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Unar nella bufera, Spano si dimette: orge pagate dal Governo Italiano?

spano francesco(Ansa) – L’Unar, Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio, nella bufera dopo le polemiche sui finanziamenti a associazioni gay (clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=L2YthjKHx8A per vedere il servizio) scatenate da un servizio tv delle Iene e il sudo direttore, Francesco Spano (nella foto), si è dimesso dal suo incarico. Nel servizio delle Iene (Matrix del 21 febbraio 2017) si accusa l’Unar di aver finanziato un’associazione di persone omosessuali a cui fanno capo circoli nei quali si praticherebbe prostituzione maschile, e il direttore dell’Ufficio di essere socio di questa stessa associazione e dunque, secondo le accuse, in palese conflitto di interesse.
“Ho deciso di rimettere il mio mandato – spiega Spano – non perché ritenga di avere responsabilità, perché rivendico la piena correttezza del mio operato in questo anno, ma per rispetto al ruolo affidato all’ufficio che fino ad oggi ho avuto l’onore di guidare. Occuparsi di contrasto alle discriminazioni presuppone, infatti, entusiasmo e generosità: due doti che ho provato ad avere sempre in questi mesi e che questa squallida vicenda mi ha tolto”.

L’associazione intitolata a Mario Mieli, omosessuale, coprofago e pedofilo, fa parte dell’Unar della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Gli italiani che pagano le tasse devono sapere che l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si avvale della consulenza dell’Associazione Mario Mieli (nella foto), il fondatore del movimento omosessuale italiano, scrittore e autore nel 1977 del celebre “Elementi di critica omosessuale” che divenne un fondamento dei cosiddetti “lavaggi del cervello”, ovvero delle teorie di genere in Italia: approccio psicologico e antropologico dell’omosessualità (con quali competenze?), giudicato “pietra miliare per un’intera generazione di militanti gay”.

Travestito a scuola
Mieli in gioventù usava vestire quasi sempre con abiti femminili, andava truccato a scuola, saliva sugli autobus nudo sotto una pelliccia, indossava i gioielli di famiglia, non a caso il professor Zapparoli, lo psichiatra che lo aveva in cura, aveva diagnosticato una sindrome maniaco-depressiva con connotazioni schizoidi. Frequentò esponenti del movimento gay inglese e fondò nel 1971 la prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, chiamata “FUORI!” (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano). Si staccò da essa nel 1974 perché l’associazione si fece inglobare dai soliti approfittatori del Partito Radicale, lui invece non era convinto che si dovesse passare dalla politica per cambiare il mondo (e su questo aveva ragione).

Era un “mangiamerda”
La caratteristica per cui è spesso ricordato è stata la coprofagia, ovvero l’hobby sessuale di mangiare i propri escrementi. Famosa è la sua esibizione pubblica all’Ompo’s, durante la quale si esercitò in questi atti (anche con gli escrementi del suo cane). Il poeta gay Dario Bellezza (morto di AIDS) ironizzò così: “A Mario non è rimasto altro che mangiar la merda per far parlare di sé”. Morì suicida nella sua abitazione di Milano, nel 1983 a soli 30 anni, dopo l’ennesimo periodo di depressione. A lui è intitolato il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, sorto a Roma nello stesso anno della morte da suoi estimatori, che lo ricorda così: “Si esibì più volte gustando merda e bevendo il proprio piscio pubblicamente come a fornire un supporto umano e pesante ai prodotti più nascosti e più inumani dell’uomo; come a farsi forte di quella merda con cui una società bigotta, borghese e clericale aveva tentato di coprirlo”.

Mieli era notoriamente anche necrofilo
Il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Italiano, “Liberazione”, lo ha celebrato più volte. L’11 marzo 2008 ha riassunto così la sua biografia: “Vestiti da donna, teatro d’avanguardia, teoria, militanza, droga, coprofagia. Venticinque anni fa, il 12 marzo 1983, usciva volontariamente di scena, suicida a 31 anni, il più grande intellettuale queer italiano”. L’articolo è scritto da un suo ammiratore – di cui per pietas cristiana omettiamo il nome – che ha onorato le gesta di una “dimensione esemplare e quasi mitica, sfaccettature di una coraggiosa e coerente complessità”. Il suicidio di Mieli viene definito un “capolavoro di estremo narcisismo o esempio di masochismo che può sublimare, se usato politicamente, l’istinto di morte della Norma eterosessuale”.

La Norma eterosessuale
La Norma eterosessuale significava per Mieli – probabilmente segnato dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico e dall’effetto di droghe di cui abusava – la rimozione dell’omosessualità e della femminilità da ogni uomo, perché “la dimensione di una transessualità originaria e profonda, costituisce la cifra essenziale dell’Eros di ciascun individuo”. Lui ha introdotto il concetto per cui “la Norma eterosessuale castra il desiderio attraverso l’educazione, producendo una società di adulti monosessuali, repressi, intrinsecamente omofobi e per questo votati alla guerra”. In poche parole, per l’icona gay italiana “ogni uomo si trova a dover fare i conti con il frocio e con la donna repressi dentro di lui”, che Mieli invita ad accettare, accogliere e liberare.
“Fissarsi” su “un singolo oggetto sessuale” (cioè, per oggetto si intende solo l’uomo o solo la donna) è – secondo Mieli – “un limite, un sintomo di repressione, di rimozione della naturale disposizione transessuale”. Bisognerebbe aprirsi sessualmente ad ogni “oggetto”, dagli uomini agli animali e, perché no, fino ai propri escrementi. Solo così non si sarebbe repressi e omofobi. “Una posizione, questa, che scandalizza ancora oggi”, si lamenta il suo ammiratore su “Liberazione”.

L’uomo è un transessuale
Le perversioni più assurde servono proprio per “restituire agli individui la condizione originaria di transessualità, ovvero la libera e gioiosa espressione della pluralità delle tendenze dell’Eros”. Esse, secondo lo slogan da lui coniato, “Mens sana in corpore perverso” (sbagliando pure il latino), “sono tappe inevitabili, lungo il cammino dell’Eros e dell’emancipazione per la rottura di ogni tabù”. L’ammiratore di Mieli scrive con stile mistico-religioso: “Elogio della merda come grimaldello che apre le porte dell’armonia, come supremo vessillo della liberazione, come fonte di ricchezza accessibile a chiunque, come comunione sublime per un’iniziazione scandalosa, per una conoscenza schizofrenica e divergente. Il Mieli “alchemico” dell’ultima parte della sua vita narra un’esperienza magico-erotica che lo vede protagonista insieme al suo fidanzato: la celebrazione di un rito di “nozze alchemiche”, con la preparazione e l’assunzione di un pane “fatto in casa”, un dolce nel cui impasto confluivano non solo merda, sangue e sperma, ma anche ogni altra secrezione corporale, dalle lacrime al cerume. Perché? “L’abbiamo mangiato – dice Mieli – e da allora siamo uniti per la pelle. Pochi giorni dopo le nozze, in una magica visione abbiamo scoperto l’Unità della vita. Era come se non fossimo due esseri disgiunti, ma Uno; avevamo raggiunto uno stato che definirei di comunione”. Forse è per questo che non pochi psicologi hanno cominciato a parlare di “terapie riparative”?

Pedofilo
Anche in Mieli ritorna il pensiero della pedofilia, come nel movimento omosessuale americano Nambla. Si legge nell’articolo di “Liberazione”: “Il bambino è, secondo Mieli, l’espressione più pura della transessualità profonda cui ciascun individuo è votato. È l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros”. Secondo l’articolista del quotidiano comunista, questo è un “discorso eversivo e scomodo oggi più che mai, in una società attanagliata dal tabù che investe senza appello il binomio sessualità-infanzia, ossessione quasi patologica che trasforma il timore della pedofilia in una vera e propria caccia alle streghe”. Anche i bambini dovrebbero fare sesso, secondo Mieli, perché l’Eros, “se lasciato libero di esprimersi, può fondare una società diversa da quella in cui viviamo. Sicuramente più libera”. L’adozione gay, invece, potrebbe «inculcare nel bambino i valori di una sessualità più vicina al potenziale transessuale originario?”, ci si domanda su “Liberazione”.

Pregiudizi cristiani
I valori cristiani e quelli familiari naturali, secondo Mieli sono “pregiudizi di certa canaglia reazionaria” che, trasmessi con l’educazione, hanno la colpa di “trasformare il bambino in adulto eterosessuale”. I pedofili invece possono “liberare” i bambini: “Noi checche rivoluzionarie – ha scritto l’icona gay italiana – sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, si, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega” (da “Elementi di critica omosessuale”, 1977).

Queste cose sono adottate come fondanti della teoria gender e della legge sulla Buona Scuola che prevede il suo insegnamento fin dall’asilo.

Non guardate il Festival di Sanremo, ribellatevi

Red – Pubblichiamo con piacere il Comunicato Stampa diramato dalle Sentinelle in Piedi per lanciare la veglia di sabato 11 febbraio a Sanremo. Una città simbolo dell’orgoglio musicale italiano, che ora si trova invece a ospitare una becera propaganda Lgbt (a spese nostre). Seguiranno il 18 e il 19 le veglie di Napoli e Verona.
Chiamereste in casa vostra un trafficante di esseri umani? Fareste accomodare sul divano una persona che ha stipulato un contratto per comprare un bambino? Sareste disposti a pagare per farvi un caffè con un uomo che ha commesso un reato e non solo non è pentito, ma si prepara a rifarlo? Attenzione se la risposta è no, perché questo è quello che vedremo al Festival di Sanremo.
Il solco della propaganda dei festival condotti da Carlo Conti è tracciato. Nel 2015 ospite della seconda serata è Conchita Wurst (nella foto con Conti), all’anagrafe Thomas Neuwirth, uomo vestito da donna che si definisce trans e che solo per questo – senza nessun merito artistico – è stato chiamato. Sempre lo stesso anno Conti ha dato spazio a due uomini che in diretta, sul primo canale del servizio pubblico, hanno raccontato “il loro amore” e al duo comico Luca e Paolo che hanno “celebrato” un matrimonio al grido di “Essere gay è ok”.
L’anno successivo, sul palco dell’Ariston, abbiamo visto cantare gran parte dei cantanti con un nastrino arcobaleno, simbolo dei cosiddetti diritti gay (termine che non ha riscontri nella realtà e che ci rifiutiamo di usare poiché svilisce le persone), gesto che ci hanno presentato come spontaneo quando chiunque sa che in una delle produzioni televisive italiane più costose dell’anno anche il più piccolo dettaglio è sapientemente studiato. Non solo. Sempre nel 2016 tra i big c’erano Elton John e Nicole Kidman, entrambi scritturati a suon di migliaia di euro dei contribuenti unicamente perché hanno deciso di commissionare, produrre e comprare dei bambini tramite l’abominevole pratica dell’utero in affitto che schiavizza le donne e rende i bambini merce. Fatti per cui andrebbero perseguiti dalla legge italiana che considera questa pratica illegale.
Quest’anno sta per accadere la stessa cosa. Carlo Conti ha invitato Ricky Martin, cantante portoricano che 8 anni fa si è procurato due bambini con la medesima pratica e ha annunciato che presto lo rifarà perché “vuole altri bambini” con l’uomo che ha intenzione di “sposare” nel 2017.
Ma c’è un altro big che vedremo al festival di Sanremo quest’anno e che ha annunciato che ricorrerà alla stessa pratica illegale: Tiziano Ferro. Il cantante ha dichiarato di voler un figlio, anche da solo, e di aver già avuto diversi incontri in California per capire gli aspetti burocratici del contratto.
Rai Uno tra meno di una settimana pagherà profumatamente con i nostri soldi almeno due uomini che hanno annunciato che presto schiavizzeranno una donna per farle produrre un bambino, compreranno il prodotto finito strappandolo a colei che l’ha portato in grembo nove mesi e se lo porteranno in Italia chiamandolo figlio.
È accettabile tutto questo?
Al direttore artistico del Festival, a Carlo Conti e a Maria De Filippi, al direttore di Rai Uno e alle autorità italiane noi vogliamo ribadire che la pratica dell’utero in affitto nel nostro paese è illegale e quindi andrebbe punita, non celebrata e meno che meno pagata con i soldi dei contribuenti.
Le donne non sono dei grembi da schiavizzare e i bambini non sono merce.
Per questo scendiamo in piazza a pochi metri dal Teatro Ariston e col nostro silenzio diremo che le Sentinelle in Piedi non sono disposte ad accettare che un reato venga nuovamente celebrato come un progresso in diretta televisiva.
Un giorno questi bambini ci chiederanno dove eravamo mentre loro, piccini, venivano strappati alla mamma e trattati come un oggetto. Quindi chiediamo agli italiani: sarete pronti a rispondere a questa domanda?
Se non volete essere complici, scendete in piazza con noi:
SABATO 11 FEBBRAIO 2017
alle ore 15.00 in corso Imperatrice a SANREMO
Con la nostra presenza ferma e silenziosa ribadiremo quello che il pensiero unico non vuole sentire, ossia che esiste un bene e un male e al male non c’è altra reazione possibile di quella di alzarsi in piedi e dissentire.
Altri appuntamenti delle Sentinelle in Piedi:
– NAPOLI, sabato 18 febbraio ore 18, via Scarlatti
– VERONA, domenica 19 febbraio ore 16, piazza dei Signori
Su facebook: Sentinelle in piedi – info@sentinelleinpiedi.it
A noi templari piace aggiungere l’illuminante frase di Gilbert Keith Chesterton, che dice: “Fuochi saranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, il resto aggiungetelo voi.
Se siete genitori normali, ovvero marito e moglie, uomo e donna, e se avete un po’ di tempo, vi consigliamo di cliccare sul fotogramma sopra e seguire la splendida conferenza di Elisabetta Frezza sul tema gender.
Non bisogna arrendersi.

Arrestato il tunisino dell’Isis che reclutava terroristi in Italia

Il terrorista tunisino Moez Fezzani, 46 anni, conosciuto come Abu Nassim e considerato tra i reclutatori dell’Isis in Italia, è stato arrestato in Sudan. Lo si apprende in ambienti dell’antiterrorismo. Avrebbe fatto parte, tra il ’97 e il 2001, di una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano che reclutava uomini da inviare nei Paesi in guerra. Nel 2014 è stato condannato definitivamente a 6 anni a Milano per associazione per delinquere con finalità di terrorismo.
La sua storia è un’incredibile sequela di processi, fughe, latitanze e combattimenti. Finito inizialmente nell’inchiesta milanese, era stato condannato in contumacia. Nel ’97 aveva infatti lasciato l’appartamento in via Paravia 84 a Milano, considerato un covo di reclutatori di al Qaeda, per finire in Pakistan, dov’era stato arrestato con documenti falsi mentre, sostiene l’Antiterrorismo italiano, era in attesa di due afghani per entrare in un centro di addestramento in Afghanistan.
Nel 2007 era finito in un’altra inchiesta per terrorismo internazionale sempre condotta da Milano. Ma di lui si erano perse le tracce per anni. Era stato rintracciato nel 2009 quando, si era scoperto, era detenuto a Guantanamo dopo aver passato i precedenti sette anni nel carcere americano di Bagram in Pakistan.
Fatto rientrare in Italia con un accordo tra Italia e Usa, era stato processato. Ma nel 2012 viene assolto dalle accuse della seconda inchiesta. Espulso in Tunisia perché considerato pericoloso, è di nuovo in fuga. Nel frattempo viene condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per la prima inchiesta.
Poco dopo alcune carte trovate a Sirte in un covo dell’Isis lo danno come reclutatore in Lombardia e uno dei capi dello Stato Islamico in Libia dove gestisce campi di addestramento dei mujaheddin. Nell’estate del 2013 raggiunge la Siria per poi rientrare nuovamente in Libia per l’organizzazione degli attentati al Museo del Bardo e all’Hotel Imperia di Sousse.
Qualche mese fa la notizia della sua cattura in Libia viene in seguito smentita dall’Antiterrorismo. Ora la nuova notizia dell’arresto, questa volta in Sudan.

Papa Francesco ha la memoria corta

Dalla Segreteria Generale SMOT – Papa Francesco afferma che “solo la pace è santa, e non la guerra” ma, evidentemente non ha letto bene il vecchio testamento, un libro violento, anzi, truculento. E la domanda è: Yahweh è Dio come dicono i discendenti di Giacobbe e i Cattolici che non sanno, o è un comandante militare? Per chi scrive Yahweh è un generale. E nonostante ciò Francesco sulla piazza della basilica inferiore ad Assisi, attorniato da centinaia di leader delle maggiori religioni del mondo, patriarchi e pastori, rabbini e imam, scintoisti e buddisti, ha spiegato che “Dio è Dio di pace”. Quale Dio? Quello del vecchio o del nuovo testamento? Perché fra i due non c’è molto in comune e, anzi, sono spesso in aperta antitesi. Ma Francesco afferma che non esiste un dio di guerra: “Quello che fa la guerra è il maligno, è il diavolo, che vuole uccidere tutti”; e anche qui non la dice tutta perché il Dio di cui parla lui è solo quello dei Vangeli e non l’altro, Yahweh.
Yahweh, una persona in carne ed ossa
Per capire chi era Yahweh, che i cristiani si ostinano a identificare come Dio Padre Onnipotente e invece è solo un semplice Elohe (il singolare di Elohim), iniziamo a leggere quello che c’è scritto nel vecchio testamento (testo masoretico). È descritto come un essere in carne ed ossa che dimorava insieme agli ebrei, prima nel deserto durante la fuga dall’Egitto e poi nel tempio costruito da Salomone. Era vivo e mangiava tutti i giorni, pretendendo che fossero i sacerdoti, cioè i suoi camerieri, a toccare il cibo che gli portavano: “Yahweh disse a Mosè: devi dire ad Aronne che nessuno della tua discendenza che sia portatore di un difetto dovrà mai portare il nutrimento a me… né un cieco, né uno zoppo, né uno che abbia una qualche mutilazione o malformazione, né uno che abbia difetti ai piedi o alle mani, né un gobbo, né un nano, né uno che abbia una malattia agli occhi o sia affetto da scabbia o da piaghe purulente o uno che abbia i testicoli ammaccati… chi ha un difetto non si avvicini all’altare” (Levitico: 21; 17). D’altronde, della presenza fisica a Gerusalemme e nel Tempio di Salomone degli Elohim e di Yahweh è dimostrato in maniera incontrovertibile da ciò che scrive Giuseppe Flavio nel suo libro “La Guerra Giudaica” (Libro VI, cap. 5, 296-299): “Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; (297) e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono (…). (298) Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. (299) Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una  scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: Da questo luogo noi ce ne andiamo”.
Il dio del vecchio testamento pensava solo a se stesso e alla guerra
Se è vero che Flavio ha visto quei carri celesti levarsi in cielo è altrettanto vero che dentro quelle macchine volanti c’era Yahweh e i suoi dei (Elohim). Tutto ciò significa che loro non tenevano in nessun conto la presunta alleanza col popolo di Israele. Infatti leggendo gli antichi testi si capisce come Yahweh in verità non amasse il suo popolo, di cui era un padrone spietato, vendicativo, disposto a tutto pur di mantenere il potere, come altri Elohim (gli dei) che governavano altre aree come l’Egitto, il Sumer, quindi la Grecia, l’Arcadia e poi Roma. Yahweh si serviva del suo popolo per compiere massacri. A questo proposito si legge: “Yahweh disse a Mosè: Compi la vendetta degli Israeliti contro i Madianiti, poi sarai riunito ai tuoi antenati. Mosè disse al popolo: Mobilitate fra di voi uomini per la guerra e marcino contro Madian per eseguire la vendetta del Signore su Madian. Manderete in guerra mille uomini per tribù di tutte le tribù d’Israele. Così furono forniti, dalle migliaia d’Israele, mille uomini per tribù, cioè dodicimila uomini armati per la guerra. Mosè mandò in guerra quei mille uomini per tribù e con loro Pincas, figlio del sacerdote Eleazaro, il quale portava gli oggetti sacri e aveva in mano le trombe dell’acclamazione. Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. Uccisero anche, oltre i loro caduti, i re di Madian Evi, Rekem, Sur, Ur e Reba cioè cinque re di Madian; uccisero anche di spada Balaam figlio di Beor” (Numeri: 31). Non basta: “I sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città. La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati. Solo guardatevi da ciò che è votato allo sterminio, perché, mentre eseguite la distruzione, non prendiate qualche cosa di ciò che è votato allo sterminio e rendiate così votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli portiate disgrazia. Tutto l’argento, l’oro e gli oggetti di rame e di ferro sono cosa sacra per il Signore, devono entrare nel tesoro del Signore” (Giosuè: 6; 16-24).
Sacrifici umani e distruzione di idoli in nome di Yahweh
Yahweh si faceva offrire in sacrificio i primogeniti: “Non ritarderai l’offerta di ciò che riempie il tuo granaio e di ciò che stilla dal tuo frantoio. Il primogenito dei tuoi figli lo darai a me. Così farai per il tuo bue e per il tuo bestiame minuto: sette giorni resterà con sua madre, l’ottavo giorno me lo darai” (Esodo: 22; 28-29).
Odiava a morte gli altri dei e comandava ai suoi di far loro la guerra e distruggere i loto templi. È curioso notare, a questo proposito, che nel 2001 i talebani hanno fatto saltare in aria i Budda di Bamiyan, statue alte 53 e 35 metri, scavate nella roccia. Alcuni mesi fa i miliziani jihadisti dello Stato Islamico hanno distrutto l’Arco di Trionfo di Palmira, simbolo dell’antica città siriana. Tutto il mondo ha criticato tali incomprensibili atti vandalici. Ma Yahweh ordinò a Mosé: “Distruggerete i loro altari, spezzerete le loro steli e taglierete i loro pali sacri. Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso. Non fare alleanza con gli abitanti di quel paese, altrimenti, quando si prostituiranno ai loro dei e faranno sacrifici ai loro dei, inviteranno anche te: tu allora mangeresti le loro vittime sacrificali. Non prendere per mogli dei tuoi figli le loro figlie, altrimenti, quando esse si prostituiranno ai loro dei, indurrebbero anche i tuoi figli a prostituirsi ai loro dei. Non ti farai un dio di metallo fuso” (Esodo 34,13-17). È chiaro che questo dio degli Ebrei non sembra essere quello dei cristiani: onnipotente, misericordioso, lento all’ira; ma il suo esatto contrario.
Un dio presente fra gli uomini
Inoltre, come abbiamo visto, pur essendo un essere divino (ma anche noi uomini, se vogliamo, siamo esseri divini fatti di spirito e materia), Yahweh non è solo spirito, esattamente come tutti gli Elohim, che sono equiparabili agli Dei ipercosmici (cioè “al di là del Cosmo”, quindi Dei risiedenti nell’Iperuranio, l’insieme dei Mondi superiori, il Paradiso) o Iperuranici del Neoplatonismo. Era essenzialmente un governatore militare del popolo che gli era stato affidato al quale ordinava continuamente di far guerra a tutti per allargare i suoi domini. Il vecchio testamento è un libro di guerra. La guerra vi è descritta come atto salvifico e legittimo in moltissimi passi: “Alla mattina per tempo Làbano si alzò, baciò i figli e le figlie e li benedisse. Poi partì e ritornò a casa. Mentre Giacobbe continuava il viaggio, gli si fecero incontro gli angeli di Dio. Giacobbe al vederli disse: Questo è l’accampamento di Dio;  e chiamò quel luogo Macanaim” (Genesi: 32). In questo passo è indicato chiaramente che gli angeli sono dei soldati e Yahweh si trova in un accampamento militare. Non solo, perché continuando a leggere si viene a sapere di una guerra imminente e di altri accampamenti militari: “I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini. Giacobbe si spaventò molto e si sentì angosciato; allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli. Pensò infatti: Se Esaù raggiunge un accampamento e lo batte, l’altro accampamento si salverà” (Genesi 32; 7 e seg.). La guerra per Yahweh era un fatto normale, acquisito, del tutto lecito, in quanto i popoli erano stati divisi e iniziarono subito ad ammazzarsi reciprocamente in nome di dio: “Quando l’Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell’uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli Israeliti” (Deuteronomio 32; 8). Nel vecchio testamento si parla di guerra in ben 262 passi diversi.
Il nostro Dio
Il Dio dei cristiani, a differenza del dio degli ebrei, Yahweh, porta un’altra guerra, quella della conversione: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera“. (Vangelo secondo Luca: 12; 51 e seg.).
Secondo me la Chiesa dovrebbe fare chiarezza e disconoscere una volta per tutte il vecchio testamento. Basta leggerlo bene per capire che non ha niente a che fare con la religione cristiana e coi  Vangeli di Cristo, il nostro vero ed unico Dio.
Yahweh lasciamolo pure agli ebrei e Allah agli arabi.
Sono un’altra cosa. Sono dei che non ci riguardano.
“E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dei sia nel cielo che sulla terra, e difatti ci sono molti dei e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (San Paolo, Lettera ai Corinzi 1; 8: 5,6).

LA SALVEZZA DEI CRISTIANI POTREBBE ESSERE LEFEBVRE

Lefebvre MarcelRoma – Secondo fonti molto accreditate papa Francesco starebbe per allacciare fortissimi legami di collaborazione con gli ex-scismatici della Fraternità sacerdotale San Pio X fondata da Marcel Lefebvre, morto nel 1991. Dopo l’incontro riservato tra il successore del vescovo ribelle monsignor Bernard Fellay (nella foto) e Papa Francesco dell’aprile scorso, la questione della riammissione piena degli ex-scismatici, condannati da Giovanni Paolo II ai quali Benedetto XVI ha tolto la scomunica nel 2009, è tornata di attualità. Fellay parlando con alcuni giornalisti francesi a Puy-en-Velay nell’Alta Loira dopo aver celebrato una messa per circa 4.000 pellegrini tradizionalisti, ha assicurato che il colloquio “ha rinsaldato i legami tra la Fraternità e la Sede Apostolica” e lo ha definito “una gioia”. Che qualcosa si stia muovendo lo ha confermato anche monsignor Guido Pozzo, il segretario della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”, costituita dal Vaticano per occuparsi della delicata trattativa, il quale ha confermato che l’incontro “si colloca proficuamente nel contesto del cammino della Fraternità verso la riconciliazione che avverrà con il riconoscimento canonico dell’Istituto”. Monsignor Pozzo ha detto all’agenzia “Zenit” che i Lefebvriani dovranno aderire alla Professione di fede, al vincolo dei sacramenti ed alla comunione gerarchica con il Romano Pontefice. L’accordo sembra molto vicino e qualcuno dice che sia già stato sottoscritto anche se deve essere ancora definito per quanto riguarda l’adesione alle decisioni del Concilio Vaticano II, l’ecumenismo e la liturgia, ma potrebbe darsi che Francesco accetti delle deroghe specifiche con uno status speciale, una sorta di riconoscimento come Prelatura personale, cioè una diocesi senza territorio sull’esempio dell’Opus Dei, o il cosiddetto “Ordinariato”, con minore libertà canonica di manovra, sull’esempio di quello autorizzato da Benedetto XVI per gli anglicani che chiedono di tornare in comunione con Roma. Un segnale importante dell’avvicinamento fra i Lefebvriani e la Chiesa Cattolica Romana ci viene anche da una lettera inviata dallo stesso Pontefice al vescovo Rino Fisichella coordinatore del Giubileo, in cui si concede ai seguaci di monsignor Lefebvre la facoltà di confessare validamente per cui  non si esclude che, molto presto, il Vaticano riconosca tutti i sacramenti celebrati dai sacerdoti della Fraternità.

QUALE DIO? ALLAH, YAHWEH, O IL PADRE?

fallaci_orianadi Andrea Guenna – I musulmani entrano per pregare nei templi cristiani anche se, a quanto è dato sapere, non succede il contrario. Cioè non siamo in regime di reciprocità. Preti e imam pregano insieme i loro dei, e per me, che sono ancora cristiano, cade l’ennesima certezza. Forse l’ultima. E ciò che resta dopo quella potrebbe essere il nulla, l’assenza totale di Dio. San Paolo ammoniva inutilmente: “E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dei sia nel cielo che sulla terra, e difatti ci sono molti dei e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (Lettera ai Corinzi 1; 8: 5,6). Ma i preti, invece di combattere per difendere la fede e Dio, cedono le armi e si fidano degli esseri più inaffidabili della storia dell’umanità: gli arabi. Si fidano di chi segue la dottrina d’un volgare pedofilo, ladro e assassino come Maometto che starà bruciando tra le fiamme dell’inferno, se c’è l’inferno.
“Un arabo buono è un arabo morto” dicevano i cavalieri templari che di Islam e di arabi si intendevano assai, e noi invece, gli arabi li facciamo entrare nelle nostre chiese per profanarle.
Siamo quindi all’Anticristo? Forse sì e, se siamo arrivati al punto che i divorziati risposati – che si erano sposati in chiesa – non sono più scomunicati, vuol dire che il giuramento di fedeltà al consorte fatto solennemente davanti a Dio, non vale niente, quindi Dio non esiste.
Oppure, se vale quel giuramento, i preti, avallando il sacrilegio d’un giuramento infranto col divorzio, sono apostati e il papa è l’Anticristo perché con tutto ciò si nega il miracolo della Transustanziazione nel momento in cui i divorziati fanno la Comunione.
Ed ecco che tutto, ormai, è solo una burletta, vero Franceschiello? Vero Bagnasco? Vero Bertone?
E non dobbiamo stupirci se Ratzinger – l’unico, vero papa – ha abbandonato il campo. Benedetto XVI si è ritirato – come aveva fatto molti secoli fa il papa templare Celestino V – inascoltato e frainteso dopo che, a proposito del dialogo con l’islam, aveva invitato i cristiani a non esimersi dall’indicare ai musulmani quanti danni nella loro storia abbia fatto la separazione della fede dalla ragione e mostri come questa separazione porti inevitabilmente alla violenza.
Ora, questa Chiesa che presta più attenzione alle famiglie omosessuali che a quelle normali, che non si ribella alla pratica dei figli fabbricati in laboratorio, che accoglie in chiesa l’Islam ma non i cavalieri templari che in chiesa non possono entrare se non sotto mentite spoglie, che dimentica gli oltre 500 martiri cristiani del terzo millennio appena cominciato, uccisi in massima parte proprio dai musulmani, cede penosamente alla paura.
Non ha aspettato che, prima di aprire le porte del Tempio, vi fosse da parte dell’Islam la condanna chiara e inequivocabile dell’operato dell’Isis, una condanna che l’Islam non ha fatto e che, forse, non può fare perché l’Isis è l’Islam, è il Corano, è Maometto.
Dopo l’undici settembre Oriana Fallaci (nella foto) scrive: “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia. […] Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo, ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogare dentro lo stagno, è contro ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenire è contro ragione. E contro ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.
E ancora, rivolta ai preti e ai progressisti come la nostra Boldrini, Fallaci spiega: “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà? E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.
C’erano i monaci guerrieri, i templari, che hanno combattuto l’Islam. Il re di Francia Filippo il Bello con la complicità del papa Clemente V li ha mandati al rogo, e oggi che sono tornati (www.smodelt.org) i preti non li fanno entrare neppure in chiesa mentre accolgono i musulmani.
E io non ne posso più, ma prego il Signore di darmi la forza per andare avanti.
Ma per quanto ancora?
Ad Maiorem Dei Gloriam.

QUESTA CHIESA DI IPOCRITI PREFERISCE ACCOGLIERE GLI IMAM CHE NOI TEMPLARI

papa e imamdalla Segreteria Generale SMOT – La pazienza di noi templari è molta, ma altrettanto è l’amarezza. Dopo che il nostro Ordine, rinato legittimamente nel 2006, rifondato dal professor Gianluigi Marianini a Vicoforte di Mondovì, mantiene la regola di San Bernardo e lavora sul Vangelo di San Giovanni, dopo che i nostri cavalieri diventano monaci facendo voto di obbedienza, povertà e castità, dopo che promettono solennemente di difendere i cristiani e la cristianità anche a costo della vita, dopo aver riconquistato nove secoli fa Gerusalemme e averla difesa per due secoli consentendo ai cristiani di oggi di poterla considerare anche la loro Città Santa, dopo che, tra il XII ed il XV secolo (nella penisola iberica i Templari hanno continuato a combattere come Ordo de Cristo) in Spagna e Portogallo hanno ricacciato i Mori al di là dello stretto di Gibilterra, dopo che, nel XVII secolo, il Cripto Templare Eugenio di Savoia Soisson ha liberato l’Europa dal giogo ottomano, dopo che migliaia di confratelli sono morti per difendere i preti e i vescovi, oggi quegli stessi preti e vescovi ci voltano le spalle e preferiscono, per paura e per vigliaccheria, accogliere in chiesa al nostro posto i musulmani che sono stati e sono i carnefici dei cristiani e di noi templari. Come se non bastasse, tre anni fa, in occasione della Santa Messa in suffragio del nostro fondatore Gianluigi Marianini all’anniversario della sua morte, il 25 gennaio, monsignor Bessone, rettore del Santuario di Vicoforte ci ha negato di entrare in chiesa con la nostra mantella crociata come era nella nostra consuetudine. Ma i musulmani no, loro possono entrare coi loro paramenti. Ai preti questo va bene. E veramente ci chiediamo se abbia ancora senso combattere per questa Chiesa, per questi preti, o è meglio andare per la nostra strada.
Forse Gesù preferisce che abbandoniamo il regno di Satana che è annidato in Vaticano.
Ricordiamo San Paolo quado scrive “Rivestitevi dell’intera armatura di Dio per poter essere forti contro le insidie del diavolo poiché il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti” (Efesini, 6).
E ai preti, ai vescovi, agli arcivescovi, ai cardinali e al papa ricordiamo San Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità” (Matteo 23, 27).
Ad Maiorem Dei Gloriam.

GLI DEI NON SONO TUTTI UGUALI, NOI CRISTIANI NE ADORIAMO SOLO UNO

ramadan_in_parrocchiadalla Segreteria Generale SMOT – Mentre la chiesa e i preti predicano l’accoglienza, ci si dimentica che noi cristiani adoriamo l’unico Dio, e suo figlio Gesù, Dio fatto uomo, generato e non creato (quindi non è un  Eone come vorrebbero gli gnostici), mentre Yahweh e Allah sono un’altra cosa, dei anche loro, ma non vero Dio. Sono forse Elohim, cioè “dipendenti diretti” dell’Altissimo, a libro paga come Satana, il nostro “sparring partner”, ma non sono Dio. E invece i nostri preti, che sono in gran parte impreparati, interpretano l’accoglienza come accettazione supina della religione degli altri, cioè dei pagani di chi crede in dei secondari e non in Dio, il Dio cristiano e non degli ebrei (altro errore marchiano dell’alto magistero della Chiesa). Infatti il dio degli  ebrei, Yahweh, nel Vecchio Testamento è descritto come un essere in carne ed ossa che dimorava insieme agli adam (sumeri-ebrei), prima nell’Eden, poi nel deserto durante la fuga dall’Egitto e poi nel Tempio costruito da Salomone. Addirittura, nel Vecchio Testamento si legge che  “il dio degli ebrei” era vivo e mangiava tutti i giorni, pretendendo che fossero i sacerdoti, cioè i suoi camerieri, a toccare il cibo che gli portavano. E lo accudivano. Nel testo masoretico (l’unico che sta in piedi delle duemila versioni del Vecchio Testamento) si legge: “Yahweh disse a Mosè: devi dire ad Aronne che nessuno della tua discendenza che sia portatore di un difetto dovrà mai portare il nutrimento a me… né un cieco, né uno zoppo, né uno che abbia una qualche mutilazione o malformazione, né uno che abbia difetti ai piedi o alle mani, né un gobbo, né un nano, né uno che abbia una malattia agli occhi o sia affetto da scabbia o da piaghe purulente o uno che abbia i testicoli ammaccati… chi ha un difetto non si avvicini all’altare” (Lev.: 21; 17). I preti, invece di parlare con un sorriso falso ed il collo torto, e invece di compiere errori imperdonabili per un Sacerdote, dovrebbero stamparsi nella testa le Lettere di San Paolo per tornare lungo la via perduta: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita” e, come fece il nostro confratello Dante Alighieri, rimettersi, come si suol dire, “in carreggiata” dopo essere discesi agli inferi. San Paolo dice: “E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dei sia nel cielo che sulla terra, e difatti ci sono molti dei e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (Lettera ai Corinzi 1; 8: 5,6). Dobbiamo convertire gli infedeli prima di accoglierli. Ad Maiorem Dei Gloriam.

ISIS IN RITIRATA IN LIBIA

bandiera libicaBeirut (Giordano Stabile – La Stampa) – La provincia libica del Califfato si sta dissolvendo. I combattenti dell’Isis si sono ritirati di centinaia di chilometri in pochi giorni, di fronte all’attacco a tenaglia da Ovest delle milizie di Misurata e da Est delle Guardie petrolifere. Le prime dopo aver sfondato ieri mattina le linee di difesa a una ventina di chilometri da Sirte si sono spinte fino al Centro congressi di Ouagadougou, il faraonico complesso voluto da Gheddafi per suggellare il suo ruolo di leader dell’Africa e trasformato in quartier generale dall’Isis. Gli irriducibili islamisti hanno cercato di resistere con cecchini piazzati sui tetti. Ma raid aerei condotti dall’aviazione libica li hanno costretti a ritirarsi. La liberazione completa della città, secondo Mohammed al-Ghasri, portavoce di Misurata, è questione di due o tre giorni. I jihadisti hanno perso il controllo di tutti i punti di ingresso in città e dei sobborghi, compreso il famigerato incrocio di Zafrana dove venivano esposti i corpi dei prigionieri torturati e uccisi con le loro tute arancioni. L’impalcatura, che reggeva in origine pannelli pubblicitari, è stata demolita. Da Est avanza invece la Guardia petrolifera che, come Misurata, ha giurato fedeltà al governo di unità nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Ieri ha preso la città di Harawa a 70 chilometri dalla capitale dello Stato islamico in Libia. È stata l’ultima città controllata a lungo dagli islamisti a cadere, dopo la presa di Abu Grain a Ovest e Nawfaliyah a Est. A questo punto il dominio del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi in Libia, dove era arrivato a controllare 250 chilometri di costa, è ridotto a pochi quartieri di Sirte. Per i sopravvissuti tutte le vie di fuga sono chiuse perché anche la marina libica partecipa alla battaglia e controlla porti e spiagge. Negli scontri degli ultimi tre giorni sono morte decine di uomini di Misurata, almeno 15 solo ieri, e centinaia sono rimasti feriti. Al Sarraj ha chiesto alla comunità internazionale aiuti per le cure. L’ospedale di Misurata non è più in grado di ricoverare nessuno e alcuni feriti sono già stati portati via aereo in Italia e Turchia. Fra i caduti c’è anche il comandante della Brigata 166 di Misurata, Mohamed Husan al-Madani, e il leader del movimento degli avvocati libici, Abdel- Rahman al-Kissa, ex ministro dei feriti e delle famiglie dei martiri nel governo transitorio del primo ministro ad interim Abdel Rahim al-Kib.