestra della Toscana che eseguirà pagine del grande compositore armeno Tigran Mansurian affiancate a nuove composizioni tutte collegate dal filo rosso della spiritualità armena, di cui si effettuerà anche la prima registrazione. Un legame con il cristianesimo armeno a cui l’abate Bernardo e tutta la comunità monastica che ha sede nella basilica tengono particolarmente, giacché nel fondarla mille anni fa il vescovo Ildebrando la intitolò proprio al martire armeno Miniato. Ma non meno importante dare il segno che la bellissima basilica che domina Firenze è ancora un polo culturale oltre che spirituale, e che è proiettata verso il domani oltre che memore dei suoi primi mille anni. Un legame rappresentato da Passionis Fragmenta, novità di Salvatore Sciarrino che sarà presentata il 25 ottobre.

San Luigi Gonzaga, 450 anni dopo la sua nascita la libertà religiosa è la sua profezia

da Acistampa – “Guardando anche alla forza con la quale questo giovane Santo ha lottato per la propria vocazione, combattendo la mentalità mondana prevalente intorno a lui e, perfino, la contrarietà del proprio padre, che vedeva in lui il futuro del marchesato, dobbiamo ancora e sempre educare i nostri giovani alla libertà”.
Il Cardinale Mauro Piacenza Penitenziere Maggiore lo ha ricordato nella sua omelia per la festa di San Luigi Gonzaga. La messa è stata celebrata questo pomeriggio nella chiesa di Sant’ Ignazio a Roma dove Luigi è sepolto.
Quest’anno ricorrano i 450 anni della nascita del santo gesuita e il programma dell’ Anno Giubilare Aloisiano prevede molti appuntamenti nella chiesa barocca nel cuore di Roma
Il cardinale ha parlato  della educazione del giovani alla libertà autentica “quella che scaturisce dall’appartenenza a Cristo, dalla consapevolezza che ogni uomo nasce libero perché voluto, creato ed amato da Dio”.
Luigi è un santo giovane, e proprio in cammino verso il Sinodo dei Vescovi sui giovani, “san Luigi, patrono della gioventù, rappresenta, ancora e sempre, una salutare provocazione per la nostra vita di cristiani, universalmente chiamati alla santità , per la missione della Chiesa e per una corretta impostazione del rapporto con il mondo”.
Ecco allora la necessità fondamentale della chiarezza della fede. “Come cristiani, abbiamo il coraggio di lasciarci abbracciare dalla Verità tutta intera? Oppure cediamo a quello che non pochi autori definiscono oggi un «deismo moralistico-terapeutico»? (R. Dreher, L’opzione Benedetto, 2016)” Si chiede il cardinale.
“Se la fede cristiana è ridotta ad un vago deismo, nel quale Dio non ha più i tratti unici di Gesù di Nazaret e nel quale Egli non è più l’Unico Salvatore universale, allora non solo diviene incomprensibile la figura di San Luigi Gonzaga, ma si è perso qualcosa di essenziale per il cristianesimo, si è perso il metodo della Divina Rivelazione, per la quale il Logos eterno ha scelto definitivamente di passare attraverso il frammento dell’Uomo Gesù”.
Ecco allora l’invito del porporato: “La Chiesa in uscita, alla quale costantemente ci richiama Papa Francesco , non può non essere, anche e soprattutto, una Chiesa in uscita dalle pastoie del peccato, dalle ombre del compromesso, dai legami con quella mentalità mondana, che, di fatto, esclude Dio dalla realtà, riducendo la Chiesa stessa ad una delle tante organizzazioni mondiali”.
La vera riforma è quella della verità della fede, della libertà della fede. Oggi più che mai é “necessario difendere la libertà religiosa, inclusiva della libertà di pensiero e madre di ogni altra libertà! Inquietanti sono, a tale proposito, le avvisaglie in tutto l’Occidente di una pertinace volontà di ridurre gli spazi di libertà degli uomini, in funzione dell’incontestato dominio di un pensiero unico, di fatto ateo, incapace di dare risposte e foriero di una antropologia menzognera” ha ricordato il cardinale Piacenza che è anche presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Per Piacenza “la vera sfida, dei prossimi decenni, non sarà quella ecumenica, né quella, fondamentalmente del dialogo interculturale! La vera sfida sarà quella antropologica; sarà quella tra chi vuole costruire un mondo senza Dio, nel quale l’uomo diviene un oggetto, e chi invece riconosce Dio come Autore del cosmo e della storia e, credendo in Dio, riconosce e crede nell’indisponibilità dell’uomo!
La vera sfida sarà tra chi vuole farla finita con l’uomo e chi, invece, vorrà ancora essere fedele all’uomo, sapendo, però, che è semplicemente impossibile essere fedeli all’uomo se non si è fedeli a Dio e viceversa”.
E la preghiera per la Chiesa di Roma, servono santi “che mostrino, come San Luigi, che è possibile vivere partecipando alla Vita dell’Eterno, radicati nell’Essere di Dio!” C’è bisogno perché “se non vi fosse alcuna partecipazione reale all’Eterno, la vita della Chiesa, difficilmente potrebbe resistere alle tempeste torrenziali della modernità liquida!”.