Category: Templari

Santa Messa – Chiesa di San Paolo – Lido degli Estensi (FE) 12.07.2020

(da templarioggi.it) – I Templari Cattolici partecipano alla Santa Messa e svolgono servizio volontario di custodia della copia della Sacra Sindone esposta nella Chiesa di San Paolo a Lido degli Estensi in provincia di Ferrara.
I Templari Cattolici partecipano sempre in piedi, in segno di prontezza e protezione, agiscono nella gioia con l’esempio e la dedizione alla salvaguardia del Tempio del suo Corpo nel Santissimo Sacramento dell’altare.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam!

Custodia della Chiesa di San Bartolomeo Apostolo – Borgo Tossignano (BO) 12.07.2020

(da templarioggi.it) – I Templari Cattolici svolgono servizio di custodia alla Chiesa di Borgo Tossignano partecipano alla Santa Messa ed hanno prestato servizio volontario per effettuare il controllo degli accessi e posizionamento dei fedeli, secondo la normativa vigente, per la prevenzione anti Covid 19, con la sanificazione delle mani dei fedeli all’ingresso muniti di mascherine ed hanno partecipato alla Santa Messa controllando il flusso a senso unico per l’uscita dei fedeli.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam!

Bernardo di Chiaravalle, elogio dei cavalieri templari. (C. Di Giuseppe). Recensione

(da blog.messainlatino.it) – Si tratta del Liber ad Milites Templi. De Laude novae militiae, opera che san Bernardo di Chiaravalle scrisse, su richiesta di Ugo di Payns, primo maestro dell’Ordine Templare, per elogiare la nascita della cavalleria templare. Un testo particolarmente interessante e attuale sotto tutti i punti di vista, poiché l’autore delinea come deve essere il vero miles Christi, ma è anche un affascinante itinerario spirituale fuori dai luoghi comuni.
Ai nuovi “monaci cavalieri”, per espletare la loro missione, contrariamente al monaco che vive in monastero, che possiede solo l’arma della preghiera, è richiesto l’uso delle armi contro tutti i nemici della cristianità. Bernardo, tuttavia, non giustifica l’uso della violenza, ma «piuttosto fornisce uno spessore teologico ad una causa nobile sopra ogni altra: il militare pro Deo» (dalla Presentazione del cardinale Josè Saraiva Martins).
Il trattato, quindi, evidenziando il carattere etico della missione e della spiritualità cui erano chiamati i monaci cavalieri templari, in contrapposizione agli usi della cavalleria laica, esorta i milites Christi ad abbandonare ogni mondanità e a convertirsi, ponendosi al servizio di Cristo per proteggere i Luoghi Santi.
Nonostante il titolo, il trattato di san Bernardo non è celebrativo ma costituisce un’esortazione accorata, accompagnata anche da severe ammonizioni e rimproveri per i membri del nuovo Ordine Templare. Il santo abate cistercense, inoltre, non risparmia un’aspra critica alla cavalleria secolare, i cui membri vivono perennemente nel pericolo della morte spirituale, poiché soggiacciono di continuo al peccato. Egli ne indica anche i vizi, i quali sono ancora, purtroppo, attuali: combattere guerre ingiuste, ostentare lussi, lasciarsi guidare dall’ira, dalla vanagloria e dall’avidità.
Nella seconda parte del trattato è, invece, presentato uno straordinario pellegrinaggio spirituale ai Luoghi Santi. Non si tratta però di un semplice itinerarium ad Loca Sancta, ma di un itinerarium mentis, nel quale i luoghi fisici, in cui Gesù è nato, è cresciuto, ha visitato, in cui ha sofferto, è morto, ed è risorto, servono all’abate cistercense per scandire i passi della meditazione e della ricerca di Dio.
Il De laude è, quindi, un’opera scritta per essere letta e meditata dai nuovi monaci-cavalieri templari, i quali si sono impegnati a custodire la Terrasanta, ma in realtà essa è stata scritta per i cristiani di ogni epoca, i quali sono i custodi di quei valori, guardiani dei Luoghi Santi ma anche e soprattutto della Gerusalemme interior che risiede nel cuore di ogni fedele.
Difendere, dunque, la Terrasanta con le armi terrene (per i cavalieri templari) e con le “armi” spirituali per tutti noi è simbolo concreto della più profonda difesa della Parola di Dio, che tutti, monaco-cavaliere, sacerdote o laico siamo tenuti a custodire nel silenzio della nostra anima. La guerra tra cristiani e infedeli, infatti, è solo il pallido riflesso della lotta di ciascuno contro il male, la morte, il peccato; la vita del cavaliere, ma del laico, in generale, è presentata, dunque, da san Bernardo come una perfecta imitatio Christi.
Il Liber ad Milites Templi. De laude novae militiae di san Bernardo di Chiaravalle, con la presentazione del cardinale Josè Saraiva Martins, è riproposto ai lettori, in una nuova traduzione con testo latino a fronte, dal professore Carmine Di Giuseppe, che ne ha curato l’introduzione, la nuova traduzione e le note di commento. Le oltre sessanta pagine introduttive non sono solo una semplice introduzione all’opera di san Bernardo, ma sono un vero e proprio saggio a sé stante, compiuto ed esauriente, col quale Carmine Di Giuseppe ci offre un’attenta analisi dell’opera e in modo lucido e sintetico ripercorre le origini della cavalleria templare e il tentativo della Chiesa di utilizzarla per i suoi fini. Ma soprattutto, eliminando ogni fraintendimento o travisamento sul pensiero del santo abate cistercense circa la guerra, ci presenta un’opera che è, sotto ogni punto di vista, non solo storico ma anche teologico e spirituale, ancora straordinariamente attuale per ciascuno di noi e per le future generazioni.

Abruzzo misterioso: i Cavalieri Templari

(da abruzzoturismo.it) – I Cavalieri Templari erano un Ordine Religioso Cavalleresco della Chiesa Cattolica dei secoli XII-XIV.
L’Ordine dei “Poveri soldati di Cristo e del Tempio di Salomone”, fu fondato nel 1118 dall’aristocratico Hugo di Payns che possedeva numerosi feudi in Abruzzo, al termine della prima Crociata, con il compito di difendere dagli infedeli i pellegrini che viaggiavano verso Gerusalemme.
I Templari erano riconoscibili dai mantelli bianchi con una croce rossa, osservavano regole rigide di comportamento, si cibavano di pesce, verdure e legumi, coltivati nei loro feudi  e godevano di grande autorità finchè Filippo Il Bello, forse spaventato dal loro crescente potere, li fece inquisire e condannare a morte a migliaia fino alla soppressione dell’Ordine.
Sono infinite le leggende che hanno per oggetto i Cavalieri Templari , le più diffuse li indicano come custodi del Sacro Graal e protettori dell’Arca dell’Alleanza.
Anche in Abruzzo comparvero i monaci-soldati, stabilendosi in punti strategici della regione: tratturi, vie consolari e valichi, edificando grandi aree di accoglienza per i pellegrini. A Vasto sono state individuate sette residenze, a Castelluccio di Atessa vi sono tracce di un monastero templare e nei pressi della Chiesa di San Nicola sono state rinvenute alcune tombe e spade. Resti di magioni permangono a  Penne (PE) San Giovanni Battista dei Templari – Santa Maria di Borgonovo – Scurcola (AQ) – Santa Maria del Ponte – Vasto (CH) Magione di Penna luce – Porto di Punta Penna – Magione di San Salvatore – Monteodorisio (CH) – Magione – Atessa (CH) – Magione in frazione Castelluccio – tra Pescasseroli (AQ) e Bisegna frazione di Gioia dei Marsi (AQ) San Nicola del Tempio.
San Leucio di Atessa, il santuario di Maria Incoronata di Pescasseroli, San Pietro ad Oratorium, San Pietro d’Albe, nell’area archeologica di Alba Fucens, l’ Abbazia di Santa Maria della Vittoria di Scurcola, Santa Lucia a Magliano dei Marsi recano simboli templari: dalla rosa, alla croce a fiordaliso all’agnello. Elementi simili si notano anche in Santa Maria in Valle Proclaneta, nel portale della chiesa di S. Nicola di Avezzano e anche nella finestra absidale esterna della chiesa di Santa Maria del Ponte presso Fontecchio. San Nicola del Tempio a Gioia dei Marsi sembra fosse una residenza templare, L’Aquila sarebbe stata costruita sulla pianta di Gerusalemme e scelta dai Templari per nascondere parte del loro immenso tesoro, la Chiesa di Santa Giusta sarebbe rappresentazione del  Monte del Tempio, la Basilica di Collemaggio sarebbe stata costruita tenendo conto delle stelle e utilizzando parte del tesoro dei Cavalieri Templari che conservarono al suo interno reliquie come le spine della corona di Cristo durante il suo calvario e  l’indice della mano destra di San Giovanni Battista. Lo stesso Pietro Angelerio, sulla cui tomba si trova l’emblema di Re Salomone,  simbolo di saggezza e di conoscenze iniziatiche, potrebbe essere stato affidatario del tesoro dopo il suo  incontro con i Templari al Concilio di Lione.  Anche a Santa Maria ad Cryptas si ritrovano tracce templari nella rappresentazione di Gesù, simile alla Sacra Sindone che, probabilmente, apparteneva all’Ordine e nella raffigurazione di San Giorgio e San Martino, vestiti con abiti Templari. Scavi archeologici nei pressi della Chiesa di Santa Maria di Luco dei Marsi, edificata ai primi del 1100,  hanno portato alla luce un Tempio  risalente all’epoca dei Marsi dedicato alla Dea Angizia. In essa sono presenti simboli inequivocabili sulla presenza dei Templari: un demone posto sul capitello di una delle colonne che sta mangiando un bambino, il tau e la croce sull’archietrave, frutta, draghi, pesci, serpenti e rose scolpiti nelle colonne e pannocchie di mais diffuso molto dopo la costruzione della chiesa… .
Nella chiesa di S. Tommaso, arcivescovo di Canterbury dell’Ordine religioso dei Cavalieri Templari, assassinato nel 1170 nell´omonima cattedrale in Inghilterra, a causa dell’eterna lotta tra la Corona inglese e la Santa Romana Chiesa, che sorge isolata nella verdeggiante valle del fiume Orta, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, sono presenti importanti simboli dei misteriosi cavalieri: anche qui ritroviamo la pannocchia, che lascia aperti dubbi sull’origine e la fondazione della chiesa, dei primi anni del XIII secolo, quando la scoperta dell’America non era ancora avvenuta, probabilmente opera dei cavalieri templari di ritorno dai loro viaggi,  il Fiore della Vita, tradizione cara ai Templari, scolpito su  una pietra e i i fiori “accoppiati” in un cerchio, incisi misteriosamente. Aleggia il mistero dei cavalieri anche sulla Colonna Santa, dalle proprietà taumaturgiche profuse attraverso il rito della litoterapia, che sarebbe stata trasportata da un angelo.

Andiamo ad Alberona a farci accarezzare dal vento

(da rec24.it) – Andare ad Alberona è come farsi accarezzare da un vento lieve e fresco. La strada per raggiungere il paese è più comoda e “morbida” di quanto si pensi. Chi viene da Foggia, lambisce Lucera e poi s’immerge nella campagna, supera contrade e incontra masserie e campi coltivati. I panorami che s’incontrano sono incantati. D’estate, la campagna ondulata è dominata dal colore oro dei campi di grano. Paesaggi potenti, che danno l’idea di qualcosa di autentico e sconfinato. Gli ultimi tornanti, prima di intravedere il paese aggrappato alla collina come un presepe, sono un abbraccio con la natura, gli alberi, il verde che abbraccia il borgo.
Ad Alberona, piccolo centro urbano di poco più di mille abitanti situato a circa 30 chilometri da Foggia, il Touring Club Italiano ha assegnato la Bandiera Arancione. L’Anci ha riconosciuto il paese come uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Alberona appare ‘aggrappata’ al Monte Stilo, a 732 metri sul livello del mare. Il primo monumento che s’incontra salendo verso il paese è la Fontana Muta. Dal 1824, quest’oasi di ristoro “parla” attraverso l’eterno scrosciare dell’acqua. Più avanti, il Muro Architettonico racconta come l’arte e l’amore possano modellare anche la pietra, addolcendola, facendole trovare le forme della grazia e della bellezza. Pochi passi ancora e in alto, sulla sinistra, s’intravede il monumento al Tenente Andrea Nazzaro, eroe della Resistenza al terrore nazifascista. Il Muraglione sale fino alla piazza panoramica dove la vista domina tutto il Tavoliere. Quando il cielo è sgombro di pensieri, da questo punto si possono vedere il Castello Svevo Angioino di Lucera, i contorni delle città e perfino le Isole Tremiti. Un orizzonte ampio quanto una giornata estiva, capace di volare sulle ali dei falchi che sorvolano i boschi tutti intorno. Il cuore del borgo è a pochi metri, in Piazza Civetta. La Chiesa di San Rocco svetta sull’agorà con la facciata gotica e la cuspide conica del suo campanile. All’interno del tempio, posto in alto sopra l’altare, gli occhi vanno sulla statua della Madonna Incoronata. La Vergine, accompagnata da due angioletti, è seduta su un trono d’albero e sembra avere ali fatte di foglie. Facendosi accompagnare dalla discesa che si stende ai piedi dell’edificio sacro, si arriva alla storica abitazione di Vincenzo d’Alterio, uno dei poeti che ha contribuito a fare di Alberona un piccolo borgo dalla grande tradizione letteraria. Una tradizione che vede nel poeta Giacomo Strizzi, insegnante elementare scomparso nel 1961, la massima espressione di una vocazione lirica omaggiata dal paese con un premio internazionale dedicato alla poesia. Qualche metro più in là e, all’ombra del monumento ai Caduti, si apre lo scrigno del museo archeologico, struttura che raccoglie le antiche testimonianze della storia alberonese. Nei pressi del museo c’è la Chiesa Madre o Priorale, un tempo dimora dei Cavalieri di Malta che vi hanno fatto imprimere il proprio stemma. Anticamente, il campanile dell’edificio sacro era la torre militare dei Templari. La Chiesa Madre fu fatta edificare proprio dai Templari che la dedicarono alla Natività di Maria Santissima. Nell’agorà che si stende ai piedi del tempio, Piazza del Popolo, si vede la Torre del Gran Priore, costruzione risalente al dodicesimo secolo. Simbolo di potere, la Torre è parte dell’antichissimo Palazzo Priorale, dimora del signore del Feudo. Alberona è un avamposto di fascino e mistero. Bisogna avere la curiosità di perdersi nei suoi meandri per scoprirne i vicoli, ammirare l’Arco dei Mille, oltrepassare l’Arco Calabrese, abbeverarsi alla gelida e purissima fonte dei Pisciarelli e della Fontanella. E ovunque, tra strade strette o piazze ariose, gli occhi sono raggiunti da spiragli di luce, squarci di verde, paesaggi architettonici che diventano un tutt’uno con la natura circostante, con farfalle, uccelli, volpi e ricci. Alberona è un luogo dove parla anche il silenzio, sussurrando storie umili di contadini, bisbigliando di segreti e rivolte contro lo “jus primae noctis”, volatilizzando foglie che portano profumi di rara autenticità.

Il senso degli ultimi Assassin’s Creed

(da gamerclick.it) – Dopo innumerevoli capitoli, la saga di Assassin’s Creed è più che una certezza transmediale, tra videogiochi ─ ovviamente ─ romanzi, fumetti, film e tutto ciò che può essere sfruttato per il marketing. Sin dal suo debutto, nel 2007, Assassin’s Creed è subito entrato nell’immaginario collettivo e da allora, Assassini, Desmond Miles e Altair fanno parte dell’universo di icone videoludiche.
Il primo capitolo è tutt’altro che un gioco perfetto: alla lunga risultava ripetitivo e a tratti noioso ma è stato fondamentale per lo sviluppo degli open world e free roaming che conosciamo oggi. Le vicende di Altair Ibn La Ahad e di Desmond Miles hanno aperto un mondo nuovo, mettendo un tassello fondamentale anche per quanto riguarda la narrativa, lavoro di cui vede gran merito Patrice Désilets. È da qui che partono i presupposti dell’analisi su OriginsOdyssey e Valhalla, trilogia criticata per essersi allontanata dagli stilemi narrativi dei primi capitoli e soprattutto da Assassin’s Creed II dove, nel finale, l’intero asset narrativo veniva allargato in maniera smisurata. La diatriba parte con Assassin’s Creed Origin, capitolo che in qualche modo può essere considerato un nuovo punto di partenza del franchise, modificando e approfondendo meccaniche di gameplay che cominciavano a divenire stantie. Di fatto, il precedente ─ e sottovalutato ─ Assassin’s Creed Syndicate, cominciava a far percepire una certa stanchezza, soprattutto per quanto riguardava il combat system, contornato dalla solita mancanza di reale sfida e narrazione contemporanea persa per strada. Molti prefiguravano l’arrivo, prima o poi, di un capitolo a noi contemporaneo o, addirittura, un mash-up con Watch Dogs, altro franchise made in Ubisoft, al fine di porre fine, una volta per tutte lo scontro tra assassini e templari. Ma nel 2017 Ubisoft spiazzò tutti, presentando un episodio ambientato nell’Egitto Tolemaico mandando gli appassionati e non, un po’ in confusione: qual è il senso di ambientare Assassin’s Creed senza gli Assassini? In realtà, il finale del gioco il senso lo rivela, ma effettivamente, è molto più complesso di così. L’arrivo di Odyssey, peggiorò ulteriormente le cose, presentandosi come prequel del capitolo egiziano; anche qui, “qual è il senso di tutto ciò?”. Il senso, ce lo da già il nome del brand, ma andiamo con ordine.
Come abbiamo potuto vedere, la Setta degli Assassini viene inaugurata durante l’Egitto Tolemaico da Bayek e Aya, i protagonisti del titolo. Questo già ci dice qualcosa: gli “assassini” esistevano già, una congregazione sparsa, senza una guida ma tutti riuniti comunque sotto la stessa bandiera. In Egitto dunque, tutto questo prende forma ufficiale. Persino Bayek ha in dotazione una lama celata, arma simbolo della setta e, come abbiamo visto in Odyssey, questa lama ha origini molto antiche essendo stata l’arma che pose fine alla vita di Re Serse I a opera di Dario nell’Impero Persiano. La lama celata, ci aggiunge un altro indizio: Assassini e Templari c’erano già: pur chiamandosi con nome diverso (Occulti o Cosmos per quanto riguarda gli antagonisti), sono comunque spinti dalla stessa ideologia, lo stesso Credo. L’arrivo di Assassin’s Creed Odyssey è dunque fondamentale per aggiungere altri tasselli del puzzle alla cosmogonia: più indietro si va, più è facile trovare antiche tecnologie; più indietro si va, più scoviamo dettagli su una lotta tra idee simili ma contrapposte.
Grazie al Soggetto 16, Clay Kaczmarek, cavia dell’Abstergo Industries (Templari contemporanei), vediamo a scoprire un dettaglio fondamentale: lo scontro dura da almeno 75000 anni. Dunque, non importa il nome delle fazioni, è importante il Credo, ed è proprio la parola Creed del brand su cui bisogna mantenere l’attenzione.
Decine di millenni fa, la Terra era abitata da una civiltà altamente avanzata, gli Isu. Attraverso i capitoli dedicati a Ezio Auditore, sappiamo molto su di loro e su quanto accadde: l’essere umano venne creato dagli Isu per essere i loro schiavi, assoggettati grazie alla tecnologia che successivamente verrà chiamato Frutto dell’Eden. A un certo punto, due esseri umani si ribellarono (Adamo ed Eva), scoprendo l’inganno che si celava ai loro occhi: la mancanza del libero arbitrio («nulla è reale, tutto è lecito…»). Dopo la fuga, i due liberarono i loro simili e lo scontro divenne inevitabile. La guerra che ne derivò però fu interrotta da un evento, definito Catastrofe di Toba che portò alla quasi estinzione delle due specie. Ma Adamo ed Eva ci dicono molto sul tema trattato oggi: come visibile nel video La Verità, i due sono estremante forti e agili e sono immuni alla tecnologia Isu, suggerendone una natura ibrida. Tutto parte da loro due ed è proprio il Credo degli Assassini a farsi strada tra le menti degli uomini liberi. Ma attenzione: ha inizio anche il Credo dei Templari. La bellezza del capitolo originale stava nel fatto che le due fazioni fossero in realtà perfettamente amalgamabili e non un mero scontro tra bene e male. Entrambi voglio la pace, entrambi vogliono la libertà; è solo il come a distinguerli, in uno scontro tra libero arbitrio e controllo.
Come possiamo intuire dunque, narrativamente parlando, questa trilogia ha indubbiamente “senso”, mettendo numerosi tasselli in più su quanto raccontato finora. Valhalla ci avvicina in qualche modo al capitolo originale, soprattutto per quanto concerne le fasi stealth, in cui è possibile mimetizzarsi tra la folla o spiare bersagli mentre facciamo altro. Tutto questo è ovviamente molto semplicistico eppure c’è una sorta di linearità nel progetto. Anche l’arrivo di Layla Hassan nella narrazione a noi contemporanea è un forte segnale e non vuole essere assolutamente la “nuova Desmond”: la corruzione da parte delle tecnologie (Isu) è un tema interessante e vedrà la sua catarsi proprio sul finire di questa ideale trilogia. Anche tutte le meccaniche che vediamo non sono altro che un evoluzione di quanto visto nei precedenti capitoli: già in Assassin’s Creed II vi era una basilare personalizzazione dell’arma, con tanto di valori a schermo. È tutto più grande, è tutto più spettacolarizzato ma è un esasperazione di concetti già presenti nella saga e che indubbiamente, andavano svecchiati. Ovviamente questi progetti non sono esenti da critiche: Odyssey a conti fatti è semplicemente esagerato, troppo grande e dispersivo. Inoltre, essendo Kassandra una semi-divinità, a un certo punto gli scontri divenivano semplicemente un “passa tempo”, sfruttando i numerosi poteri della Lancia di Leonida. Tutto è contestualizzato, certo, la lancia è tecnologia Isu, ma manca è mancato un certo equilibrio.
Arriviamo alla conclusione di questa analisi, con un messaggio diretto soprattutto ai fan. È vero, le atmosfere sono assai diverse divenendo qualcosa di molto “caciarone” per acchiappare maggior pubblico. Eppure, è pur sempre Assassin’s Creed. Dando per assodato la questione economica da parte di Ubisoft, qust’ultima trilogia funziona, possiede un suo senso logico e narrativo, tralasciando la questione dialoghi a scelta multipla. Su questo, proprio non ci siamo.

I Templari e il numero tredici

(da disclosurenews) – Un elemento, in genere poco conosciuto, ma molto significativo, che riguarda l’ordine dei Templari è costituito dalla numerologia e dall’utilizzo esoterico che ne facevano.
Tredici è il numero tanto caro ai Templari, legato misteriosamente alla loro storia e al loro destino.
È il numero dei componenti un capitolo templare e dei grandi elettori 12+1 del Gran Maestro.
Tredici anche i partecipanti all’ultima cena: 12 apostoli + il Messia; 1+ 2 = 3 la Trinità; 13 dato da 1 + 3 = l’unità divina racchiusa in tre persone; 1 + 3 = 4 il divino che s’incarna, difatti il 4 è simbolo del mondo materiale.
Tredici cavalieri templari, compreso l’abate, potevano fondare un nuovo convento, secondo la regola ispirata da San Bernardo.
Un templare impossibilitato a partecipare al culto mattutino doveva recitare 13 Pater Noster.
Il numero tredici era già dall’antichità considerato un numero infausto risalente al fatto che all’ultima cena i commensali erano in 13, tuttavia alcuni sostengono che la negatività di questa data risalga al venerdì 13 ottobre del 1307, anno in cui Filippo IV di Francia ordinò di arrestare tutti i Templari.
Nella numerologia il 13 rappresenta l’Alchimista e risulta in stretta relazione con l’universo dei sensi e delle forme.
Contiene in sé il principio dell’ineluttabilità del cambiamento, il significato di questo concetto, è un monito a non aggrapparsi a ciò che non sostiene più l’evoluzione.
E’ il numero che con l’aggiunta di una unità al Dodici, interrompe la ciclicità, obbligando ad una trasformazione radicale.
Il 13 è composto dai numeri 1 e 3 per cui, l’Uno origine di tutte le cose, ha in sé il germe del principio non ancora formato, il numero divino sorgente di tutto ciò che esiste e che è. Il Tre è anche la conoscenza della completezza e della perfezione.
Tredici è considerato il numero della dea, del principio femminino.
L’anno lunare è di 13 mesi di 28 giorni ciascuno, per un totale di 364 giorni. Corrisponde all’arcano dei tarocchi Morte, simbolo della trasformazione.
E la trasformazione in alchimia è la putrefactio, putrefazione, che rappresenta la morte e la rinascita.
C’è poi la tredicesima costellazione, quella di Ofiuco “colui che domina il serpente”, eliminata dall’astrologia tradizionale.
La costellazione, già menzionata da Tolomeo tra le 48 costellazioni antiche, che stravolge l’astrologia: non dodici ma tredici. Il tredici ritorna.
Il numero tredici è la rappresentazione esoterica del mito di Osiride: fatto a pezzi da Seth (smembrato in 14 parti) e ricomposto da Iside senza però che riuscisse a reperire la 14° parte, il pene.
Se inseriamo due triangoli con i vertici rovesciati, uno verso il basso (l’invisibile nel visibile) e l’altro verso l’alto (il visibile nell’invisibile ) otterremo il simbolo di Salomone, uno dei Re pescatori, il mago, il sacerdote guerriero custode dell’Arca.
I due punti centrali convergeranno rivelandoci la doppia faccia dell’opera alchemica: il bianco e il nero, l’albedo e il nigredo,la parte esoterica e la parte essoterica.
Quello che è e quello che deve apparire.  Il dualismo tanto caro ai Templari.
I Templari adottarono il simbolismo della dualità espressa visivamente tramite coppie di quadrati chiari e scuri: le Sigizie degli Gnostici.
Il numero 2 per la Kabala ebraica significa Conoscenza mentre per i Cristiani, il rappresenta la doppia natura di Cristo: divina e umana.
Per i Pitagorici è la Diade, il principio bipolare, il principio generatore che esteriorizza Dio nello spazio e nel tempo.
I Templari in seguito adottarono la dualità come loro vessillo il Beauceant, composto di due colori bianco e nero.
Tale duplicità si rileva in entrare – uscire, alto – basso, maschile – femminile, finito – infinito, momentaneo – durevole, attivo – passivo, positivo – negativo.
Nell’uomo abbiamo la duplicità espressa con due mani, due piedi due occhi, due orecchie, due narici, due emisferi cerebrali.
In architettura abbiamo le coppie di obelischi in Egitto e le coppie di colonne nei Templi.

Le Cattedrali Templari, Libri Di Pietra
In tutta la Francia sorsero tra il 1200 e il 1250 le grandi cattedrali gotiche di Rouen, di Reims, di Parigi, fino ad arrivare alla cattedrale gotica per eccellenza, quella di Chartres.
Le chiese templari erano consacrate a Notre-Dame che può trattarsi sia della Vergine che della Maddalena.
Furono edificate su luoghi già considerati sacri e dedicati alla Grande Madre, ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo.
Le Cattedrali si innalzano verso il cielo come a creare un contatto tra il mondo umano e quello divino.
Sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est, cioè verso la luce e tutte sono dedicate alla Vergine (Notre Dame).
Sono situate in posizioni particolari tali che se si uniscono i punti delle varie cattedrali si ricalca la costellazione della Vergine. Cioè il cielo riportato in terra.

La Cappella Templare di Saint-Christophe-Des-Templiers a Montsaunès, Francia
I Cavalieri Templari decisero di costruire questa cappella nel 1180 in una posizione strategica, nel versante francese dei Pirenei, sulla via percorsa da pellegrini, mercanti ed eserciti verso Compostela.
Sorge sopra un antico edificio cristiano, a sua volta edificato sulle fondamenta di un antico luogo di culto di Mitra. Il Papa di Avignone Giovanni XXII, il successore di Papa Clemente V, con la bolla Damnatio Memoriae, chiese ai fedeli cristiani “di scalpellare le croci patenti, gli affreschi, i sigilli e i simboli templari da ogni luogo perché se ne estinguesse la memoria in eterno”.
La cappella di Montsaunès sfugge a questa distruzione, i suoi affreschi geometrici, le sue sculture su temi della Bibbia non destano preoccupazione.
In questo modo, come un grande libro di pietra, fu preservato e nascosto in piena luce l’insegnamento cui si rifacevano i Templari.
La cappella è affrescata con temi misterici e tutto sembra indicare che quel luogo non fosse destinato al culto popolare ma ai Cavalieri del Tempio e al loro percorso iniziatico.
Nel portale principale della Cappella Templare di Montsaunès, in una fascia a semicerchio, sono scolpite 52 figure umane unite a coppie, cioè 2×13 per lato, in totale 4×13.
Alcune sono serene, quasi sorridenti; altre sono grottesche animalesche con ghigni.
Tredici il numero tanto caro ai Templari.
Nel primo giorno della creazione Elohim separa la Luce dalle Tenebre e fu Luce, simbolizzata dal fiore su campo bianco. Il fiore è circondato da una corona con 23 settori, divisi 13 al lato sud, e 10 al lato nord. Dieci è la Decade, fondamento e guida della vita divina e umana. Tredici è un numero primo, cioè incorruttibile che non può essere scisso; è collegato al lato Sud, alla luce della creazione materiale, cioè al visibile; il numero 10 è collegato al lato nord, all’invisibile, a ciò che è nascosto dalla forma. I due numeri nella ruota del divenire formano il ventitré, un numero felice.

La Cattedrale di San Pardo, Larino, Molise, Italia
Il rosone della Cattedrale di Larino cela anche un grande mistero. Generalmente, infatti, i rosoni sono a 12 raggi mentre questo ne ha 13.
Potrebbe rappresentare Gesù con i dodici apostoli, ma soffermandoci sul significato alchemico del numero 13 emergono interessanti considerazioni.
Al numero Tredici è associato il significato della fine di un ciclo, dal fatto che ci sono tredici mesi lunari in un anno e tredici sono i segni nell’astrologia celtica e dei nativi americani.
Tredici predice nuovi inizi, ma significa anche che i vecchi sistemi devono terminare per favorire le trasformazioni richieste.
Ma tredici è anche la famosa data “ venerdì 13 ottobre 1307 ” tanto temuta che ha generato la “triscaidecafobia” cioè la paura del numero 13.
Nella lunetta centrale della facciata c’è un’altra sorpresa. Un angelo cerca di togliere la corona di spine a Cristo su una croce ad Y.
Tale immagine ricalca fedelmente un antico simbolo che l’alchimia fa risalire addirittura all’antica civiltà atlantidea: Algiz, la runa dello slancio tra il mondo dei vivi e quello degli Dei.
È la runa più potente energeticamente e spiritualmente, quella che simboleggia la consapevolezza dell’ordine cosmico.

Tredici Teschi
Nel 1924 in Belize, una spedizione inglese capeggiata da Frederick Albert Mitchell Hedges scoprì un’antica città sepolta nella vegetazione.
La città venne chiamata Lubaantum , Luogo dove cadde la pietra celeste.
Qui fu ritrovato uno dei più straordinari reperti della storia dell’archeologia: un teschio di cristallo purissimo. Un teschio interamente in cristallo di rocca, alto 13 cm., largo 18, del peso di 5 kg.
Il cristallo di rocca o quarzo ialino, definito anche roccia di ghiaccio, possiede una notevole durezza (può essere lavorato con punte di diamante), è resistente al logorio del tempo e ha formidabili proprietà piezoelettriche e i Maya lo chiamavano Il Teschio che parla.
Proviamo a leggere i simboli dei numeri collegati ai Tarocchi, ricavati dal teschio di cristallo: 13,18,5.
13: LA MORTE
5: IL PAPA
18: LA LUNA
Innanzitutto è necessario trovare in quale “casa” inserire il processo di lettura, e per farlo bisognerà sommare fra loro il 13, il 5 e il 18: 13+5+18 = (36) 3+6= 9.
L’arcano dei Tarocchi numero 9 è l’Eremita (la riflessione).
Orbene, sotto questo auspicio consideriamo quanto segue: il 13 rappresenta la Divinità manifestata ovvero il principio individuale (1) compenetrato dalla conoscenza (gnosi ) espressa dal 3.
Tredici secondo una leggenda Maya erano i teschi nascosti, 13 furono Gesù con i discepoli, ancora 13 diventa la combinazione delle stelle intorno al capo della Vergine Maria e 13 i corpi celesti del sistema solare, anche se la scienza ufficiale non ha ancora individuato i restanti tre pianeti.
Il tredici nei Tarocchi è raffigurato dall’arcano della Morte cioè la metamorfosi.
Il 5 è la figura del Papa: la responsabilità, mentre il 18 è la Luna, l’inganno.
Con un’operazione di geometria sacra aggiungiamo il cinque nel tredici ed otterremo il diciotto, ossia l’occultamento di ciò che non si deve sapere.
Siamo su un pianeta karmico che deve “ripetere” la sua evoluzione ricominciando daccapo.
I cambiamenti dimensionali del sistema solare e il destino dell’umanità secondo il calendario cosmico sono sempre avvenuti.
Gli antichi sapevano molto bene di queste svolte energetiche che causavano epocali cambiamenti strutturali e geofisici della Terra.
I calendari dei Maya che risalgono a circa 18 mila anni fa, degli egizi che risalgono a circa 39 mila anni fa, dei tibetani, dei cinesi e di altre civiltà indicano che il periodo che corrisponde a quello nostro, sta per terminare.

Seborga: l’agriturismo Monaci Templari nella top10 nazionale del blog ‘Destinazione Avventura’

(da sanremonews.it) – Importante riconoscimento per l’agriturismo Monaci Templari di Seborga, un punto di riferimento per gli amanti della natura e non solo. Il blog ‘Destinazione Avventura’ lo ha inserito nella ‘Top 10’ nazionale delle fattorie didattiche e agriturismi con animali.
C’è un’aura magica intorno a questo casolare di campagna – si legge su ‘Destinazione Avventura’ – sarà perché i monaci benedettini nella grotta adiacente vi celebravano i battesimi templari Grazie alla passione di Emanuela, Flavio e della piccola Nicole, oggi questo casolare è diventato un agriturismo che vanta numerosi premi, come l’Oscar Green 2014 e i “Cinque Soli”. Ci troviamo davanti a un vero e proprio inno all’ospitalità, mutuato dall’accoglienza che i monaci benedettini riservavano ai viandanti”.
Conclude così la descrizione sul blog: “La fattoria didattica adatta ad adulti e bambini, ti darà l’occasione di conoscere da vicino i numerosi animali ospitati e riscoprire una serie di colture dimenticate, come i pomodori neri di Seborga. La struttura organizza inoltre degustazioni di olio, marmellate e confetture rigorosamente bio”.
Il rinnovato agriturismo Monaci Templari prosegue nella propria attività dedicata alle famiglie, ai più piccoli e anche all’inclusione con attività per tutti. Anche se è immerso nella natura, ai Monaci Templari non manca un pizzico di tecnologia con il sistema che permetterà agli ospiti di ‘parlare’ direttamente con gli animali.

SAN GIORGIO IL CAVALIERE SIMBOLO DELLA CRISTIANITÀ

san_giorgio_5L’etimo del nome significa “agricoltore” dal greco Gheorgòs – è avvolta nel mistero, al di là delle poche notizie storiche su di lui che lo vogliono nato in Cappadocia figlio di Geronzio persiano, e Policrònia cappadoce, che lo educarono cristianamente. Da adulto sarebbe stato tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, ma per alcune recensioni si tratterebbe dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero. Il tribuno Giorgio di Cappadocia distribuì i suoi beni ai poveri e dopo essere stato arrestato per aver strappato l’editto, confessò davanti al tribunale dei persecutori la sua fede in Cristo. Per questo gli fu chiesto di abiurare e, al suo rifiuto, come da prassi in quei tempi, fu sottoposto a tremendi supplizi e poi chiuso in carcere. Qui ebbe la visione del Signore. Fu decapitato a Lydda (antica colonia greca sulle cui macerie sorge l’attuale città di Lod in Israele) dall’imperatore Diocleziano intorno al 303 d.C. Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la sua morte, sulla sua tomba nel luogo del martirio.
La leggenda del drago comparve molti secoli dopo, nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e, soprattutto, Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissano la sua figura come cavaliere eroico, che tanto influenzerà l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare. La leggenda narra che nella città di Silene in Libia, vi fosse un grande stagno, tale da nascondere un drago che si avvicinava alla città e uccideva col fiato infuocato quante persone incontrava. I poveri abitanti, per placarlo, gli offrivano due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, iniziarono a offrire una pecora e un giovane tirato a sorte. Finché toccò alla figlia del re, il quale, terrorizzato, offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passava proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, non si spaventò, salì a cavallo e, affrontandolo, lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo stramazzare a terra. Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere l’orrenda creatura avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi.
Questa leggenda è sorta al tempo delle Crociate, influenzata da un’errata interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino trovata a Costantinopoli nella quale schiacciava col piede un drago, simbolo del “nemico del genere umano”. La fantasia popolare e i miti greci di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda, elevarono l’eroico martire della Cappadocia a simbolo di Cristo, che sconfigge il male inteso come demonio e rappresentato dal drago. La grande diffusione del culto di San Giorgio, originariamente venerato in Oriente, si ebbe inizialmente in Europa in conseguenza delle Crociate in Terrasanta, e più precisamente ai tempi della battaglia di Antiochia. Accadde che, nell’anno 1098, durante una delle battaglie più furiose, i cavalieri crociati e i condottieri inglesi furono soccorsi dai genovesi i quali ribaltarono l’esito dello scontro e consentirono la presa della città, ritenuta inespugnabile. Secondo la leggenda il martire si sarebbe mostrato ai combattenti cristiani in una miracolosa apparizione, accompagnato da splendide e sfolgoranti creature celesti con numerose bandiere in cui campeggiavano croci rosse in campo bianco.
La festa liturgica intitolata a San Giorgio si celebra il 23 aprile anche nei riti siro e bizantino. È onorato, almeno dal IV secolo, come martire di Cristo in ogni parte della Chiesa. I Templari favorirono l’iconografia di San Giorgio in un santo guerriero, volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam. Inoltre San Giorgio è il Patrono della Cavalleria e, quindi, anche dei Templari. Vari Ordini cavallereschi portano oggi il suo nome e i suoi simboli.

NOI DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DEL TEMPIO SIAMO TEMPLARI REGOLARI

templari a volpedo 22.03.14Stante il continuo aumento delle obbedienze sedicenti templari, nel rimarcare che nessuno al mondo può vantare la diretta discendenza da un ordine soppresso nel 1312 da papa Clemente V con la bolla Vox in Excelso, considerato che molti finti ordini templari (quasi tutti) derivano dall’ordine fondato nel 1705 da Filippo d’Orléans (discendente diretto di Filippo il Bello re di Francia che ci mandò al rogo dopo un processo infame tra il 1307 ed il 1314) che era un libertino ateo e dissoluto, è chiaro che dei templari odierni non ce ne facciamo niente, neppure dei sedicenti templari cattolici, che annoverano le donne, in quanto nella Regola di San Bernardo non sono previste. Noi del Sovrano Militare Ordine del Tempio – Poveri Cavalieri di Cristo applichiamo alla lettera la regola di San Bernardo e facciamo voto di obbedienza, povertà e castità intesa come sobrietà di costumi e fedeltà assoluta alla propria moglie, per cui siamo di stretta osservanza. Dopo la soppressione dell’Ordine, il re del Portogallo Dionigi I fondò l’Ordo del Cristo nel 1318 per raccogliere i disciolti Cavalieri del Tempio ed i loro beni. Dionigi ebbe l’approvazione papale con la bolla “Ad ea ex quibus” del 14 marzo 1319 di Giovanni XXII, che si riservò il diritto di conferirne le onorificenze. Il nuovo Ordine Templare riprese i lavori sotto la guida del Maestro Generale Gil Martins. Ricevette tutto il patrimonio dell’Ordine dei templari in Portogallo. La sua missione originale era di portare guerra nei territori musulmani, cioè nel Nord dell’Africa. L’ottavo maestro, Enrico il Navigatore, allargò l’azione dell’Ordine all’Africa nera. In seguito, la carica di maestro appartenne automaticamente al re. L’Ordine mantenne l’abito bianco e la regola cistercense dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, e la sua insegna fu ricavata sovrapponendo alla croce patente rossa templare una croce latina d’argento che simboleggia l’innocenza dell’Ordine dalle oltraggiose accuse che avevano provocato la sua estinzione. Vi potevano accedere solo i nobili dopo un noviziato di tre anni nelle campagne militari contro gli infedeli e dopo aver pronunciato i voti di povertà, obbedienza e castità. La sede originaria dell’istituzione cavalleresca era situata a Castro Marino, nell’Algarvia ed in seguito fu spostata a Tomar, nel vecchio convento dei templari, ribattezzato Monastero del Cristo. Il Sommo Pontefice Eugenio IV (1431 – 1455) autorizzò i Cavalieri di Cristo ad esigere le decime nei territori conquistati ai mussulmani, mentre i sovrani portoghesi premiarono il valore di quest’Ordine con donazioni di terre e castelli. Con una successiva Bolla, Papa Callisto III (1455 – 1458) investì l’Ordine della giurisdizione spirituale nelle terre a lui soggette, con l’autorizzazione a conferire i relativi benefici. La potenza dei Cavalieri di Cristo crebbe enormemente, ma l’Ordine non ne abusò, rimanendo invece spronato dal solo ideale del trionfo della Fede. Col tempo, nonostante che l’Ordine del Cristo fosse diventato un Ordine dinastico portoghese, i Pontefici romani si sentirono legittimati a crear cavalieri per loro conto, dando vita, di fatto, ad uno scisma che generò un ramo autonomo non riconosciuto dai veri templari portoghesi. Il vero Ordine, il cui simbolo spiccava nelle vele delle navi portoghesi, declinò con la morte del re Sebastiano nel 1578. Ma non scomparve. Mentre il ramo pontificio subì nel tempo varie modifiche negli Statuti, riformato sotto il pontificato di Leone XIII (1878 – 1903) e definitivamente restaurato il 7 febbraio 1905 con il Breve Multum ad Excitandos del papa San Pio X che gli attribuì la denominazione di Supremo, divenendo Supremo Ordine della Milizia di Nostro Signore Gesù Cristo, al momento quiescente non essendovi più in vita insigniti. l’Ordo de Cristo continuò a lavorare in modo riservato e la sua discendenza giunse fino ai nostri giorni. Assunse l’appellativo di Ordo Supremus Militaris Templi Yerosolimitani scritto con la Y maiuscola all’inizio. Il 3 settembre 1981 a Lisbona i templari dell’Ordo Supremus Militaris Templi Yerosolimitani scritto con la Y all’inizio, insieme a due rappresentanti italiani, nominarono Gran Maestro dell’Ordine il professor Gianluigi Marianini, cui attribuirono anche il Motu Proprio, cioè la facoltà di disporre di tutti i poteri per esercitare sovranità immediata su tutto l’Ordine dei Templari. Nel diploma si legge: “Ordo Supremus Militaris Templi Yerosolimitani. Il Capitolo dei Cavalieri Templari, a parere unanime elegge e proclama Gran Maestro dell’Ordine il Professor Gianluigi Marianini, assegnandogli le prerogative del grado ed il Motu Proprio. Lisbona 3 settembre 1981”. Solo dopo l’annullamento della scomunica Vox in Excelso, sancito con la riforma del Diritto Canonico voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 1983, Gianluigi Marianini riprese l’attività di Templare riunendo a Torino un primo gruppo di cavalieri. Nel 2006 decideva di rifondare l’Ordine Templare, azzerando Motu Proprio tutti i precedenti ordini e sedicenti tali, e recuperando la vecchia regola. L’Ordine Templare fondato nel 2006 dal professor Gianluigi Marianini è il nostro Ordine, il Sovrano Militare Ordine del Tempio – Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone. Il professor Gianluigi Marianini moriva cristianamente a Vicoforte Mondovì il 25 gennaio 2009.