Un uomo antico, di una vigorosa potenza espressiva. Classico e rivoluzionario, originario e modernista. È Roy Campbell, il più importante poeta sudafricano del novecento, un maestro imperdonabile, infrequentabile per quegli “intellettuali senza intelletto” che affollavano le accademie del suo tempo, e non solo. Un autore tra suggestioni magiche e sublimi ed immagini, dure e violente. Nei suoi versi la parola esplode di una vitalità selvaggia, tra le tecniche del modernismo poetico e gli schemi della più sobria tradizione britannica. Campbell (mito ed opera), è attualmente un dimenticato, un proscritto della letteratura. A tale maledizione contribuirono i suoi dissapori con gli ambienti progressisti del tempo, sbeffeggiati nel suo “The Georgiad” (1931), le scazzottate con poeti civili ed organici come Spender. La sua posizione da guastafeste del colonialismo britannico in Sudafrica, mentre tutti tacevano. Molto della sua condanna è dovuto al suo periodo spagnolo, dove Campbell mostra il lato più apocalittico e sensuale della sua opera. Riscopre il cristianesimo e partecipa alla guerra civile, entrambi temi ricorrenti delle sue raccolte successive. Si macchia della vicinanza al franchismo, nonostante il suo antifascismo e la sua vicinanza ideologica più che al movimento del caudillo al carlismo (i reazionari cattolici spagnoli). Nonostante le ambiguità ideologiche il periodo spagnolo produce le poesie più interessanti del poeta afrikaners, paragonabili solo al suo “Flaming Terrapin”, opera sorella del Waste Land di Eliot. Un periodo troppo denso di spunti e capolavori per essere dimenticato in nome della cattiva politica.
Campbell si trasferisce in Spagna dopo il soggiorno in Provenza, viaggiando a Saragoza, Barcellona, stabilendosi a Toledo nel 1935. L’autore proveniva da un periodo di confronto con le liriche di Baudelaire, le suggestioni del simbolismo(“the flowering reeds”), con buona parte della sua raccolta “Mitraic emblems” già scritta. Nella raccolta si può notare l’evoluzione del pensiero e della poetica dello scrittore. Si passa, infatti, da una natura magica e mitica in cui il mistero mitraico, incarnato dal sole ed i suoi raggi(o swords), è il tramite del segreto naturale, ad un sole che diventa il tramite verso una dimensione religiosa. Il sole diventa un ponte verso cristo, che non rinnega, ma carica di senso e sfumature quella natura misteriosa e incantatrice. Una poetica influenzata dalla conversione, sua e della moglie Mary, al cristianesimo cattolico, che alimentato dalle atmosfere atemporali della Toledo degli anni trenta creano nelle opere spagnole di Campbell un incrocio di violenza e sensualità, di religiosità quasi pascaliana rivista sotto la lente del vitalismo. Al suo biografo Pierce dirà “la Spagna mi ha salvato l’Anima”. Proprio in Spagna ritrova quel mondo originario e selvaggio, in ambientazioni di ammaliante hispanidad, come in “After the Horse Fair”.
La Spagna come in Hemigway e Jean Cau diventa un luogo edenico in cui l’uomo si riscopre nella sua piena autenticità. Diventando una seconda casa del poeta. Similarmente ad Hemingway, anche Campbell resta stregato dalla corrida. Dalla sua crudeltà dilettevole in cui l’uomo diventa il protagonista dell’ultima manifestazione del tragico nella società moderna. Ad essa verranno dedicate le poesie “The dead Bull” e “The dead Torero”. Proprio in The dead Torero, il torero diventa un tramite dell’uomo con quel mondo selvaggio ed eterno. Nella sua morte la fine di una tragedia in cui si specchia il destino umano. La sua grazia di attore e simbolo:
Era l’ape, con pericolo per la sua rosa!
Morì per l’improvvisa violenza dei re,
E dall’arena alla Vergine va
Facendo galleggiare il suo mantello. Non ha bisogno di ali.

Roy CampbellUna apoteosi del torero che si rispecchia nelle sorti dei soldati della guerra civile.

La beneamata è una esperienza assoluta per il poeta, che ne segna la vita e l’oblio postumo. Al suo scoppio non prende posizioni, rimanendo nel suo alloggio a Toledo. La guerra entrerà nella sua vita, come una apocalisse. Una rivelazione degli orrori del totalitarismo, religioni laiche con i loro aguzzini e le loro persecuzioni. Persecuzioni che investono i cristiani e i luoghi di culto della cittadina spagnola. Toledo in fiamme tossisce cupe vampe, braci di biblioteche e chiese bruciano in incendi ideologici. Persecuzioni di monaci e roghi di libri sacri. Le icone cristiane distrutte e sostituite dalle icone di Marx e Stalin. In fuga da questa violenza, un gruppo di carmelitani inseguiti da miliziani sanguinari, che setacciano le case civili alla ricerca di religiosi e dei loro testi sacri, pronti per il rogo. Proprio questi monaci carmelitani sono gli ultimi custodi dei manoscritti di San Giovanni della Croce. Tali manoscritti verranno affidati a Campbell, che li proteggerà dalle perquisizioni delle milizie repubblicane. Durante una perquisizione scampa una probabile fucilazione, affidandosi al santo che a detta sua compì “un miracolo”. Per voto ne tradurrà l’opera in lingua inglese. Sorte meno fortunata toccherà ai carmelitani. Trucidati. Vicino ai loro cadaveri la firma della cheka, fatta col loro sangue.
Decide quindi di far parte delle truppe carliste, cattoliche e monarchiche, contro i miliziani. La guerra diverrà lo scenario per una battaglia apocalittica tra spirito e materia, tra dio e il nulla. Centro di questo Armageddon è Toledo, “città sacra” e “della mente”, protagonista della sua “toledo, july, 1936”:
Toledo, quando ti ho visto morire
E ho sentito il tetto del Carmelo schiantarsi
La Croce è rimasta contro il cielo!
La montagna vomitò di sangue,
Mille cadaveri nel diluvio
E brucia, con Atene e con Roma,
città sacra della mente.

Nelle scene della guerra civile si mescolano le ispirazioni delle città decadute e della simbologia biblica. Come in “to the survivors”, dove la spagna bellica sembra lo scenario delle piaghe d’Egitto, tra le locuste ed i fiumi di sangue che annaffiano i “campi d’acciaio”. Immagine biblica che viene ripresa in “the alcazar mined”, dove la fortezza- monastero diventa “the rock of faith” in cui si mostra uno scontro già visto nel “vahalla” e nell’olimpo, la cui pietra è leggera se sollevata dalla forza del coraggio e della fede. La stessa guerra è rappresentata dalla metafora della ruggine in “rust”, dove la guerra è una purificazione crudele. L’uomo davanti alla fragilità e alla violenza che “rode già il prossimo sciame”:
Morirà una razza di uomini stanchi –
E tutto per far germogliare il delicato fiore
Che, pascolando su quella landa devastata,
Un cowboy mastica tra i denti.
Roy Campbell

Dalla violenza e la devastazione l’uomo misura col metro della morte ciò che è più essenziale e che più conta. Alle scene di sensualità religiosa di “to the sun”, del vitalismo, si alterna una compassione per i morti della guerra civile. Ragazze e ragazzi morti oltre l’ultimo “orizzonte di fuoco”. Nel loro sacrificio Campbell vede una identità col divino, vittime che come cristo si sono sacrificate per i peccati del mondo. Nelle poesie di Campbell anche cristo è in uniforme, è con loro all’arrivo del proiettile, mentre scoppia lo sparo nel loro corpo.

Come se il Cristo, il nostro Sire Solare,
Di tanto sangue, di tanto desiderio,
Per saldare un unico cuore di fuoco.
Roy Campbell

Oltre le croci, i monasteri, la guerra civile è mostrata nella sua potenza meccanica. Una potenza scritta col piombo, raccontata tra gli scontri aerei e la guerriglia urbana. Sono i casi di “hot rifles” e “the fight”. In “hot rifles” cecchini in ginocchio come in preghiera iniziano litanie di piombo:
I nostri fucili erano troppo caldi per tenerli
La notte era fatta di acciaio lacerante,
E lungo la strada le raffiche rotolarono
Dove come in preghiera i cecchini si inginocchiano.
Roy Campbell